Giornata della memoria Dachau

di Alberto Bullado.

27 Gennaio, Giornata della Memoria. Una delle tantissime ricorrenze assorbite dal nostro sistema di vita, un anniversario biodegradato in una superficialità calendarizzata che purtroppo contraddistingue l’agiografia di tanti altri eventi che dovrebbero appartenere non solo ad una memoria storica di facciata ma anche ad un’autentica coscienza civile.

Come spesso avviene nella nostra società si confluisce in certe manifestazioni emotive senza possedere una dovuta consapevolezza. Ma che ne è della comprensione del fenomeno, della percezione delle cause e delle conseguenze? Che senso ha un memoria se non approfondita, contestualizzata, dibattuta ma solamente celebrata o esorcizzata? In nome di un unanime conformismo capita quindi di accettare un sentimento comune, privo di una motivazione coerente che invece sarebbe bene approfondire. Per questo io credo che sia sbagliato celebrare un giorno della Memoria se tale commemorazione è destinata ad una sola e unica tragedia, in quanto si tratta, prima ancora che di un’ingiustizia, di un’inesattezza storica.

Quello che rende sgradevole discutere sulla natura di un simile evento è la consapevolezza di doversi barcamenare in un terreno doloroso, dove sofferenze concrete ed esasperate, che io rispetto profondamente, emancipano il pensiero collettivo dalla ragione. Una deriva che nel peggiore dei casi si traduce in speculazione intellettuale. Ma quello che mi chiedo è: tutto ciò giustifica il silenzio intorno al dibattito sulla Shoah?

Personalmente credo che quando si parla di genocidio non si debba necessariamente riferirsi esclusivamente a quello che viene inteso come Genocidio con la “G” maiuscola. Eppure l’Olocausto, con la sua mole spaventosa, ha quasi indebitamente sgomberato dalla storia il ricordo di altri stermini di massa ugualmente atroci e spaventosi e persino più vicini ai giorni nostri. La storia ci racconta di come l’umanità si sia macchiata di grandi e gravissimi lutti, tuttavia, per la maggior parte della gente, sentir parlare di “genocidio” significa prefigurarsi le immagini spaventose della Shoah. E quindi i campi di concentramento, i forni crematori, le fosse comuni, i cumuli di cadaveri scheletrici vestiti di squallide divise e delle volte nemmeno di quelle. Insomma l’atroce iconografia dell’Olocausto che tutti conosciamo.

Tabula rasa, scena muta, vuoto assoluto invece per quanto riguarda tutti gli altri genocidi che a questo punto ci si sente in dovere di annoverare come in una macabra lista nera: in Europa ricordiamo le pulizie etniche balcaniche, soprattutto in Bosnia (e in Croazia, sempre durante la Seconda Guerra Mondiale), le vittime romene di Ceauşescu e kosovare di Milošević, i Kulaki internati nei gulag e gli Holodomor ucraini. E poi ancora gli Armeni in Turchia, i Georgiani dell’Abkhazia, il Ruanda, il Burundi, Zanzibar, il Darfur, la Nigeria, e in Asia i massacri avvenuti in Indonesia, Cambogia, Timor Est, Bangladesh, infine gli eccidi di massa in Guatemala e la persecuzione in Iraq ai danni dei Curdi.

Quello che impressiona in tutta questa iperbole di abominio non è tanto il numero di morti, che ammontano a molti milioni (e che volutamente non ho riportato per non dare adito a vergognosi raffronti numerici), ma il fatto che la maggior parte di questi massacri sono avvenuti DOPO la Shoah, in tempi recenti anzi recentissimi. In alcuni casi stiamo addirittura parlando di massacri ancora in atto.

Fosse comuniDue riflessioni. La prima: a che cosa è valso l’esercizio della memoria, nel caso della Shoah, se poi si sono ripetuti le stesse vergogne senza che nessuno abbia voluto muovere un dito? Verrebbe da dire nulla se non a celebrare e rinnovare il dolore di un popolo e basta. Ma che ne è delle conseguenze pratiche di questo dolore? L’insegnamento che abbiamo ricavato da questa immane tragedia è servito veramente a qualcosa?

Seconda deduzione, più scomoda. Il fenomeno fa indubbiamente riflettere e ci porta a considerare l’esistenza di un “monopolio del dolore” che sembra fare leva sulla sensibilità della gente per scopi che sinceramente ci sfuggono. Certo, esiste una un’ideologia pronta a giurare che questa sorta di vittimismo e di commozione indotta, quella ebraica, altro non sarebbero che declinazioni di un medesimo fenomeno, il cosiddetto “ricatto sionista”. Ma a radicalizzare certe posizioni non serve a nulla se non abbandonare il binario del buon senso ed esporre l’esito del dibattito a pericolose derive di pensiero.

