Nucleare e umanesimo di Alberto Bullado. A proposito del nucleare se ne sono sentite di ogni. Questo perché la tragedia giapponese costringe tutti noi, catodicamente parlando cittadini del mondo, a prendere posizione, a riflettere circa uno degli snodi decisivi della nostra civiltà. Malgrado l’umanista medio non capisca nulla di tecnica e tecnologia (quando crede di sapere, anche se non è vero, tira in ballo categorie scientifiche da geriatrico e quando sa di non sapere blatera lo stesso) egli è comunque in grado di dibattere su un tema, quello del nucleare, che percepisce di levatura storica. La questione energetica è difatti argomento che non può sfuggire dall’interesse di suddetta categoria di intellettuale, il quale, forte di una forma mentis allenata all’elucubrazione, ha il pregio di dire quel che pensa smarcandosi dalle logiche politiche ed economiche, dalle faziosità ideologiche, dall’ottimismo di circostanza e dalle retoriche allarmistiche. Proprio perché egli è sostanzialmente un apolide. Un prezioso apolide. Cioè un cane sciolto. E quindi l’umanista cosa dice? Che la centrale nucleare ontologicamente sicura non esiste. Non esiste sul piano della logica, né su quello dell’esperienza. Per un motivo molto semplice: ai tempi delle centrali di prima generazione ci avevano detto che quelle di seconda sarebbero state migliori. Ai tempi delle centrali di seconda generazione ci avevano detto che quelle di terza sarebbero state perfette. Ai tempi delle centrali di terza… e così via. Nemmeno ai tempi delle centrali di ventiquattresima generazione potremo considerarci completamente al sicuro. Perché la precedente supposta perfezione sarebbe prontamente negata dalla costruzione di centrali di venticinquesima generazione, eccetera, eccetera. Nel frattempo, ritornando al presente, abbiamo già prodotto una gran quantità di rifiuti tossici sufficienti ad annientare definitivamente il nostro ecosistema (lasciamo perdere come questi rifiuti vengono smaltiti, meglio non indagare, l’importante è sapere che questa apocalittica arma di distruzione di massa c’è, esiste, ed è sparsa qua e là per il pianeta). Di mezzo c’è stato Cernobyl (ma prima ancora c’era stato Three Mile Island), altri incidenti di “lieve” entità e poi il dramma di Fukushima, praticamente ancora in diretta tv. L’esperienza ci dice quindi che l’uomo, malgrado abbia negli anni maturato un encomiabile progresso tecnico, non è stato in grado, e con ogni probabilità non lo sarà mai, di possedere il pieno arbitrio sull’efficienza e sulla sicurezza delle centrali nucleari. Non si tratta di conclamare la “superiorità dell’atomo” sull’uomo, come fa qualcuno ostentando una certa enfasi (in questo caso l’energia atomica viene dipinta come una sorta di belva indomabile: una figura retorica o poco più), ma di constatare che non possiamo nemmeno permetterci il dubbio in fatto di nucleare. Ma sfortunatamente di dubbi, come tutti sanno, ne abbiamo molti. Gli unici ad essere certi della sicurezza del nucleare sono al contrario coloro che dal nucleare hanno tutto da guadagnarci: privati, esperti, politici e speculatori. Va da sé che tali garanzie trovano il tempo che trovano. Del resto il nucleare non può essere nemmeno assimilato come un “rischio d’impresa”. Non deve essere un rischio proprio per niente. Inoltre la centrale nucleare perfetta sul piano della logica non esiste, poiché la sua sicurezza può sempre dipendere da un evento straordinario (un terremoto ad esempio, o che so, qualcosa di molto meno frequente, come una guerra…). Ma una delle caratteristiche degli eventi imprevisti è che essi, prima o poi, accadono. E prima ancora di coinvolgere la Legge di Murphy, la iella, o il Padre Eterno, si tratta di un principio della logica: lo abbiamo appena detto, gli imprevisti, per essere tali, DEVONO accadere, altrimenti si tratterebbe di fenomeni abitudinari, consueti, e quindi non più “imprevisti”. Ma nel caso del nucleare basterebbe anche un solo incidente per rendere la nostra penisola un deserto atomico e l’Europa un continente di terre ed individui irradiati praticamente per sempre. Del resto è lo stesso Günther Öttinger, Commissario UE per l’energia, ad affermare qualcosa di assolutamente grave (ed a nostro parere anche saggio):
«Tutto ciò che si riteneva impensabile, in qualche giorno è avvenuto. Se prendiamo la cosa sul serio e diciamo che l’incidente ha cambiato il mondo [ciò che è avvenuto in Giappone nda], e se è in discussione il modo in cui noi, come società industriale, abbiamo guardato alla sicurezza e alla gestibilità, allora non possiamo escludere nulla.»
