Il Passato Movie Review

Il passato di Asghar Farhadi sviluppa in modo palese e programmatico la poetica e lo stile del regista iraniano, diventando il suo film-manifesto, che convince per la sua efficacia, ma lascia perplessi per il suo meccanismo troppo scoperto, che rende il lungometraggio a tratti artificioso e poco autentico.

Un uomo giunge in un aeroporto, una donna lo sta aspettando, i due cercano di comunicare, ma il vetro che li separa impedisce qualsiasi contatto. Questa è la splendida scena d’apertura di Il Passato, scena che in sé racchiude l’intero sviluppo e significato del film.
Il lungometraggio racconta il dramma di una famiglia allargata, soverchiata dal peso di un passato che non si riesce a dimenticare e a superare. Un passato omesso, celato con menzogne e bugie, che arriva a gravare in tal modo sulla vita dei protagonisti da inibire le loro capacità relazionali e comunicative, come se davanti a sé avessero sempre un vetro, un muro trasparente che permette solo un contatto minimo e superficiale con il prossimo.

L’uomo che arriva è Ahmed (Ali Mosaffa), la donna che attende è Marie (Bérénice Bejo), la sua ex-moglie. I due sono separati da quattro anni e lui è giunto a Parigi da Teheran per concludere le pratiche del divorzio. Arrivato in Francia, Ahmed si troverà ad affrontare una situazione ben più complessa di un semplice foglio di carta sul quale apporre la propria firma. La famiglia di Marie, infatti, sta implodendo: la donna sta per sposare Samir (Tahar Rahim), con il quale ha un relazione molto complicata, e, anche per questo, il rapporto tra lei e le sue figlie, in particolare con la maggiore, Lucie (Pauline Burlet), si sta deteriorando velocemente.

Dopo il grandissimo successo di Una separazione (premiato, nel 2011, con l’orso d’oro a Berlino e con l’oscar come miglior film straniero nel 2012), Il Passato segna il ritorno alla regia di Asghar Farhadi. Prima produzione internazionale per il regista iraniano, il film è stato presentato a Cannes 2013, ottenendo ottimi riscontri e anche alcuni premi (Miglior interpretazione femminile a Bérénice Bejo e Premio della Giuria Ecumenica ad Asghar Farhadi).

Come il titolo stesso suggerisce, credo che Il Passato possa essere ritenuto una sorta di film-manifesto del cinema di Farhadi. Il lungometraggio, infatti, sviluppa ed enuclea in modo palese e programmatico la poetica e lo stile  del regista iraniano, diventando più una summa di quanto Farhadi ha fatto finora, più che un passo avanti nella sua ricerca espressiva. Una scelta dettata, con ogni probabilità, anche dal contesto in cui è stato realizzato il film: Il passato, infatti, non solo segna la prima produzione internazionale per il regista iraniano, ma anche il suo primo film a non essere ambientato in Iran.

Questa caratteristica è il pregio, ma anche il grande difetto del lungometraggio. Pregio perché ne Il Passato troviamo esplicitati una poetica ed uno stile di assoluto interesse e importanza e, conseguentemente, confermato il talento di un grande regista. Difetto perché l’essere così programmatico tende a rendere il meccanismo del lungometraggio un po’ troppo scoperto, a discapito dell’autenticità e credibilità della narrazione, che spesso risulta artificiosa, venendo in più punti forzata e calcata per aderire con più efficacia agli intenti espressivi di Farhadi.

Dal punto di vista narrativo e stilistico ritroviamo ne Il Passato il medesimo stile imploso e fratto che avevamo già trovato in About Elly e in Una Separazione.
La regia di Farhadi è spezzettata in una miriade continua di campi e controcampi e sembra particolarmente attratta dalle superfici divisorie e riflettenti. Lo spazio che il regista iraniano descrive è uno spazio infranto, spezzato.

Ali Mosaffa - Il passato

La sceneggiatura segue la regia, presentandosi ugualmente implosa e scheggiata. Non vi è alcuna verità data, lo spettatore viene guidato, sequenza dopo sequenza, in un percorso accumulativo di tante piccole e parziali verità, che man mano fanno chiarezza su di una vicenda le cui dinamiche, comunque, non vengono mai svelate fino in fondo.
Il cerchio nei film di Farhadi non si chiude mai, o se si chiude, si chiude male, a forza, la narrazione non viene mai risolta del tutto e molte delle questioni aperte nel corso del lungometraggio rimangono tali.

La realtà umana ed emotiva descritta da Farhadi presenta le stesse caratteristiche di frammentarietà ed irrisolutezza che presentano le sue sceneggiature e scelte stilistiche. I personaggi dei suoi film sono smarriti, confusi, animati da sentimenti contrastati e contraddittori che non riescono a capire, a ricomporre, a risolvere.

Su tutti i personaggi dei suoi film pesa cupo il passato, inteso sia in senso personale, come gli scheletri che ognuno maldestramente cela nei proprio armadi, ma inteso anche in senso collettivo, come soffocante e castrante bagaglio di tradizioni e culture. Proprio sull’irrisolto rapporto tra i personaggi e il loro passato risiede tutta la tragedia umana che Farhadi descrivi nei suoi film.

Pauline Burlet - Il passato

 

Il passato non si può cancellare e bisogna rassegnarsi a fare i conti con esso, ma, per quanto si possa fare, la matassa intessuta dai ricordi e dalla memoria è così intricata e confusa che i nodi ormai non si possono più sciogliere. Il passato è intessuto di troppe menzogne e sfumato da troppe dimenticanze perché il rapporto con esso posso risolversi.
Non resta altro che accettare questa condizione, tentare di convivere con quell’enorme peso che è la nostra memoria e la nostra cultura. Forse l’unico modo per star meglio è, alla luce di questa consapevolezza, cercare di essere più sinceri ed onesti con se stessi e il prossimo, in modo da non aggiungere altro peso a quello già spaventosamente gravoso del passato.

