Gothic Harry Potter IL GOTICO E’ UNA QUESTIONE DI ARREDI (Prima Parte 1/2) Dall’Ikea dell’orrore ai vampiri quindicenni di Alberto Bullado.
La Prima Parte dell’articolo la trovi qui.
Eravamo rimasti a fine ‘800. Avevamo esplorato i topoi della letteratura gotica classica come fossero salotti ritratti in un vecchio catalogo di arredi, un’Ikea dell’orrore facilmente riconoscibile, connotata da una certa estetica e depositaria di una certa filosofia e di una determinata poetica. Quindi eravamo rimasti ad una letteratura perduta di un tempo perduto, quando ancora si poteva considerare il romanzo come lo strumento preferenziale nella creazione di archetipi ed immaginari, ed il gotico rimaneva ancora una faccenda di tombe e pipistrelli. Poi è arrivato un tizio di nome Edgar Allan Poe, da lui in poi, dicono, tutto è cambiato. Sono soliti chiamarla “svolta introspettiva”. Probabilmente si era capito che l’uomo era una fonte di orrore più prolifica e sofisticata di un sotterraneo invaso da muffe malvagie o del vento che fruscia tra i rami di un albero scheletrico in una notte illuminata da una pallida luna malata. Nel ‘900 avviene sostanzialmente un travaso di luoghi ed inquietudini. Ci si trasferisce in un nuovo inferno, che è la mente dell’uomo ed il suo habitat. In poche parole cambiano gli arredi. È tempo di un nuovo catalogo dell’Ikea dell’orrore. La letteratura gotica si perde così negli oscuri anfratti del turbamento psichico. Sguazza nei malefici stagni di menti tormentate dal bisogno di trasgredire e di compiere azioni malvagie, deformate da anomalie percettive e morali, ossessionate dalla morte. La letteratura gotica diviene quindi una vera e propria geografia della follia, il festival dello squilibrio. Castelli, cimiteri, foreste spettrali passano di moda. Ora il terrore regna nelle metropoli nelle spelonche domestiche di un nuovo mondo straniante ed efferato. Cambiano quindi anche i paesaggi. Insomma, è il mondo del brivido a mutare e con sé anche l’orizzonte dell’orrido. Poiché è il mondo stesso ad essere cambiato così come l’uomo che si è trovato vivere nuove inquietudini. Come si è soliti antologizzare, da una certo punto in poi, la paura non proviene più dall’esterno ma dall’interno. Grazie anche alla (mitologia) della psicanalisi, la mente diviene il nuovo ignoto. Come appena detto, da Poe in avanti (anche se prima di Poe c’era stato Stevenson con quella strana coppia del dottor Jekyll e mister Hyde, nel 1886, due personaggi distinti ma che condividevano il medesimo corpo) la paura viene dal di dentro, dall’uomo, dalla sua psiche e dalle sue paranoie: ma anche quelle, prima o poi, diverranno dei veri e propri gadget. Lexotan, Citalopram, Tavor, Fluoxetina, Buproprione, sono i nomi che compongono un pantheon di eroi pop che dagli anni ’60 ai ’90 diverranno dei veri e propri status symbol, dei clichè nevrastenici proprio come l’iPhone negli anni duemila. L’orrore diviene un fattore lisergico-palliativo, un farmaco che distorce e che sfregia un mondo interiore dalle fondamenta che sembrano uscite da un’illustrazione di Escher. Un coagulo di ansie e allucinazioni spesso preferito a cimiteri e a porte che scricchiolano. Una certa estetica acquista un retrogusto retrò e viene per questo motivo confinata ad Halloween (o, come vedremo, nell’immaginario di tizi che festeggiano Halloween 365 giorni l’anno). Come anticipato nel primo articolo, nel ‘900 il romanzo perde la propria egemonia nella creazione di archetipi. Di conseguenza è costretto a smarrire, con l’andare nel tempo, anche il proprio ascendente nei confronti del genere gotico. Certi chiaroscuri si trasferiscono sul grande schermo per mezzo dell’Espressionismo Tedesco: da lì in poi il cinema farà la parte del leone nell’elaborare il mondo dell’orrore che conquisterà persino il cinema d’autore dei ’70-’80, vedi le distorsioni percettive ed oniriche che sfociano nel weird (è il caso del Lynch prima maniera), oppure nell’horror anatomico (come il primo Cronenberg) tutto carne ed incubi (e riserverei una parentesi anche a Shining di Kubrick). Ma qui rischiamo di andare fuori tema. In realtà il gotico fa capolino nel cinematografo già con un pioniere come Méliès (siamo ancora a fine ‘800), poi nel 1922 viene il Nosferatu di Murnau eccetera, eccetera. Andando avanti nel tempo il cinema comincia a dare molto spazio all’horror, sfruttando tutti i suoi più cari beniamini (Dracula, Frankenstein, la Mummia, l’Uomo Lupo, il Fantasma dell’Opera…), titoli che diverranno inevitabilmente i classici degli anni ’40, mentre nei ’50 il gotico cede più volentieri il passo alla fantascienza degli “ultracorpi” – è inoltre opportuno