Libri Dead Media

Il libri sono dead media? Il formato cartaceo è un lost format? La questione dipende dall’avvento del digitale o dalla disabitudine alla lettura? Cosa sta succedendo nella testa della gente? Quale sarà il futuro del libro aumentato? Il libro classico ora vive nella periferia della metropoli culturale, destinato a bene di consumo di una sola nicchia di mercato sempre più minoritaria?

Brutalmente: per dead media intendiamo quelle obsolete and forgotten communication technologies o, se vi pare, quelle tecnologie che possiamo intendere sul viale del tramonto. Insomma, quelle più di là che di qua.

Secondo quest’ottica, siamo sicuri di poter definire i libri come dei dead media? Forse sì, ma anche no. Forse no, ma anche sì. Cerchiamo di capirne di più, gettandoci nella dibattuta tonnara sulla presunta/imminente morte dei libri. Anche se con qualche anno di ritardo dal momento che [SPOILER ALERT] forse i libri sono già morti, anche per causa di chi li ama troppo. Ma anche no, vediamo.

 

IL TRAPASSO TECNOLOGICO

Per fare un po’ di chiarezza: finora possiamo classificare sotto la voce dead media alcuni supporti tecnologici come i floppy disk, le Vhs e le musicassette, ma anche i CD-Rom (prossimamente sarà il turno dei Dvd) e, in senso più esteso, alcuni sistemi operativi superati e non più utilizzati, software caduti in disuso e persino alcune consolle e videogiochi (anche se lì fuori è pieno di nostalgici geek che smanettano col Nintendo: li capisco). Insomma, un bel po’ di roba sostanzialmente fuori produzione (fuori produzione: tenetevi a mente questo concetto).

Una delle caratteristiche fondamentali dei trapassi tecnologici è, per l’appunto, rendere desueti e perfino inutilizzabili le precedenti tecnologie. Nasce un nuovo brevetto più funzionale/ottimizzato, che viene messo in produzione e infine sul mercato, mentre il precedente viene sostituito. Kaputt. E fin qui tutto ok.

 

NOSTALGIA VINTAGE: IL PASSATO E’ CULT

Ad ogni modo, in tempi così postmoderni (postmoderni? lo siamo ancora, e poi cosa vuol dire? boh), il fascino del vintage ha conquistato, chi più chi meno, un sacco di persone, vedi la moda del riuso, del recupero, del mash up. Persino l’antiquariato ha da tempo (ri)conquistato spazi in ambito tecnologico (vedi il fenomeno del retro tech), per non parlare della sua profonda influenza nell’ambito del design, della moda e della fotografia (Instagram, Lomo, Polaroid, App per smartphone etc).

Nella cultura del consumo è perciò maturata una consapevolezza che sta alla base di certi trend. Vedi l’acquisto e la fruizione come ricerca di una propria individualità, il passato come risorsa che giustifica un recupero critico di oggetti, stili e valori che testimoniano un tipo di consumo più “emotivo” e sofisticato. Parlo naturalmente di nicchie di mercato più o meno vaste ma sicuramente non trascurabili.

Addentrandoci nei costumi e nei comportamenti della gente potremmo addirittura parlare di un atteggiamento che si oppone al “turboconsumismo”, secondo il quale ciò che è vecchio non viene più sistematicamente inteso come “spazzatura” ma al contrario un “cult” (beh, qui il parallelismo con i libri è palese!). Più il tempo passa, più aumenta il fascino che noi proviamo nei confronti di quell’oggetto, un po’ icona e feticcio, oppure prodotto esclusivo, come avviene con il vino d’annata che dentro la botte cresce di prestigio.

Shakespeare Hamlet To be or not to be

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La stessa cosa, ad esempio, si potrebbe dire per i classici della letteratura: capolavori che si sedimentano nel nostro immaginario comune, letti, riletti, straletti, poi rielaborati e somministrati a più riprese, in varie dosi e comunque sempre pronti ad essere riconfutati in quanto testimoni di una certa epoca e catalizzatori di un determinato processo artistico.

Allo stesso modo l’oggetto vintage viene recepito dal consumatore come un qualcosa che possiede un’anima e che ha più cose da raccontare rispetto a un prodotto contemporaneo, usa e getta. In questo modo si instaura un tipo di fruizione più profondo, durevole e “sensuale”, oltre a fornire, alle volte, un plusvalore di tipo identitario: mi riconosco in quell’oggetto che rivendica una certa cultura o subcultura o visione del mondo e che in qualche modo “voglio fare mia” (tenete a mente anche questo passaggio).