Declinato da film a film in differenti sviluppi narrativi, il tema del passato e l’impossibilità di risolvere il rapporto con esso è l’argomento cardine della filmografia di Farhadi. Appare evidente, quindi, come la scelta di intitolare la sua ultima fatica proprio con il nome della tematica principe dei suoi lungometraggi, palesi ancor più il carattere programmatico de Il Passato.

Il cinema di Farhadi è un cinema eminentemente narrativo, incardinato sugli sviluppi delle vicende raccontate che sono il vero elemento nodale del lungometraggio. Per questo molti critici hanno definito Farhadi “occidentale”, se non perfino “americano”, proprio per il ruolo centrale che nei suoi film svolge la narrazione. Il tema del passato emergeva forte ed evidente in diretta conseguenza delle vicende raccontate, ma senza mai togliere ad esse il vero ruolo da protagonista.

Nell’ultimo lavoro del regista iraniano la situazione si capovolge: è la tematica del passato ad essere il vero protagonista del film, non la narrazione: non è tale tema ad emergere dalla storia raccontata, ma la vicenda ad emergere dalla essa. La tematica del passato è stata scelta programmaticamente per essere perno del film e su di essa la vicenda viene modellata e piegata al fine di renderla più palese ed evidente.

Gli script precedenti del regista iraniano si basavano su un attento e calibrato gioco di incastri, che, pur nella loro spaventosa complessità, riuscivano a conservare tutta la freschezza e autenticità di una storia credibile, di una vicenda potenzialmente vera. Proprio per questo i film di Farhadi riuscivano a toccare nel profondo, perché, conservando immediatezza e credibilità, spingevano lo spettatore a vedere comunque un po’ di se stesso nella vicenda raccontata, anche se questa era distante anni luce dalla sua realtà.

Ciò non accade ne Il passato. La volontà  programmatica che lo anima, questa tensione a rendere più palese la propria poetica e il fare registico che la sviluppa, ha spinto Farhadi a forzare la narrazione, sovraccaricandola di elementi.
La sceneggiatura de Il passato accumula talmente tanta tragedia da perdere il contatto con la realtà. Ogni nuovo sviluppo della vicenda altro non è che una nuova disgrazia, che accresce parossisticamente un dramma così urlato e gridato da portare lo spettatore a chiedersi: “possibile che esista una famiglia così sfigata?”

Tahar Rahim - Il passato

 

Si ha sempre la brutta sensazione che tutto la sofferenza vissuta dalla famiglia di Ahmed e Marie non sia casuale. I loro drammi sono troppi e troppo dolorosi perché sia credibile che naturalmente si accumulino in un gruppo così ristretto di persone. La storia non è possibile: ci deve essere qualcuno alle spalle della vicenda, un qualcuno che ha architettato una storia piena di disgrazie per dirci qualcosa.
Certo il peso dei ricordi, di un passato che non si riesce ad affrontare e superare è una sensazione che tutti noi abbiamo provato almeno una volta della vita, e l’abilità di Farhadi nel raccontarlo è assolutamente superba. E il problema risiede qua. Si ha l’impressione che il regista iraniano stia raccontando quanto il passato possa essere gravoso e non la storia di Ahmed e Marie, che sembrano due marionette nelle mani di un regista sadico deciso a far passar loro le pene dell’inferno per dimostrare a tutti quanto la condizione umana sia crudele.

II meccanismo diventa troppo scoperto e palese, l’empatia con la vicenda e i personaggi sfuma, la magia si rompe. Il Passato diviene quasi un film a tema, il suo intento è così palese che il cerchio questa volta sembra chiudersi per davvero. Alla fine proprio quell’idea infranta dell’esistere e del passato ricompone l’universo scheggiato di About Elly ed Una separazione, dando una spiegazione ed un senso a quello che in quei film rimaneva aperto e sospeso.

Inoltre una sceneggiatura così vertiginosamente complessa ed articolata che perde di credibilità ed autenticità fa sospettare anche un certo virtuosistico esibizionismo, che probabilmente può essere giustificato all’intero del contesto produttivo del lungometraggio, ma che comunque lancia delle ombre sul lavoro del regista iraniano.

Bérénice Bejo - Il passato

Con questo non voglio dire che Il Passato sia un film non riuscito o di scarso interesse. Questo lungometraggio presenta tutti gli elementi di pregio della poetica e dello stile di Farhadi, che tanto hanno entusiasmato pubblico e critica in questi ultimi.

Le sceneggiature di Farhadi per molti versi ricordano quelle di Nolan. Ma vi è una sostanziale differenza tra i lavori dei due grandi registi. Farhadi usa la destrutturazione della sceneggiatura per veicolare un’idea del mondo e dell’uomo scheggiata; mentre Nolan la usa per giocare con i meccanismi e gli artifici del cinema, in un discorso più meta-cinematografico che esistenziale-filosofico.
Nei lungometraggi del regista britannico l’artificio non solo può venir giustificato, ma anzi diviene elemento cardine dell’intero film, cosa che invece non può accadere nei lungometraggi del regista iraniano. Proprio perché Farhadi parla dell’uomo e non del cinema, l’artificio diventa un elemento estraneo, che tende a scoprire e a smascherare un meccanismo che non va scoperto e smascherato, perché il vero protagonista non è Farhadi, la sua poetica o le sue abilità di scrittura, ma un storia  infranta di umana tragedia, che vuole far riflettere su quanto il nostro passato, personale e collettivo, possa essere gravoso.

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