ricordare un leggendario Vincent Price che in quel decennio in America trasporta i racconti di Poe sul grande schermo. Di cinema propriamente gotico sarà difficile parlare fino ai revival anni ’90-2000, perché di mezzo c’è stata tanta altra roba: horror, fantascienza, zombie, b-movies, splatter e pellicole sull’occulto. Bisognerà aspettare Il Corvo (del ’94), un vero e proprio manifesto postmoderno di un gotico fosco, urbano e cinematografico che cederà il trono solamente ai mondi crepuscolari e fiabeschi di Tim Burton. Stiamo quindi parlando di un genere ad alto consumo. Una tipologia di fiction capace di attrarre un grosso target di pubblico e che fa leva su una serie di simboli, colori e respiri desueti, ma che ancora affascinano e che riescono a riconquistare un nuovo universo pop. Ma c’è da dire che questo revival ha più a che fare con il fantasy che con l’horror. Insomma: il gotico fa meno paura di prima. Piuttosto il suo intento sembra quello di far evadere il pubblico. Un genere che non ci parla più di orrori ed inquietudini, ma che ci porta in un altro mondo, proprio come la trilogia di Tolkien, o ci intrattiene, come Bridget Jones. In letteratura la questione è un po’ più complicata. In sostanza Poe apre le porte a Lovecraft (che farà da padrino a Stephen King). La materia gotica viene stravolta e confusa in una serie di sottogeneri nuovi ma ugualmente inquieti, febbrili ed orbitanti attorno al mondo del brivido. Tuttavia non si può più parlare di gotico. Vengono meno i suoi “arredi”, che si diluiscono in una materia letteraria sempre più variegata e postmoderna (in pratica il gotico perde la fisionomia di un genere a se stante e diviene un ingrediente in più per condire molti pastiche postmoderni), mentre la sua filosofia, quel mix di empietà, trasgressione, sessualità e delirio, viene ereditata da diversi filoni narrativi distanti anni luce dai manieri maledetti, e che salgono alla ribalta in romanzi che sono lontani cugini anche degli incubi di Poe. Per quanto riguarda lo spirito di ribellione, in letteratura il gotico viene rimpiazzato dai romanzi beat, dalle esperienze stradaiole e dalla “vita al massimo” di scrittori drogati ed alcolizzati. La trasgressione diviene un leitmotiv che da Woodstock a Trainspotting, passando per la letteratura gonzo di Hunter T. Thompson, segna una continuità nella letteratura cosiddetta borderline. Se vogliamo sintetizzare all’osso un viaggio che si compie dall’lsd all’eroina, fino ad arrivare ai giorni nostri, quando si inizia a parlare un’altra lingua ora che vanno per la maggiore, anche letterariamente parlando, sostanze eccitanti e performanti come la cocaina, le anfetamine o nuove prelibatezze sintetiche (il gotico classico era più legato ai vapori oppiacei ed al languore dell’assenzio). Non più allucinazioni stranianti, bensì accelerazioni edoniste. Più che al gotico la droga contemporanea ci riporta al barocco. Quindi sballo piuttosto che dannazione dell’anima. Ma questo è tutto un altro discorso. Il gotico in letteratura viene meno anche perché cede il passo all’hard boiled, al pulp, al crime, al noir, ma soprattutto al thriller. La letteratura (ed il mercato) vanno sempre più alla ricerca di sesso, violenza e trasgressione senza per forza di cosa esplorare cripte e castelli o i salotti drogati di pazzia della piccola-media borghesia intrappolata nel proprio horror casalingo (a quello sopperisce la cronaca nera). Se è vero che a cavallo tra gli ’80 e i ’90 sale alla ribalta la prolifica figura del serial killer, il cui archetipo rimane Jack lo Squartatore, è altrettanto vero che ora l’arredo predominante della letteratura di genere è la strada (metropolitana o di periferia) che rientra nel dominio di filoni narrativi autonomi e che con il gotico condividono giusto qualcosa ma niente di che. Nella narrativa contemporanea il gotico, che sul piano dell’originalità comincia a patire un po’ gli anni, è quindi costretto a sporcarsi le mani di sci-fi e di patine paranormali, senza disdegnare, alle volte, il sentimento. Un po’ X-Files un po’ Dawson Creek (ve la ricordate ancora la serie televisiva Buffy?). È un dato di fatto che un certo filone gotico sopravvive nella letteratura per ragazzi o in quella femminile, sfruttando soprattutto la figura del vampiro in chiave rosa. Per i succhiasangue sarebbe da intraprendere un discorso a parte. Il vampiro è la creatura gotica per eccellenza: è un essere dannato che si sottrae alla luce e che vive nella tenebra. Un semi-diavolo condannato all’immarcescibilità, ovvero ad una natura biologicamente anomala che lo costringe all’esilio, alla misantropia ed ad una fisiologica