Commedia Erotica Trash 1

IL RISO ABBONDA NELLA BOCCA DEGLI STOLTI (1/3)
L’epopea ’70-‘80: il mondo distorto, sguaiato, burino della commedia trash all’italiana

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1984. L’allenatore nel pallone. In questa celebre pellicola vi sono un paio di battute che in un certo qual modo identificano lo spirito di una stagione cinematografica senza il quale non si può comprendere le origini della commedia trash all’italiana: «Silvia rimembri, bella culona!». E ancora: «La donzelletta vien dalla campagna e la chiappa si bagna…». Ovvero, come decapitare Leopardi, il capro espiatorio per restituire l’atroce sberleffo di una nouvelle vague pecoreccia nei confronti di una tradizione artistica recepita come troppo alta, distante, ostile. Una sorta di reazione, anzi, una pernacchia in faccia ad un patrimonio, cinematografico, artistico e letterario, che invade la sottocultura di massa a cavallo dei ’70-’80.

Sono gli anni in cui gli sguardi stralunati e porcini di un Alvaro Vitali vengono apprezzati da una critica giovane e disimpegnata, che dopo tonnellate di ideologia, politica ed anni di piombo, non si riconosce più nei modelli dei padri e che rifiuta il cinema come esperienza estetica o intellettuale privilegiata. Una rivendicazione che ha il suo simbolico apogeo nel celeberrimo urlo liberatorio dell’impiegato Fantozzi – «La corazzata Potëmkin è una cagata pazzesca!»[1] – capace di strappare novantadue minuti di applausi (Il secondo tragico Fantozzi, di Luciano Salce del ’76). Un tale atteggiamento[2] riuscì a sopravvivere lungo i decenni, dai ’70 ai ’90, partendo dall’irriverenza trash della commedia sexy, che si pose giocosamente contro una certa critica superciliosa, conformista e pseudointellettuale – quella che per intenderci pranza con Antonioni e si corica con Bergman – sino ad arrivare alle “Vacanze di Natale”, l’edonismo consumistico degli anni rampanti, quelli delle giacche firmate, dei volti abbronzati da “yuppies” sponsorizzate dalle tv commerciali, e di una cultura revisionista, vagamente sinistroide (nel ’98, Oliviero Diliberto, di Rifondazione Comunista, allora ministro del governo D’Alema, ebbe da affermare la superiorità di Banfi su Antonioni), che sulle pagine di riviste storiche come Nocturno, si mise a ricostruire una sorta di scanzonata mitologia attorno a pellicole giudicate a suo tempo “spazzatura”. Ecco come tramutare il trash in cult. Un processo di nobilitazione che testimonia la volontà di rottura nei confronti di una certa egemonia culturale. Forse solamente una provocazione, anzi, una rivincita. O più probabilmente l’inizio di una stagione culturale e di una mutazione sociale ed antropologica più profonda.

Eppure, per quanto riguarda la commedia trash, la pistolettata in aria è stata data dal Boccaccio, anzi, dal Boccaccio di Pasolini (il suo Decameron è del ’71), autore tutto d’un pezzo ma forse inconsapevolmente trash, al quale sono seguiti epigoni sempre più scollacciati in grado di dare fondo praticamente a tutta la novellistica erotica immaginabile. In questo caso il ’72 è la magica annata che ha partorito: Decameron proibito e Decameron proibitissimo – Boccaccio mio statti zitto, Le caldi notti del Decameron, Canterbury proibito, Quando le donne si chiamavano madonne, fino ad arrivare al classico Quel gran pezzo dell’Ubalda tutta nuda e tutta calda. Tutto ebbe inizio qui, con il filone della commedia sexy medievale (“decamerotica”) che per certi versi raccolse l’eredità dei successi brancaleonici (Monicelli gira i suoi capolavori nel ’66 e nel ’70) e che successivamente continuò andando ad esplorare qualsiasi angolo dell’Italia popolare post sessantottina. Un corpus piuttosto vasto di pellicole low budget, girate frettolosamente, che fecero la fortuna di un’Italia caciarona e avida di caserme e scolaresche, conventi e bar sport, ospedali e salotti borghesi, invasi da un ciclone di ormoni, barzellette sporche, gag sguaiate e palpeggiamenti. Il comun denominatore di questa serie ipertrofica di titoli non è solo quello spirito di liberazione di cui sopra, ma anche la restituzione di un folklore maccheronico arrembante, con quasi tutte le possibili varianti regionali, convertito in salsa piccante. Un legante di nome: Edwige Fenech, Barbara Bouchet, Lory del Santo, Gloria Guida, Lilli Carati, Nadia Cassini, Carmen Villani e molte altre, ovvero le sorelle maggiori di una seconda ondata capeggiata dalle forme prosperose di Carmen Russo, Serena Grandi e Sabrina Salerno, donne che con Alba Parietti, Pamela Prati, Eva Grimaldi & Co troveranno una loro dimensione, una decina d’anni più tardi, in format televisivi dal grande fabbisogno di vallette (da Drive-In a Striscia la Notizia).

