Berlusconi corna IL LINGUAGGIO DELLA POLITICA Tra sdoganamento del brutto e rovesicamento di Tommaso De Beni e Alberto Bullado CAM#05: leggi e scarica gratisNel finale del romanzo Il pianeta irritabile di Paolo Volponi, edito nel 1978, il nano Mamerte inveisce contro Moneta, l’ultimo uomo rimasto sulla terra, governatore e rappresentante del potere e del capitalismo. Entrambi si scagliano addosso parole pesanti e turpi, ma mentre quello di Moneta è il linguaggio dell’arroganza e dell’abuso di potere, Mamerte usa il turpiloquio come arma, come strumento della giusta ira dei più deboli. Del resto si narra che in Russia durante la rivoluzione i contadini invasero il palazzo dello zar e defecarono nei vasi e sui tappeti. Con un salto logico e temporale si potrebbe allora dire che il «vaffanculo» di Beppe Grillo è uno sfogo liberatorio, mentre le barzellette a sfondo sessuale o blasfemo di Berlusconi sono ingiustificate, gratuite, arroganti. Una volgarità  positiva contro una volgarità negativa, insomma. Visti da fuori, però, entrambi sono probabilmente esempi di un degrado espressivo del linguaggio della politica. Sembra che quest’ultima, infatti, dovendo recuperare un dialogo con la società civile, scelga la sua parte più bassa, offendendola involontariamente, come se tutti quelli che non sono politici fossero dei buzzurri e come se per parlare e farsi capire  dalla gente comune i politici (o i leader di movimenti, come Grillo) dovessero per forza dire parolacce. Ma non ci sono solo i turpiloqui ad indicare la trasformazione del linguaggio della politica, c’è per esempio l’urlarsi addosso, la gestualità (dal portare la mortadella o il cappio in Parlamento, fino a gettare in aria le schede di voto), ma anche l’uso stravolto di certe parole svuotate di senso. Le stesse categorie “destra” e “sinistra” ormai, sono abusate e decontestualizzate: la Lega dice di non essere né di destra né di sinistra, Berlusconi dà del comunista a chiunque non la pensi come lui (Fini compreso), e Fini dal canto suo dice di rappresentare la vera destra. Un rovesciamento che si è ben radicato nell’immaginario collettivo, se molti pensano (ed è così, provate a chiedere in giro) che Travaglio sia comunista. Ci stiamo addentrando in un terreno pericoloso, che è quello della retorica berlusconiana, da cui si potrebbero trarre migliaia gli esempi, dal ‘94 ad oggi, di uso strumentale  delle parole al fine di rivoltare come un calzino la realtà dei fatti, per esempio facendo passare concetti sbagliati, o comunque non necessariamente positivi per punti di forza: «sono un imprenditore prestato alla politica», «lo Stato è come un’azienda», «le scuole pubbliche, tramite professori di sinistra, inculcano valori contrari a quelli che le famiglie cattoliche vogliono inculcare ai loro figli». Ai quali sarebbero da aggiungere attacchi pesanti a certe parti dello Stato, come la magistratura definita «associazione a delinquere» o «brigatista». Ultimamente è saltato fuori anche: «non si può esportare la democrazia», slogan usato dai pacifisti e dalla sinistra radicale nei primi anni 2000 contro la guerra in Iraq ed oggi ripristinato dalla Lega Nord per dire che in Libia era meglio lasciare al suo posto Gheddafi. Ma allora, ci si potrebbe chiedere, è tutto lì il problema? È da quando è «sceso in campo» Berlusconi che il linguaggio della politica ha iniziato a degenerare? La risposta non può essere così semplice. A nostro avviso bisogna ricercare le radici di un degrado morale dell’intera società, unito ad una crescente sfiducia nelle istituzioni. Allora mi viene in mente il 1978, data culmine della presa d’atto della cosiddetta condizione postmoderna, data in cui Aldo Moro viene rapito e ucciso dalle BR. Un affronto di tale genere allo Stato e alla democrazia non era mai stato apportato; purtroppo tutti gli anni ‘70 furono segnati da violenti attentati e, nella memoria collettiva, il cadavere insanguinato di Aldo Moro, come quello di giornalisti e magistrati, è entrato stabilmente fino a costituire una squallida normalità. Poi, nel ‘92, la magistratura fa saltare il tappo, un’intera classe politica viene spazzata