Ed è quindi opportuno aggiungere alla questione l’elemento umano. Il “noi”, esseri intelligenti ma fallibili, e l’“oggi”, epoca di enorme progresso ma di un’altrettanta e spregiudicata speculazione. La domanda è: potremo mai affidare il futuro della nostra specie a simili soggetti e a simili algoritmi di potere? No, se è vero come è vero che tale sistema di riferimento (chiamiamolo pure capitalista o industrialista), assieme ai propri burocrati e interpreti, hanno reso l’essere umano la variabile dipendente del mercato, che, al contrario della salute e della salvaguardia di tutti noi e dei nostri figli, dev’essere sempre garantito. Stiamo quindi parlando di produzioni e consumi che non prescindono dai destini delle nazioni e dei propri popoli: perciò un meccanismo di causa ed effetto che di “umano”, ahi noi, ha ben poco. Per questa ragione non sarebbe saggio affidare il nostro destino ad un sistema autoregolamentato che non possiede le stesse ragioni degli esseri umani. Ma rimanendo sempre sull’elemento umano, oggetto di ricerca privilegiato dell’umanista par exellence, occorre dire qualcos’altro di molto semplice. Il nucleare, per la prima volta nella storia, ci ha costretti a fare i conti con un futuro sideralmente lontano dal nostro presente. Non si tratta più di far riferimento alle prossime due o tre generazioni, ma si parla di materiali di scarto, rifiuti e vita delle centrali che evadono dalla nostra comprensione e cioè di tempistiche non umane. Per esempio, le scorie prodotte esauriscono la propria radioattività in media dopo 30000 anni. Invito a rileggere: 30000 anni. E parliamo di scorie protette, non disperse nell’ambiente. In caso di incidente e contaminazioni i danni e le tempistiche sarebbero in questo caso incalcolabili. Ora, senza rimarcare il fatto che di stravolgimenti e di cambiamenti epocali repentini ne è piena la millenaria storia dell’uomo, e che al giorno d’oggi la nostra società non è in grado di sapere cosa mai potrà accadere nemmeno l’indomani mattina, occorre mettere in guardia chiunque che nessun maître à penser, così come nessuna scienza conosciuta, è in grado di determinare ciò che può succedere in questo pianeta da qui a 30000 anni. E domande del genere un umanista tutto d’un pezzo è costretto a porsele. I nostri pronipoti del 32011 saranno in grado di comprendere la minaccia del nucleare, gli effetti e le ripercussioni che esso ha sull’ecosistema e sulla salute, la loro e quella dei loro figli? Questi nostri lontani cugini del futuro possederanno la necessaria abilità tecnica nel governare, disciplinare, controllare e smaltire il nucleare? E che ne sarà del loro linguaggio? Riusciranno a comprendere i nostri promemoria? Domande a cui nessuno è in grado di rispondere. Ed essendo il nucleare ora come ora un rischio e non una scienza esatta, optare per una simile politica energetica significherebbe procrastinare tale rischio, o tale “minaccia”, addirittura per millenni e millenni. L’umanista edotto alla storia, formatosi sui saperi dell’intelletto, ma molto più semplicemente qualsiasi uomo assennato di qualunque censo ed istruzione, di fronte a tali stime e tali calcoli, prova quantomeno una lieve vertigine, quando non un gran bel brivido galoppante giù per la schiena. Ma al di là delle valutazioni, dei calcoli e delle armi della logica vi è un aspetto di gran lunga più inquietante e che in precedenza abbiamo solamente sfiorato. Sto parlando dell’atteggiamento dell’uomo contemporaneo, e del suo rapportarsi con se stesso, in grado di esibire un cinismo davvero raggelante e che tra le altre cose anche un bambino intende essere assolutamente contraddittorio. Un esempio: la “ragionevole” obiezione secondo la quale di centrali nucleari siamo già circondati, QUINDI “non avrebbe senso” non costruirne delle nuove anche nel nostro territorio. Un’obiezione che di ragionevole non ha proprio nulla, perché, parafrasando, l’assunto significa più o meno questo: “dovesse accadere qualcosa siamo ugualmente fregati: a questo punto perché non approfittarne anche noi finché possiamo?”. Ma se si “accetta” il fatto che il nucleare possa essere ritenuto un rischio, per quale ragione dotarci di un rischio maggiore? Risposta: il profitto. Ed è questo il punto. L’utile. Ma lo abbiamo già detto, non può essere questo modello complessivo, utilitaristico e non umano ad avere la meglio sulla ragione e sulla moralità. Il futuro non deve dipendere da un calcolo economico, da un vantaggio sulla medio-lunga distanza (abbiamo visto che il nucleare produce tempistiche di riassorbimento che evadono da qualsiasi dimensione umana). Inoltre la sottaciuta possibilità che un evento straordinario, anzi, imprevisto, possa compromettere la sicurezza di un numero incalcolabile di essere umani viene recepita alla stregua di un rischio d’impresa. Ma qui non si tratta più di un business che può andare male rispetto alle aspettative, ma della vita di milioni di persone e della sopravvivenza del nostro ecosistema. E la scommessa sulla gestione “controllata” di una simile catastrofe non può essere un prezzo accettabile da mettere in conto sul nostro futuro. Non può nemmeno costituire un alibi per poter giustificare questo stolido modello di vita, queste politiche economiche, speculative ed energetiche che di umano non hanno proprio niente. Ecco perché in questo caso l’umanista non può tacere. Ed una volta fatto presente il proprio anatema condotto attraverso le sole categorie di pensiero che gli competono, ma che sembrano inspiegabilmente estranee al resto della società, egli può tornarsene entro la sua Torre d’Avorio, sognando libagioni di gloria che nella sua vita terrena, disastri nucleari o meno, non potrà mai toccare con mano. P.S. nel frattempo si consiglia a tutti un seppur breve soggiorno a Pripjiat’ (vedi foto delle vedute cittadine in quest’articolo). Cernobyl sarebbe troppo scontato. E poi questa ridente cittadina detiene un non so che di romantico, un fascino che si spera possa sottilmente espugnare le nostre e le vostre sensibilità.
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