E questa è secondo me una delle conseguenze negative del “monopolio del dolore”, ovvero il generarsi di un’ostilità cieca nei confronti di un popolo ed una cultura, quelli ebraici, che Israele stesso dovrebbe avere tutto l’interesse di scrollarsi di dosso. La nascita di un vasto spirito antisionista si richiama anche ad altre contingenze storiche come, ad esempio, la messa in atto dallo Stato d’Israele di una politica militarista aggressiva ai danni del popolo palestinese. Allo stesso modo il “monopolio del dolore” viene anch’esso recepito come l’esercizio di un potere ingiustificato il quale gode di un grande riverbero su scala mondiale. Un ascendente che il popolo e la cultura ebraica non sembrano voler fare a meno. In realtà la questione non è quella di rinunciarvi ma di ripianare un fenomeno secondo un’ottica più razionale, obiettiva e proporzionata alle realtà storiche.

Allo stesso modo non va trascurata l’ostilità più volte espressa verso Israele. Esiste al giorno d’oggi un odio vivido e concreto non solo verso le istituzioni israeliane, ma anche nei confronti del popolo ebraico, inteso come “razza”. Perché nasconderlo? Stando alla cronaca: il 44% degli italiani dichiara di provare “ostilità” nei confronti degli ebrei. Non si contano episodi come atti di violenza, fisica o verbale, che vanno al di là delle vili scritte sui muri (che fioccano come funghi proprio nel giorno della Memoria; anche quest’anno non è stata fatta eccezione e mi sarei meravigliato del contrario) o le laide iniziative di qualche imprenditore, come nel caso di quella ditta di Como che produce bustine di zucchero che riportano barzellette sull’Olocausto. Per non parlare del caso dell’Iran, e delle varie propagande antisemite che spirano su più latitudini. A tutto ciò andrebbero aggiunte altre mille circostanze. Quindi stiamo parlando di un fenomeno reale dalla portata niente affatto trascurabile.

Campo di concentramentoIn un simile scenario, l’esercizio indiscriminato del “monopolio del dolore”, paventato da una certa oratoria sionista-conservatrice (frange politiche e intellettuali che travalicano i confini d’Israele) un poco disturba, oltre che ad inquietarci, poiché non è con la rivendicazione unilaterale che si assopisce uno scontro che dura anche da troppi anni. Abbandonare per il momento la propria militanza sarebbe un approccio più consono al tema che necessita di maggiore pacatezza e soprattutto obiettività. Con questo non si vuole dire che l’olocausto debba essere messo da parte. È opportuno rimarcare la centralità della Shoah in quanto tragedia consumatasi nelle nostre terre (vedi l’applicazione delle leggi razziali nel nostro paese) e nel cuore dell’Europa, un continente che ha risentito in modo preponderante l’influsso della cultura giudaica. Inoltre non va certo trascurato il fatto che l’antisemitismo è stato un sentimento largamente condiviso e testimoniato dalla storia intellettuale dell’Occidiente, direi in modo trasversale. Un proselitismo che ha attraversato epoche diverse (dal medioevo alla modernità) sino a sfociare nell’esasperante follia dalla Germania nazista.

Ciò nonostante, una volta rimarcate le dovute peculiarità, è opportuno ribadire che a livello umano la Shoah non è superiore a nessun altro genocidio e se occorre ribadire un tale concetto in un giorno come questo significa che non si tratta di una constatazione ovvia come potrebbe sembrare, tant’è vero che una simile proposizione viene alle volte recepita come una provocazione fuori luogo o come un inopportuno attacco all’establishment, quello appunto del “monopolio del dolore”. E questo è francamente assurdo.

Monopolizzare il dolore è una forma come un’altra di pilotare coscienze ed infrangere la libertà dei vivi e offende la dignità dei morti. La Memoria se usata per secondi fini è propaganda. Un’arma silente e sporca capace solamente si accecare più che testimoniare. Ecco perché è necessario ricorrere a un’opera di testimonianza più completa che rifugge dalle conte, dalle selezioni, dagli accertamenti. Sperequazioni che è meglio lasciare a negazionisti e becchini senza dignità umana e rilevanza scientifica.
Va da sé che un ideale di “giusta Memoria”, lo ripetiamo, comprende senza dubbio anche la Shoah. Si tratta semplicemente di restituire una testimonianza più completa. Del resto a cosa servirebbe la Memoria se non a plasmare le nostre coscienze e ad influire sul nostro presente? Quindi per un futuro più giusto, equo, umano e solidale ci vuole una Memoria che risponda alle medesime caratteristiche, cosa che non avviene all’interno dell’opinione pubblica e nella sensibilità collettiva. Per questo occorre prendere atto della disinformazione ingiustificata inerente ai numerosi stermini taciuti dalle cronache e porne rimedio. Poiché la  pietà, la commozione e la commemorazione devono valere per tutti.

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