via e deve essere sostituita. Lo sdegno dei cittadini nei confronti dei loro cosiddetti rappresentanti è all’apice e si concretizza nel lancio di monetine a Craxi, scena ripresa dalle telecamere. Televisivo è stato anche il processo Mani Pulite, con tanto di telecamera sotto il naso di Forlani torchiato da un irruente Di Pietro. Nella mente di tanti telespettatori Forlani resta “quello che faceva le bave durante l’interrogatorio”. Tangentopoli doveva azzerare tutto e permetterci di ripartire da un anno zero, dopo il quale la società civile sarebbe entrata in politica. Il risultato è stato Bossi in canottiera, chiacchiere da bar che divengono campagna elettorale e quello che si è già detto sulla retorica berlusconiana. I partiti sono stati distrutti, al loro posto ci sono delle facce sui manifesti. Il problema è che così tutto ciò che riguarda la persona diventa un fatto politico, con conseguente dibattito parlamentare sulla nipote di Mubarak o sul conflitto di interessi e barzellette e battute come espressione di autentica genuinità. Dopo che nel ‘45 le immagini dello scempio sui cadaveri di Mussolini e della Petacci aveva fatto il giro del mondo, la Democrazia Cristiana aveva tentato di ricostruire il Paese. Dopo quarant’anni di “si fa, ma non si dice” è come se tutto ciò che prima era considerato brutto e sconveniente fosse stato sdoganato (da entrambi gli schieramenti) e sembra di vivere in un perpetuo carnevale in cui tutto è concesso. Dato però che i politici che ci rappresentano oggi non sono arrivati in astronave, bisogna parlare del linguaggio e dell’atteggiamento di un’intera società. Non si riesce più a distinguere tra Parlamento e show televisivi, la scuola è in declino e i media sembrano essere l’unico dogma, la Chiesa pensa ai preservativi e ai rosari sull’iPod; abbiamo la violenza negli stadi e generazioni di tronisti ed aspiranti partecipanti al Grande Fratello, la stessa lingua italiana sta mutando, in oscillazione tra ritorno dei dialetti e neolingua internettiana. In una tale situazione il linguaggio turpe non può più essere un gesto liberatorio ma un’arma a doppio taglio. Va  precisato che la qualità della classe politica si riflette sulla massa, e viceversa. L’italiano medio, oggi, è al potere. Il suo patrimonio genetico, culturale e comportamentale è del tutto sovrapponibile a quello di coloro che hanno in mano le sorti del nostro paese. Ma l’imbarbarimento del linguaggio, la sua semplificazione, come anche la sua, alle volte, grottesca tortuosità, in realtà non sono solamente il frutto di un generalizzato depauperamento sociale. Le ragioni sono anche politiche. Ciò che differenzia questa stagione rispetto al passato è un fenomeno decisivo per quanto riguarda il mutamento dei linguaggi e dei comportamenti della politica: la cosiddetta “campagna elettorale perenne”. Durante la Prima Repubblica vi erano dei determinati e ristretti periodi dell’anno, in genere all’approssimarsi delle elezioni, nei quali era consentito alzare i toni, elargire promesse, criticare l’avversario, fino ad arrischiarsi in boutade al di sopra delle righe. Al giorno d’oggi ogni parola o gesto viene calibrato in base all’approvvigionamento di popolarità che è uno degli espedienti più efficaci al fine di mantenere uno standard minimo di consensi (leggi anche autoconservazione elettorale) pedissequamente monitorato da sondaggi mirati. Lo scontro politico si identifica quindi in una lotta concorrenziale tra singole personalità, o “prestanome oligarchici”, alla ricerca di visibilità, di titoli sui giornali e di comparsate in tv, alla stregua di un qualsiasi personaggio dello spettacolo (l’informazione e la politica formano insieme un unico show). In questo caso l’attitudine dialettica della politica, che spesso ricalca quella giornalistica, si fonda innanzitutto sugli attacchi personali, mirati a gettare discredito, spesso intimi, alle volte palesemente insultanti. Una retorica che in questo modo viene infarcita di deformità scurrili, inquietanti laudatorie, ipocrita pacatezza e comicità involontaria. Si capisce che in questa bagarre i toni si innalzano all’inverosimile, coinvolgendo