 

GLI UMANISTI E I LETTORI FORTI SONO MOLTO VINTAGE

Benissimo. Proseguendo con il ragionamento mi va di porre una domanda più o meno retorica: esiste ambiente più intellettualmente vintage (per non dire elegiaco-nostalgico-antiquario) della cricca letteraria, dell’accademia umanistica e della comunità di lettori, magari quelli più duri e puri? Probabilmente no. Anzi sì: la Chiesa, ma questo è un altro discorso. In quel caso userei un’altra parola per determinare un certo hortus conclusus: “reazionario”. E forse è questo il discrimine strategico che potrebbe separare il libro come dead medium, dal libro come tecnologia “viva”: occorre determinare il tasso di incremento reazionario nella forma mentis che domina il mondo del libro stesso (case editrici, scrittori, lettori etc).

Secondo questo spartiacque potremmo considerare due approcci opposti: da una parte la credenza di un ordine suprematista ritenuto immutabile, quello dei libri, sacro e inviolabile – credere il contrario significa farsi carico di un’eresia – dall’altra la convinzione che un patrimonio del passato possa contaminare il futuro, anche adottando nuovi linguaggi e strumenti (new media).

L’amore incondizionato, viscerale e feticista verso i libri, più volte rivendicato da fieri lettori, scrittori crociati e appassionati egocentrici – spesso accompagnato da appelli coatti alla lettura, le cui argomentazioni alle volte sfuggono poiché tra le righe prevalgono i giudizi verso coloro che si macchiano del peccato di “non leggere” – a mio modo di vedere rappresenta (in buona fede) la manifestazione reazionaria e religiosa di una nicchia di mercato o di una comunità adorante e profondamente vintage di lettori.

La morte di Socrate

La morte di Socrate, Jacques-Louis David, 1787

In questo caso siamo, a mio avviso, di fronte ad una concezione dei libri come (prossimi) dead media. Poiché in questi bacini di pensiero il dibattito viaggia sui pericolosi binari dell’ideologia per via di una fede superficiale adottata di default: credere che il libro abbia ancora una centralità irrinunciabile nella formazione della cultura contemporanea. Il libro come demiurgo di Weltanschauung (gli umanisti adorano questa parola). Il libro come mattone e unità di misura imprescindibile della qualità intellettuale (ma forse anche morale e civile) di un essere umano. Al di là di certe valutazioni soggettive (magari in futuro ci torno), mi va di dire che la realtà è un’altra.

 

TUTTO SOMMATO THAT’S BUSINESS BABY

Ad esempio che il libro è una tecnologia sempre meno competitiva. Non lo dico io, lo dice il mercato.

Noi tutti conosciamo i dati allarmanti sul calo di vendite e di lettori. Tale crisi coinvolge in maniera drammatica anche i grandi gruppi editoriali, cifre che aggiorniamo a più riprese senza mai ricevere buone notizie.

Da questo punto di vista i libri possono essere intesi come dead media nella misura in cui rappresentano un prodotto che verosimilmente è e sarà sempre meno diffuso rispetto ad altre tipologie di merce intellettuale (cinema, musica, dvd, video online, serie tv). Io stesso vorrei che non fosse così, ma that’s business baby.

In sostanza: il libro è, commercialmente parlando, sempre più debole, ma è soprattutto sempre più, culturalmente parlando, periferico. Aspetto che nel nostro caso ci tocca più dal vivo.

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immagine via Tumblr

Come dice Luca Sofri in un suo articolo dal titolo emblematico, La fine dei libri, «il libro non è più l’elemento centrale della costruzione della cultura contemporanea» e rappresenta un mezzo di diffusione marginale. Inoltre «“pubblicare un libro” come sintesi e sanzione di uno studio, una riflessione, un’idea, un tema da condividere o una storia da raccontare, è una pratica che non ha più il rilievo di un tempo».

Da una parte i consumatori privilegiano altri tipi di merce intellettuale, dall’altra il nostro ritmo di vita rende la lettura lunga una pratica sempre più incompatibile con le nostre routine, per non dire un’abitudine “lussuosa”. Chi al giorno d’oggi può tranquillamente affermare di avere sempre più tempo da dedicare a una pratica così immersiva e intellettualmente dispendiosa come la lettura lunga? È molto più facile sentirsi dire il contrario. No?