efferatezza (si nutre di sangue). Inutile specificare come questa figura abbia subito un’evoluzione profonda, da Bram Stoker alla serie di Twilight, passando per il new gothic di Anne Rice. Attualmente il vampiro metropolitano – quando non diviene protagonista di epopee hollywoodiane videogame/fumettistiche alla Blade/Underworld – rinuncia alle volte alla propria natura predatoria per una mediazione impossibile con la società. Un individuo alienato tra gli alienati, tenebroso e per questo fascinoso. Un playboy oscuro ma anche un po’ gay. Quindi un personaggio perfetto per essere riconvertito a protagonista da soap opera. In questo modo il gotico si tinge di rosa. E non a caso, ai nostri giorni, si tratta di un genere sempre più masticato dal pubblico femminile. Nel frattempo i vampiri teenager diventano una vera e propria industria. Invece in Italia, con Evangelisti, la materia gotica viene impastata assieme al romanzo storico, fantastorico e fantascientifico (più postmoderno di così), oppure diviene, con Alan D. Altieri, una questione di stile ed immagini, vedi la monumentale trilogia di Magdeburg, una palestra di stilemi lirici ma dal taglio spiccatamente cinematografico, dall’apocalittico all’action (arti marziali comprese: il protagonista dei tre volumi non è altro che un ninja tedesco che per vendetta torna dal Giappone a combattere in un’apocalittica Guerra dei Trent’anni: me cojoni). Spero di sbagliarmi – anzi, credo sia proprio così, passatemi lo stesso la battuta – ma in Italia la cosa più gotica che abbiamo attualmente credo siano i servizi fotografici di Barbara Baraldi e i completini della Santacroce. Sto quindi recitando il requiem di un genere? No. Malgrado tutto – il gotico che in letteratura muore e risorge, si ramifica e si diluisce, ed il cinema che si appropria di un vasto repertorio antologico da tradurre in ballate fantasy per i multisala – un certo immaginario classico sopravvive fino ai giorni nostri, magari viaggiando sul binario della ritrita iconoclastia, sponsorizzato da un Satanismo pop, colpevole di dilazionare un universo di simboli che in realtà sono il trionfo del luogo comune. Stiamo parlando di una foresta di clichè non indifferente tanto da tramutare il genere gotico in una sorta di rigattiere di paccottiglia kitsch che va dalla candela-teschio all’oggettistica sadomaso. Ma dire che il gotico al giorno d’oggi è morto, o che equivale ad un consumo inerte di monili, significa pronunciare una bestemmia. Poiché in realtà si tratta di un prodotto di largo consumo e di enorme successo. Questo perché l’industria di massa ha capito che il gotico non funziona più solamente come narrazione ma soprattutto come fenomeno di costume, come rivendicazione estetica e quindi identitaria. Da genere letterario il gotico diviene una moda, uno stile di vita, oltre che un genere musicale. Tutti ingredienti di un carnevale oscuro e redditizio e che alimenta un Halloween di 365 giorni l’anno, dilazionato da una determinata subcultura metropolitana che sente il bisogno di trasgredire e di evadere da uno squallido anonimato borghese sposando un conformismo di segno diverso. L’altra faccia della medaglia è invece rappresentata da un consumo perfettamente integrato nel sistema, tra brand, fumetti, manga e videogames (e chissà quanti altri prodotti dell’industria dell’intrattenimento). E non c’è da meravigliarsi della giovane anagrafe di questo vasto bacino d’utenza: primo perché il “fascino del male” ha sempre fatto presa sui giovani, secondo perché il marketing moderno ha individuato negli adolescenti la sua preda prediletta.   Il gotico diviene qualcosa da vendere ai bambini, prodotti fisici ma anche emozioni, inquietudini esistenziali, farfalle nello stomaco di giovani vampiri e macabre bimbette giapponesi avvolte dai pizzi (le cosiddette gothic lolita). Si diceva del gotico come di una questioni di arredi: ecco, ora si parla anche di guardaroba. Ma anche di suoni, distorti o lacrimevoli che siano: dark, new wave, metal che fungono da colonna sonora di un’invasione di calze a rete rotte, di smalti neri sulle unghie e di eyeliner. Rimane da capire se questo fenomeno ha veramente qualcosa a che fare con il gotico classico nato dai libri del ‘700-‘800 e se Edgar Allan Poe, ai giorni nostri, sarebbe potuto essere emo. Fortuna che pure questa nouvelle vague pre o appena post adolescenziale sembra essere passata di moda. Chissà cosa potrà ancora riservarci il futuro ora che l’Ikea dell’orrore si è tramutata in una sorta di ibrido tra McDonald’s e H&M.

Fine

Il Gotico è una questione di arredi (Seconda Parte 1/2)

 
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