la vis polemica di elettorati sempre più identificabili in target sociali più che in distaccamenti ideologici. In questo modo un simile linguaggio viene  premiato di sproporzionate attenzioni. Un successo mediatico ed editoriale senza precedenti. E i confronti sui programmi, sulle riforme, sulle idee di progresso? Passa tutto in secondo piano. Ecco perché al giorno d’oggi in politica vale molto più il non detto che lo stradetto. Più è importante ciò che si vuole tenere nascosto, tanto più gli si crea attorno un (involontario?) caos depistante. In un simile scenario giunge in soccorso l’informazione, che oltre a fornire appigli lessicali, funge da mantice, da riverbero, da stampella della politica. I giornali creano e/o fomentano diatribe. Propagandano disinformazione, dando spazio alle infamie o, al contrario, edificando alibi. Insomma, contribuiscono a tenere in piedi la baracca. Lemmi come “casta”, “cricca”, “combriccola”, “furbetto”, “bunga bunga”, e molti altri, in bocca ai nostri politici, provengono dalla carta stampata. Così come una quantità infinita di stilemi, nomignoli, abbreviazioni, formule fisse e tormentoni lessicali. La commistione tra linguaggio politico e giornalistico impedisce una reale distinzione tra i due codici comunicativi. E questo la dice lunga sulla connivenza tra le due diverse entità. Lo scopo di tutto questo? Calamitare facili consensi che spingono sulla sfera dell’irrazionale oltre che demonizzare l’avversario, non più rivale ma “nemico assoluto”. Insomma ridurre sì la politica ad un scontro plebeo, sempre più conforme ad una curva da stadio, ma soprattutto tenere lontana dal dibattito la vera sostanza della politica. Ed è questo un dato niente affatto da sottovalutare. Tra ingiurie, formule burocratiche, stilemi e ritornelli il discorso politico è quasi del tutto svuotato di senso. Alla parola è preferito l’eufemismo. Alle questioni si risponde con altre domande. Alle affermazioni seguono sistematicamente rettifiche quando non clamorose smentite. In questo modo si è riusciti a relegare il linguaggio politico ad un genere comunicativo a sé stante. Ovvero una retorica del nulla, che non dice niente, che non aggiunge null’altro di nuovo a quanto già detto. Un linguaggio che è il chiaro esempio del carattere chiuso, autoreferenziale e conservativo del potere. All’esterno di questo nucleo vi è sì l’incontro – scontro, l’involucro, ma all’arma bianca che, come tutti sappiamo, spesso si risolve in inconcludenti zuffe da pollaio, dalle tribune politiche ai talk show, dalle interrogazioni parlamentari alla stampa. Un gioco al massacro che disgusta ma nello stesso tempo fomenta e che restituisce una sorta di caricatura grottesca della politica. Una maschera utile anche a nascondere il vero volto del potere. La geminazione di un qualunquismo antipolitico tutt’ora funzionale a chi sta sul punto più alto del carro, e ride. IL MEGLIO DEL PEGGIO
«Ci sono le elezioni a Napoli e i magistrati chiudono le discariche. Non si sa dove portare i rifiuti. Io li porterei nelle loro procure» Silvio Berlusconi (2011). «Non credo ci siano in giro tanti coglioni che votano contro i propri interessi» Silvio Berlusconi (2006). «Stamani in albergo volevo farmi una ‘ciulatina’ con una cameriera. Ma la ragazza mi ha detto: “Presidente, ma se lo abbiamo fatto un’ora fa”…» Silvio Berlusconi (2010). «Per i miei figli adolescenti Berlusconi è un mito perché parla una lingua che loro conoscono, racconta le barzellette ed è anche super potente da un punto di vista sessuale. I ragazzini lo ammirano, come la maggior parte degli italiani che vorrebbero essere come lui. Quanti italiani a 70 anni si sognano di andare con le donne dalla mattina alla sera? Pochissimi!» Gabriella Carlucci (2011). «Vada a farsi fottere!» Massimo D’Alema (2010). «Sono stata traumatizzata. Davvero. Non me l’aspettavo. È stata una violenza, una violenza sessuale [commentando il fatto di aver incrociato Vladimir Luxuria nel bagno delle donne di Montecitorio]» Elisabetta Gardini, (2006). «È più facile educare un cane che un rom» Tiziana Maiolo (2011). «Passatemi l’ossimoro: nonostante tutti i suoi