 

OK, MA I LIBRI RIMANGONO COMUNQUE DEI DEAD MEDIA DAVVERO SPECIALI

Tuttavia c’è da fare qualche altra valutazione. Ad esempio che se vogliamo davvero considerare i libri sul viale del tramonto, allora dobbiamo ammettere che siamo di fronte a dei dead media particolari, atipici, per non dire unici nel loro genere.

Innanzitutto sono i dead media più longevi di sempre. Il libro rappresenta una tecnologia secolare, frutto di continui trapassi tecnologici: le pitture rupestri, le tavolette d’argilla o di pietra, i papiri e le pergamene, i manoscritti e le prime stampe rudimentali, fino ad arrivare alla produzione industriale, alle stampe print on demand e al digitale.

Non è solo una questione di supporto e di materiali, ma di mutamenti sociali e culturali, considerando anche le dinamiche ad essi connesse (chi detiene il potere della cultura, chi/come ne fa esercizio e in nome di cosa, diffusione libera o meno del sapere, aumento del tasso di alfabetizzazione etc). Il libro ha attraversato i secoli adattandosi a qualsiasi situazione, cambiando spesso forma e aspetto e, malgrado l’attuale status quo, non credo ci vorrà poco tempo prima che il libro, come noi lo intendiamo oggi, vada fuori produzione: prerogativa necessaria per considerare un medium sufficientemente “dead”.

Inoltre i libri sarebbero dei dead media unici nel loro genere poiché, contrariamente dalle altre tecnologie obsolete, non necessitano di strumenti o apparecchi complessi per essere fruiti – le Vhs avevano bisogno del videoregistratore, i Cd di un lettore e così via. Un libro entra in funzione ogni volta che viene aperto, sfogliato e letto.

Obiezione. Personalmente sono dell’opinione che un libro prende (o torna in) vita solo se è in grado di instaurare una dialettica con il lettore e con una comunità di lettori, in grado di recepire un messaggio, una storia o qualsiasi altro tipo di stimolo, creando delle rifrazioni nei modi, nei linguaggi e attraverso gli strumenti del proprio tempo.

Verrebbe perciò da dire che finché ci saranno esseri umani con due occhi e un cervello (e possibilmente una bocca per parlare con gli amici), difficilmente vedremo scomparire i libri (di carta o digitali che siano).

Jen Mazza

opera di Jen Mazza

 

…E POI SONO DEAD MEDIA POTENZIALMENTE MOLTO VINTAGE

Altra considerazione: il libro è un oggetto vintage per eccellenza. Ci narra un sacco di storie, instaura un rapporto intimo, profondo e durevole con il suo fruitore, è custode identitario della nostra (o altrui) cultura e testimone di una visione del mondo che magari vogliamo chiamare in causa (cfr. caratteristiche del consumo identitario di cui sopra).

E finché ci sarà qualcuno interessato a comprendere, approfondire o confutare tutto ciò, avremo bisogno dei libri, perché depositari di tali memorie, perché snodi fondamentali delle nostre e altrui culture. Perciò, da questo punto di vista, i libri hanno e avranno sempre un valore conservativo, in quanto catalizzatori del nostro passato. Tutto questo finché non inventeranno la macchina del tempo.

Non credo che la stessa cosa potrà valere per i libri nel futuro, per le stesse ragioni che ho accennato prima: non sarà il libro in senso classico lo strumento migliore per coagulare in maniera appropriata lo Zeitgeist dell’avvenire. Almeno questo è quello che deduciamo dai profeti della realtà aumentata: un insieme di pagine di carta o di bit non potrà più bastare, perché potrà essere che gli utenti/lettori di domani avranno altre esigenze, saranno cambiate le dinamiche di fruizione, avremo assunto nuove abitudini e, probabilmente, ci saremo dotati di nuovi device (in grado di rendere l’esperienza di lettura più performante e interattiva).

Ecco che rispunta il tema del trapasso tecnologico (che chiama in causa, ancora una volta, la forma libro, in questo caso del futuro), ma che introduce anche la necessità di possedere dei dispositivi complessi per poter fare una cosa prima del tutto naturale: leggere.

Ad ogni modo resta il fatto che, essendo i libri degli oggetti vintage esemplari, rimangono paradossalmente degli oggetti futuribili (l’ho detto poco fa: il consumo identitario, la futuribilità del passato, la riscoperta critica delle origini etc). Ovviamente all’interno di una nicchia che non potrà mai essere maggioritaria – non lo è mai stata – anche se pensa, chissà perché, di doverlo essere. Una logica non troppo distante da quella dei missionari.

