Quinto Potere Movie Review

Il Quinto Potere di Bill Condon è un film disastroso da qualsiasi punto di vista lo si guardi. Sbagliato nelle sue premesse, nelle sue ambizioni e nella sua realizzazione, il film immola la complessa vicenda di WikiLeaks sull’altare del dio spettacolo, riducendosi a sciatto e moraleggiante thriller politico che si risolve in una superficiale e becera condanna ad Assange e WikiLeaks.

Basato su due libri  dedicati alla vicenda (Inside WikiLeaks. La mia esperienza al fianco di Julian Assange nel sito più pericoloso del mondo di Daniel Domscheit-Berg  e Wikileaks. La battaglia di Julian Assange contro il segreto di stato dei giornalisti britannici del Guardian Luke Harding e David Leigh) Il Quinto Potere racconta la storia di Wiki-Leaks, associazione no-profit che si impegna a raccogliere anonimamente documenti segreti per poi pubblicarli sul proprio sito.

Il film si sofferma soprattutto sul rapporto tra Julian Assange (Benedict Cumberbatch), fondatore di WikiLeaks, e il suo braccio destro , Daniel Domscheit-Berg (Daniel Brühl), partendo dal loro primo incontro nel 2007, fino alle dimissioni di quest’ultimo nel 2010, a seguito dei dissidi apertisi con Assage con l’esplodere del caso relativo alla rivelazione di documenti segreti inerenti alla guerra in Afghanistan.

Arriviamo subito al punto: Il Quinto Potere  è un  film disastroso da qualsiasi punto di vista lo si guardi, sbagliato nelle sue premesse, nelle sue ambizioni e nella sua realizzazione, è un film che non decolla mai, naufragando nel più trito e banale film di genere.

Perché le premesse sono sbagliate? Perché il regista Bill Condon e lo sceneggiatore Josh Singer hanno deciso di risolvere il soggetto del film nel classico thriller politico con stoccata moraleggiante in chiusura. Mai scelta fu più sbagliata. E’ innegabile che la vicenda di WikiLeaks abbia i suoi lati coinvolgenti ed intriganti, ma questo non significa possa essere tradotta nel più convenzionale dei thriller senza correre alcun rischio.

Proprio questa volontà di adattamento-traduzione è alla base della scelta di porre l’attenzione quasi esclusivamente sul rapporto controverso tra Assange e Berg. L’idea era quella di enucleare un classico eroe buono, ovviamente Berg, che si contrapponesse alla follia del cattivone di turno, ovviamente Assange, il quale, pur partendo da buone intenzioni, ma divorato dai suoi complessi e ossessioni, finisce per ideare un “piano di distruzione dell’umanità”: la rivelazione incontrollata di documenti  troppo sensibili che avrebbe messo in serio pericolo la vita moltissime persone “innocenti” (basti ricordare i personaggi di Sarah Show e James Boswell, interpretati da una Laura Linney e da un Stanley Tucci ai minimi storici, così “tragici” nel loro essere politici “innocenti” travolti dalla follia rivelatrice di Assange).

In questo modo l’intera vicenda viene risolta nella tipica lotta tra bene e male con l’inevitabile ed edificante happy-end: Berg sconfigge il pazzo Assange, dimostrando la follia e la pericolosità di WikiLeaks, si licenzia e riesce a sabotare la piattaforma di scambio documenti del sito. E, ovviamente, a coronare il tutto, nel corso di un commovente dialogo tra Berg e il giornalista del Guardian Nick Davies (David Thewlis), giunge pure l’inevitabile (e patetica) moraletta, che questa volta verte sulla pericolosità dell’informazione libera ed incontrolata nel web.

Condon e Singer non sembrano capire che il fascino e l’interesse di questa storia non risiedono solamente nella controversa figura di Assange o nel suo rapporto ambiguo con Berg, quanto, piuttosto,  nella quantità sconfinata di questioni che la vicenda WikiLeaks solleva, solo per dirne qualcuna: il desiderio/necessità di maggior chiarezza, l’utopia di Internet come luogo di informazione libera, i problemi legati alla mancanza di filtri nell’uscita delle notizie etc.
Tutta la complessità della vicenda di WikiLeaks sparisce e Il Quinto Potere finisce per schiacciarsi in un moraleggiante e reazionario thriller politico, che instupidisce e banalizza una delle vicende più interessanti e complesse degli ultimi anni, risolvendosi in una superficiale e becera condanna a WikiLeaks.

Ma se l’unico problema del lungometraggio fosse stato la stupidità di fondo, magari si sarebbe potuto anche chiudere un occhio se almeno come thriller, come classica americanata d’intrattenimento, avesse funzionato. Invece  anche sotto questo punto di vista Il Quinto Potere fallisce nel modo più infimo.
Nonostante il montaggio convulso, il film si trascina senza creare un vero coinvolgimento perché non si viene mai a creare mai una vera tensione drammatica. Proprio perché la vicenda non si presta a questo genere di operazione, l’appiattimento voluto da Condon e Singer non riesce a creare ne un vero eroe buono e ne un vero antagonista, tutto appare troppo artificioso, romanzato per essere verosimile, proprio perché viene forzata e appiattita la realtà dei fatti.

A questo si aggiunge la pessima regia di Condon: l’esperienza alle redini di Twilight – Breaking Down deve averlo profondamente segnato, infatti non sembra rendersi conto che tra le mani ha un film su WikiLeaks non un treesome tra un vampiro, un licantropo e una ragazzina emo.
La sua regia è, infatti, frivola, modaiola e non ha nulla a che fare con la complessità e la serietà del soggetto trattato. Ridondante ed estetizzante fino allo sfinimento il regista ubriaca lo spettatore con una serie continua di movimenti di macchina iper-cinetici e iper-dinamici completamente gratuiti, che non aggiungono nulla al film, ne in significato ne in spessore narrativo. Particolarmente significative in questo senso sono le sequenze oniriche che rappresentano lo spazio virtuale di WikiLeaks come una sorta di studio di una grossa testata giornalistica, con tavoli e fogli ovunque. Questi piccoli siparietti estetizzanti sconcertano per la loro gratuità, non inspessendo in alcun modo il lungometraggio, ma limitandosi a sottolineare quanto detto pochi secondi prima nelle sequenze realistiche.

Il Quinto Potere è film tristemente non riuscito. Vorrebbe raccontare la vicenda di WikiLeaks, ma si limita a narrarne un solo aspetto, che tra l’altro finisce per instupidire e svuotare in una spirale melodrammatica da soap-opera. Vorrebbe essere un thriller, ma non riesce ne a coinvolgere ne ad intrigare. Che dire, ne avremmo fatto tranquillamente a meno. Speriamo che in futuro qualcuno riprenda in mano la storia di Assange e WikiLeaks e che riesca a darle una veste cinematografica decisamente più dignitosa.

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