problemi il Pdl è una meravigliosa schifezza» Renato Brunetta (2011). «Non sono un politico e non penso di entrare in politica. Ma potete voi escludere la possibilità di vestirvi domani da donna? Tutto è possibile!» Antonio Di Pietro (1995). «Regalerò alla Gelmini la carta igienica con il simbolo della Lega» Silvio Pelica (2010). «Il berlusconismo regredisce la politica a fogna» Pierluigi Bersani (2010). «[Maometto] era poligamo e un pedofilo, ha sposato una bambina di nove anni!» Daniela Santanchè (2009). «Perché un vecchio di 73 anni si deve rilassare… non deve vivere con l’angoscia del sudore che gli scioglie il fard» Nichi Vendola (2009). «Le auguro che suo figlio non appena avrà accesso a Facebook venga intercettato dai pedofili e che lo incontrino sottoscuola [rivolgendosi al giornalista Alessandro Gilioli]» Gabriella Carlucci (2009). «Picchiare le donne è nella tradizione siculo-pakistana» Giuliano Amato (2007). «Sei un cesso corroso! Sei un frocio mafioso! Sei una merda! Sei una checca squallida! [rivolgendosi al senatore Stefano Cusumano]» Nino Strano (2009). «Le garantisco che la mafia non esiste» Marcello Dell’Utri (1997). «Meglio fascista che frocio» Alessandra Mussolini (2006). «Il saluto romano… dal punto di vista igienico è meglio della stretta di mano… è più pulito, dovrebbero imporlo le Asl» Maurizio Gasparri (2002). «La mummia di Lenin? Se la Russia non la vuole potremmo portarla a Roma» Oliviero Diliberto (2007). «Ho seminato marijuana nelle fioriere della Camera» Francesco Caruso (2006). «Il Tricolore lo uso per pulirmici il culo» Umberto Bossi (1997). «Le pallottole costano 300 lire e se un PM ci vuol coinvolgere nelle tangenti, sappia che la sua vita vale 300 lire» Umberto Bossi (1993). «Nella vita penso si debba provare tutto tranne due cose: i culattoni e la droga» Renzo Bossi (2010). «Quegli islamici di merda e le loro palandrane del cazzo! Li prenderemo per le barbe e li rispediremo a casa a calci nel culo!» Mario Borghezio (2008). «Voglio eliminare i bambini dei zingari» Giancarlo Gentilini (2008). «Gli immigrati bisognerebbe vestirli da leprotti per fare pim pim pim col fucile» Giancarlo Gentilini (2007). «A Gorgo hanno violentato una donna con uno scalpello davanti e didietro. E io dico a Pecoraro Scanio che voglio che succeda la stessa cosa a sua sorella e a sua madre» Giancarlo Gentilini (2007). «Darò immediatamente disposizioni alla mia comandante dei vigili urbani affinché faccia pulizia etnica dei culattoni» Giancarlo Gentilini (2007). «Voto agli immigrati? Un paese civile non può far votare dei bingo-bongo che fino a qualche anno fa stavano ancora sugli alberi» Roberto Calderoli (2007). «Per la libertà della Padania se serve fare il patto con il demonio io trombo anche con il demonio» Roberto Calderoli (2010).
LE 20 FRASI DELLA POLITICA (BIPARTISAN) DA ABOLIRE (da Il Fatto Quotidiano, Dino Amenduni): 1. Bisogna abbassare i toni. 2. È il momento di fare le riforme. 3. È il solito teatrino della politica. 4. Prima viene l’alleanza, poi si discute di programmi. 5. Prima vengono i programmi, poi l’alleanza. 6. Prima vengono i programmi e l’alleanza, poi il candidato. 7. Prima stabiliamo il candidato e poi costruiamo il programma e l’alleanza. 8. Ho deciso di scendere in campo. 9. Mi candido perché me lo chiede la gente. 10. C’è bisogno che la società civile entri in politica. 11. Non è una questione di nomine o poltrone, ma una questione politica. 12. L’associazione che sto fondando non è una corrente. Vogliamo dare un contributo costruttivo al partito. 13. La gente non riesce ad arrivare alla fine del mese. 14. Abbiamo ereditato un bilancio disastroso dal precedente Governo. 15. Non sono un politico di professione. 16. Tutti mi chiedono: “ma chi me lo ha fatto fare?” 17. È la solita giustizia a orologeria. 18. Preferisco lavorare sul territorio. 19. Non sono un uomo per tutte le stagioni. 20. Non mi faccio tirare per la giacchetta. LEGGI E SCARICA GRATIS CAM#05: TRASH!   [youtube=http://www.youtube.com/watch?v=FbCXWFq14Yg] Venite a trovarci anche su: CAM#05: leggi e scarica gratis
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