 

QUINDI IL FUTURO DEL LIBRO DIPENDE DALLA FORMA CHE ASSUMERA’?

Sì e no. Il lettore intelligente probabilmente si sarà accorto di una cosa: non ho ancora parlato di ebook in senso stretto, proprio per non sviare la discussione e finire off topic. Poiché io credo che non sia tanto la conversione in digitale dei titoli in commercio a rappresentare la vera rivoluzione nel mondo editoriale – oddio, le ripercussioni sono (state) tante e immense, si capisce – quanto l’evoluzione del libro da forma chiusa a forma aperta. Chiamatela fantascienza, utopia, quello che volete, ma sempre più spesso ci confronteremo su cose del genere.

Inoltre credo allo stesso modo che non sia tanto la carta ad essere un lost format – da noi è di gran lunga maggioritaria, io stesso leggerò sempre e soprattutto su carta finché non mi punteranno un fucile addosso – ma la lettura ad essere una lost habit (ciò che dice anche Sofri nel suo articolo).

Spesso infatti ci siamo soffermati nel discutere sul dibattito-fuffa attorno alla forma libro, formato cartaceo vs. digitale, quando invece la questione riguarda maggiormente la mutazione delle nostre abitudini riguardo alla lettura e alla dedizione alla lettura.

«la Rete ha accelerato la nostra disabitudine alla lettura lunga, alla concentrazione su una lettura e un’occupazione sola, al regalare un tempo quieto a occupazioni come queste. È una considerazione ormai condivisa e assodata: la specie umana sta diventando inadatta alla lettura lunga» (sempre Sofri).

Secondo alcuni specialisti sarebbe persino in atto una vera e propria mutazione neurocognitiva (chissà se si dice veramente così): le nuove generazioni e i nativi digitali sono meno portati a leggere. Già molte persone avranno difficoltà nel terminare la lettura di questo stesso post (naturalmente anche per colpa di chi scrive: in questo caso pardon), figuriamoci Moby Dick, La Recherche, ma anche, che so, un qualsiasi giallo di Agatha Christie o un micro romanzo di Erri de Luca.

Chissà se questi tizi hanno davvero ragione… ma se così fosse occorre compiere almeno una considerazione.

Negli audiovisivi si sono verificati numerosi trapassi tecnologici che hanno sancito la morte di molti formati. Tuttavia ciò che non è mai venuta meno è la volontà di guardare dei video. La stessa cosa vale per la musica. Con i libri il discorso potrebbe essere diverso: abbiamo cambiato molti supporti, perfezionato la tecnologia e la filiera di produzione di un testo scritto, tuttavia ciò che sta venendo meno è la lettura lunga in sé. So che un’ombra ha appena attraversato il vostro viso…

 

E LA FORMA “APERTA” DEL LIBRO 2.0?

Ad ogni modo va anche detto che il libro forse può avere un futuro al di fuori di una nicchia di mercato autarchica-nostalgica-autoreferenziale se riesce ad evolversi, anzi, a “crescere”, in una tecnologia aperta e “aumentabile”.

Quindi non più un prodotto chiuso ma un “luogo” in grado di aggregare opinioni in divenire e connettere tra loro visioni e riletture in una dialettica più o meno durevole. Una realtà perciò aumentata, sia nel tempo che nello spazio (virtuale), giusto per rimanere in tema “evoluzione tecnologica della forma libro”.

Sì, lo so, sono affermazioni che possono lasciare il tempo che trovano, non si capisce bene di cosa si parla, assomigliano a vaneggi di irriducibili sognatori. Allora forse sarebbe opportuno fare qualche esempio.

A tal fine, risulta interessante lo spunto di Betram Niessen su Doppiozero nel quale si evince che il testo aumentato è già, per così dire, una realtà in ambito accademico. Il trapasso si misura nella diffusione capillare dei testi digitali (appunti, articoli, riviste, saggi, cataloghi) e nella creazione di testi critici, dalla ricerca all’integrazione in fieri di materiale, che procede attraverso la rete con la condivisione dei file.

