Annie Ernaux Book Review il posto

Ci sono un padre, una figlia che vuole ad ogni costo provare a raccontarne la storia e un paese della provincia francese del Novecento, al centro della costruzione di Il posto, romanzo breve scritto dall’autrice francese Annie Ernaux nei primi anni Ottanta e recentemente pubblicato in italiano da L’orma editore.

La definizione di “romanzo breve”, però, in realtà non descrive esattamente quello che questo libro contiene: nelle sue pagine, infatti, si snoda un lungo racconto fatto di immagini, ricordi, flash staccati che, considerati nell’insieme, affrontano l’impresa (titanica, ma qui aggredita lavorando di sottrazione, in punta di scalpello, levando strato a strato tutto ciò che è superfluo) di raccontare la storia di una vita. Quella del padre dell’autrice, della sua nascita nella provincia francese dei primi anni del Novecento, del suo faticoso costruire, pezzo dopo pezzo, un’esistenza apparentemente “dignitosa”, sentita come l’unico modo per riscattare un peccato originale da cui non c’è redenzione: quello di essere nati miseri, di aver combattuto giorno dopo giorno tra il letame e le mosche, di essere ignoranti per necessità, senza colpa, con un orgoglio scontroso in cui è difficile segnare il punto esatto in cui la vergogna finisce e inizia l’autocompiacimento per avercela comunque, in qualche modo, fatta a lasciare i campi diventando prima operai e poi piccoli commercianti, riuscendo così a mettere da parte quel tanto che serve per offrire ai parenti e agli amici un pranzo come si deve, dopo il funerale, quando infine si muore.

Il romanzo di Annie Ernaux non fallisce – grazie alla strana, affascinante e disseccata abilità della sua autrice nel gestire ogni singola parola e ogni singola frase – nel tentativo di tracciare le linee essenziali della vita di quest’uomo francese dall’esistenza prevedibile ma non per questo elementare, forse priva di grandi scosse e di momenti degni di essere consegnati all’imperitura memoria, ma nonostante questo (o forse proprio per questo) non sterile e non banale. Per riuscirci, l’autrice sceglie di non descrivere mai i pensieri di suo padre ma di limitarsi ai gesti, alle poche frasi e considerazioni ricorrenti, alle abitudini quotidiane che ne hanno riempito la vita e che si rivelano capaci di spalancare un intero modo di pensare e di considerare il mondo, di dargli valore, di interpretarlo passo dopo passo, senza bisogno di ulteriori indagini o speculazioni: fatti puri, puri gesti, capaci di essere straordinariamente eloquenti nonostante la loro apparente ellitticità.

Annie Ernaux portrait

Nelle parole di Annie Ernaux che descrivono la vita di suo padre in termini assolutamente non romanzati e non “epici”, del tutto privi di autocompiacimento memoriale o di lacrimosa indulgenza post mortem, c’è sempre qualcosa di universale, che emerge pagina dopo pagina e che costituisce il vero valore aggiunto di questo romanzo: in questo racconto così connotato geograficamente e temporalmente si nasconde in realtà una storia capace di uscire prepotentemente dai confini della provincia francese novecentesca. Una storia che, raccontando una e una sola vita, le racconta in realtà tutte, mettendo insieme un pulviscolo di dati e di immagini che sono capaci di depositarsi nella mente di chi li legge “facendo contatto” con una nuvola di altri ricordi precedenti (personali, ma anche letterari) e arrivando a compenetrarsi in loro, amalgamandocisi dentro.

Così succede che, alla fine del racconto, quell’uomo inafferrabile (perché tale resta, nella sua essenza, il protagonista di questo libro: inafferrabile come ogni persona descritta da occhi altrui) si squaderna davanti a noi assumendo contorni e proporzioni stranamente familiari:

nel suo rifiutare ogni forma di partecipazione politica e sindacale (sentita come spreco di tempo e di energie e come inutile vezzo, incapace di avere un senso in una vita in cui il riscatto si costruisce solo attraverso fatica, risparmio e lavoro), troviamo l’eco di infiniti altri personaggi, di altre storie profondamente italiane, che ci sono familiari nonostante tutto;

nel suo voler caparbiamente risparmiare per rinnovare il suo piccolo negozio, riuscendo infine a rifarne la facciata “in stile moderno” proprio nel momento in cui, altrove, si afferma il gusto per il rustico e tutti i locali di nuova costruzione si affrettano a ricreare in modo posticcio un finto “stile tradizionale normanno” ritroviamo il disperato desiderio di rigettare il passato in vista di un’apparente “modernità” che – per un lettore italiano – non può non ricollegarsi a Pasolini e al suo modo di raccontarci quello che anche noi, come popolo, siamo stati;

nel dipanarsi doloroso e complesso del suo rapporto con la figlia, una giovane donna destinata a essere radicalmente diversa da lui perché inevitabilmente più istruita, più colta, più dotata di strumenti di lettura e critica della realtà e quindi anche delle sue radici e di tutto il mondo che il padre rappresenta, troviamo il racconto lucido e addolorato di una relazione familiare intricata pur nella sua apparente non-tragicità. Una storia capace di avere echi balzacchiani ma anche, contemporaneamente, di farci pensare a Valerio Magrelli e a tutto un universo di scrittori che indagano il dramma insolubile dell’incomunicabilità tra generazioni diverse che si trovano – forse senza colpa, ma con innegabile dolore – a parlare lingue differenti e a non sapere più troppo bene cosa dirsi.

Annie Ernaux ReviewIl romanzo di Annie Ernaux, insomma, riesce a dosare i pochissimi mezzi di cui si serve e a costruire, attraverso di loro, una storia che forse non è epica ma che certo è grande, allargata, capace di debordare dai suoi confini e di mettersi in relazione con molte altre storie che la precedono e la sovrastano e che parlano in primo luogo di noi, chiunque noi siamo. Si nasconde in questo il principale pregio di questo racconto fortemente “classico”, privo di acuti e di incidenti di percorso, in cui ogni persona diventa un personaggio e ogni parola e ogni gesto si caricano di significati grandi e definitivi. Dolorosi e innocenti insieme, come accade sempre quando si chiamano in causa i nodi eterni e inestricabili (primo tra tutti quello di capire qual è “il posto”, il proprio posto entro le maglie della società, di cui si parla nel titolo) con cui da sempre e per sempre l’umanità è chiamata a combattere.

Annie Ernaux, Il posto, L’orma editore, 2014, 114 pagine. 

 

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Valerio Magrelli, Geologia di un padre, Einaudi: vita e morte di un padre, viste attraverso lo sguardo di suo figlio.

Honoré de Balzac, Eugenia Grandet, BUR: il classico francese per eccellenza sui padri, le figlie e gli abissi che separano le generazioni.

Frank McCourt, Le ceneri di Angela, Adelphi: storia di infanzie irlandesi di miseria nera, raccontate con gli occhi di un figlio diventato scrittore.

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