«Cosa è cambiato in questi anni? Da un lato i testi digitali sono divenuti più diffusi e più accessibili – almeno per chi lavora nelle università, che stipulano annualmente contratti con gli editori online per fornire ai ricercatori le risorse di cui hanno bisogno. Ma quello che ha trasformato radicalmente il mio modo di fare ricerca è stata la proliferazione di piattaforme e servizi online che permettono di vivere la lettura come un’esperienza culturale aumentata, non più confinata alle pagine che si hanno sotto gli occhi in quel momento. Software nati per facilitare l’organizzazione e la redazione di bibliografie come Mendeley e Zotero, ad esempio, sono divenuti nel tempo dei veri e propri social network dedicati alla ricerca. È con risultati simili che si è sviluppata CiteULike, una piattaforma per lo scambio ed il commento di bibliografie specializzate.
Ad un livello più semplice, è divenuta una prassi comune tra ricercatori e lettori scambiarsi note, suggerimenti, recensioni, bibliografie, dati e report attraverso i blog ed i social network, cambiando il modo di concepire e realizzare il lavoro intellettuale: il testo non è più chiuso in sé stesso, ma è interconnesso, arricchito, espanso, documentato tramite piattaforme diverse. La ricerca, le discussioni, la scrittura di note e appunti sono sempre più esperienze di condivisione tramite le nuove tecnologie.»

Pure la Apple, giusto per citare una corporation a caso, ha fatto uscire la sua linea di libri aumentati per iPad. Immaginiamo che saranno in molti a seguire lo stesso esempio e che i lettori di domani forse saranno sempre più chiamati a confrontarsi e a formarsi su questa tipologia di dinamiche e volumi 2.0.

James Steinberg

illustrazione di James Steinberg

Insomma: se il libro riuscisse a confermarsi come tecnologia secolare ma flessibile, a rivendicare un’esclusività di contenuti e a ricreare aggregazione e massa critica attraverso i new media, allora io credo che ci potrà essere posto per i libri nel nostro futuro, altrimenti andremo verosimilmente incontro a una prospettiva nella quale il libro, in senso classico, si “fossilizza” in un prodotto “anacronistico” ed esclusivo, caro ad una nicchia di mercato fidelizzata e dichiaratamente vintage e per queste ragioni sempre più minoritaria (e, vorrei azzardare, borghese).

Certo, bisognerebbe però muovere almeno un paio di osservazioni. A) Se così fosse la produzione di libri necessiterebbe di una quantità di competenze ulteriori non indifferenti. B) Facile ipotizzare un lavoro di team. Oltre allo scrittore e all’editor ci vedo anche un gruppo di sviluppatori, redattori, moderatori e così via… Un mutamento nelle dinamiche di produzione/pubblicazione che andrebbe bruscamente contro la democratizzazione generalizzata della letteratura (dove tutti possono diventare scrittori con il self publishing e la microeditoria), individualista e autoregolamentata, aspetto considerato tra i più controversi.

Altra questione: la necessaria fruizione attraverso apparecchiature complesse farebbe venir meno una delle caratteristiche peculiari del libro classico, che è sempre lì a portata di mano per essere letto da chiunque. Se un domani ti affidi ad un “apparecchio” per dover leggere (ovvero fruire una serie di contenuti virtuali) significa che un giorno quel tuo apparecchio potrà diventare obsoleto e uscire di produzione. Ecco che ri-ritorna il tema del trapasso tecnologico.

 

I LIBRI DURERANNO SE SONO FATTI PER DURARE

Ok, volendo trarre qualche conclusione, finora abbiamo capito che:

  1. Il passato è un cult; esistono fette di mercato vintage; i lettori forti sono consumatori vintage; il libro è un oggetto vintage per eccellenza.
  2. Il libro è sempre più debole e periferico, commercialmente e culturalmente parlando.
  3. Forse non è esattamente alla forma libro o al supporto che è legato il destino del libro stesso ma alla disabitudine alla lettura lunga. Un’inversione di tendenza, aggiungo, è difficile da immaginare. Ma non è detto.
  4. Il libro aumentato o a “forma aperta” può rappresentare la sopravvivenza del libro come tecnologia viva e non come prodotto di consumo vintage caro a una nicchia di mercato minoritaria. Però, considerando le caratteristiche del libro aumentato, vanno fatte alcune considerazioni mica da poco. Ecco il trapasso tecnologico che potrebbe cambiare davvero le carte in tavola, forse più dell’ebook.

Quindi ora che volgiamo al termine di questa mia lunga riflessione, mi va di ribadire un punto che mi sta molto a cuore: i libri, quale sarà la loro forma, continueranno ad esistere solo se sono fatti per durare.

Non è una frase fatta, ma una formula che evidenzia un paradosso: ci lamentiamo della scomparsa dei libri ma li trattiamo come dei prodotti qualunque. E il destino di qualsiasi prodotto è proprio quello di essere consumato e gettato via, di essere assorbito nel mercato di ricambio e di scomparire a causa della forte concorrenza di un prodotto più competitivo.

Tutto questo è cominciato quando le case editrici si sono convinte di essere semplici aziende e la filiera editoriale si è trasformata in un ciclo produttivo che pubblica merce, soprattutto per rincorrere traguardi (effimeri) nel corto o cortissimo periodo (bilanci semestrali), a maggior ragione ora per fronteggiare il ruggito della crisi (tutto ciò non ha comunque impedito a quasi tutti i gruppi editoriali di finire in rosso).

Le leggi di mercato hanno leggi di mercato, così il ciclo vitale di un libro si è ridotto drasticamente, sappiamo come, perché e a favore/discapito di chi e cosa. Mentre una delle caratteristiche principali del libro sta proprio nella durevolezza, poiché l’immortalità dei suoi contenuti e le firme suoi autori l’hanno tenuto in vita per secoli.

Se invece consideriamo il libro come un prodotto di intrattenimento – penso soprattutto alla narrativa di consumo, che io stesso consumo – occorre ammettere che la maggioranza delle persone si dedica ad altro. L’entertainment di massa passa attraverso altri canali.

Per queste ragioni dico: i libri che avranno un futuro sono quelli scritti, pensati, pubblicati “per durare”. L’elisir di lunga vita del libro si potrebbe perciò, molto in soldoni, individuare nell’autorialità, nella qualità, nell’investimento culturale ed editoriale che ci inseriamo dentro in quelle maledette pagine.

Certo, non solo questo. Bisognerebbe investire molto di più sull’educazione, a cominciare dalle scuole e poi dall’università. Bisognerebbe preservare una progettualità qualitativa delle case editrici, sostenendola, ad esempio, con un apparato di critica credibile e di pari livello e una stampa culturale degna di questo nome. Però non è facile, molti attori in questa commedia hanno le proprie responsabilità.

Nel frattempo, mentre gli aficionados biblio-vintage si strappano le vesti, l’attuale status quo ci rivela una filiera editoriale sclerotizzata su un ciclo produttivo senza senso – troppi titoli che ogni anno entrano in commercio – improntato sempre più sul ribasso – prezzo e qualità della pubblicazione – a rincorrere il mito della competitività, reso ancor più demoniaco dai morsi della crisi. Secondo quest’ottica i libri che si sfornano rispondono a logiche non sempre illuminate e che al contrario soddisfano dinamiche che hanno inquinato la nostra industria culturale.

Perciò finché ci ostineremo nel considerare i libri dei “normali prodotti” allora i libri si comporteranno esattamente come tali. Subiranno le leggi del mercato, così come la concorrenza di diversa provenienza. E prima o poi verranno sempre più sostituiti da altri “normali prodotti”.

Cosa che più difficilmente accade con le opere.

 

PER CHI VOLESSE APPROFONDIRE

  1. La fine dei libri, Luca Sofri su Wittgenstein: il libro non è più l’elemento centrale della costruzione della cultura contemporanea. L’articolo di cui ho parlato prima.
  2. Ma il libro è morto o no? Luca Sofri lancia il dibattito in Rete, su Prima Online, che riassume le repliche al pezzo di Sofri.
  3. I dead media ed il futuro del libro aumentato, Betram Niessen su Doppiozero, interessante punto di vista sui libri e i dead media.
  4. Il libro non è morto, sta solo diventando più divertente, Paolo Armelli su Wired, il punto di vista di un nerd entusiasta.
  5. Giovani lettori, nativi digitali e abbandono dei libri: Nulla di strano!, il sottoscritto su Agorà Twain, le (buone) ragioni dei giovani per preferire gli altri media.
  6. Are books dead, and can authors survive?, Ewan Morrison sul Guardian, interessante punto di vista all’indomani dell’Edinburgh internation book. festival (anche se di qualche anno fa). Le conseguenze sull’editoria e sulla figura dello scrittore. Uno sguardo disincantato e molto tecnico.
  7. Books aren’t dead yet, Laura Miller sul Salon, tecnofan e self publisher sono d’accordo su un punto: adorano ancora la carta, così come gli autori big che preferiscono uscire in stampa e nelle librerie.
  8. The book is dead, long live the book, Lisa Grossman su The New Scientist, già, cosa dicono i nostri amici in camice bianco?
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