In poche parole le cosce e le scapezzolate di una messe di interpreti ed eroine, pronte ad invadere l’immaginario erotico collettivo di un’Italia pruriginosa e post democristiana, sono gli ingredienti imprescindibili di un cinema che ruota attorno ad un’ideale di donna oggetto del desiderio (quasi mai appagato), territorio di caccia maschile e preda dei peggiori istinti. Stiamo naturalmente parlando di un erotismo regredito al livello di un voyeurismo fanciullesco, sicuramente spinto e sporchiccio, ma che di sofisticato non ha proprio nulla, se si considera l’esposizione pressoché costante e generosa di corpi svestiti di belle fanciulle. Tuttavia la commedia erotica degli anni ‘70 non rispose al solo fabbisogno ormonale degli italiani di quel tempo ma, per merito di un certo successo commerciale, funse da recipiente nel quale far confluire una serie di generi popolari che rischiavano di scomparire data la crescita del cinematografo, vedi l’avanspettacolo, il teatro rionale ed un certo cabaret romanesco greve e dalla battuta facile. Una zattera che permise a molti comici e caratteristi di salvarsi dal naufragio e di rilanciare una carriera di lì a poco spumeggiante ma, in alcuni casi, transitoria. Parliamo di personaggi grotteschi, intrisi di una comicità viscerale, goliardica, straripante, costruita su battute da caserma, smorfie, rutti, peti, schiaffoni ed una serie insistente di giochi verbali, doppi sensi e paronomasie. Qualche nome: Lino Banfi, Alvaro Vitali, Renzo Montagnani, Mario Carotenuto, Ennio Antonelli, Enzo Cannavale, Bombolo, Jimmy il Fenomeno e i primi Gianfranco d’Angelo e Pippo Franco. Dal gruppone si distinsero poi le saghe dei vari “Pierini”, con Alvaro Vitali e successori, i personaggi coloriti di Lino Banfi, su tutti l’allenatore Canà ed il commissario Lo Gatto, e poi i vari Fantozzi, creatura di Paolo Villaggio, in grado di sopravvivere agli anni ’80 e ‘90, dominati da una seconda ondata di comici.

Ma, attenzione, la componente trash di questo filone cinematografico non è data solamente da un umorismo dal baricentro basso, da un erotismo da un tanto al chilo, dalla scarsità dei mezzi e dall’imperizia di regie e sceneggiature non sempre all’altezza, ma anche e soprattutto dalla rappresentazione della realtà, totalmente conformata all’esaltazione degli stereotipi di questo Paese. La commedia trash seppe infatti raccogliere tutte le disfunzioni e gli elementi negativi dell’Italia figlia del miracolo italiano – corruzione, sessismo, razzismo, ipocrisia, illegalità – riproponendole in chiave carnevalesca. Una sorta di catalogo dipinto a tinte salaci dove quasi nulla funziona e l’onestà, la morale, il pudore ed il buon gusto vengono sonoramente sbeffeggiati con un’insolenza da osteria. Una visione comunque congruente con quella del pubblico, che continuando a frequentare certe rappresentazioni ha saputo rafforzare i propri pregiudizi per mezzo di un’arma a doppio taglio come quella della risata, in questi casi spesso compiaciuta, bonaria, complice e poche volte sarcastica.

Inoltre vi è del trash anche nella continua, sistematica ed irriverente messa alla berlina di qualsiasi istituzione: vedi la scuola[3], composta da insegnanti incompetenti, ridicoli e libidinosi, alunni impertinenti ed ormonati, presidi goffi e fascisti, bidelli complici e maldestri, supplenti sbadate e di facili costumi. Ed ancora la politica[4], fatta di commendatori puttanieri, di burocrati corrotti e di facce toste che mai ti saresti sognato di ritrovare un giorno in Parlamento. E poi l’arma[5], con i suoi militari allupati ma incauti, le poliziotte sexy ed i carabinieri terroni, analfabeti e ritardati: degli scemi senza speranze. Per non parlare della sanità[6], fatta di dottori laureati in Africa ed infermiere scosciate che non ce la fanno proprio a rimanere vestite, e della Chiesa[7], popolata da preti lussuriosi, chierichetti omosessuali e monachelle un po’ troppo curiose. Per poi finire con la famiglia[8], ipocrita ed incestuosa, con la polvere sotto il tappeto, che trabocca di genitori adulteri e di nonne, mamme, zie, cugine compiacenti. Un repertorio pressoché infinito, quello esplorato dalla commedia trash, che vive di topoi irrinunciabili, come la classica scena della doccia o la voyeurata di gruppo dal buco della serratura, quando non dalla finestra. Dalla seconda metà degli anni ’80 in poi questa sorta di deposito di gesti e personaggi verrà ereditato in parte dalla televisione e da un ricambio generazionale di nuovi interpreti maschili e femminili, ed in parte dalla cinematografia porno, prodiga nel convertire tale casistica umana, da monumenti dell’atto mancato, a delle vere e proprie orge a tema.

Nell’animo di noi contemporanei, questa commedia pecoreccia alle volte viene ricordata con incauta nostalgia, ma spesso si ignora il fatto che da quella grande foto di gruppo dell’Italia che fu ci sono state delle macchiette che hanno saputo sopravvivere negli anni. Anzi, alcune di esse sono persino riuscite a salire al potere. E se tutt’ora una certa commedia trash sopravvive sull’onda di un sapiente riaggiornamento, significa che, malgrado tutto, il pubblico ha ancora bisogno di ridere di queste cose.

 

continua…

Il riso abbonda nella bocca degli stolti (2/3)

[1] In realtà Fantozzi parla della corazzata “Kotionkin”, titolo fittizio di una pellicola che si rifà sarcasticamente alla corazzata Potëmkin. Difatti nel film si parla di un lungometraggio umanamente insopportabile e esasperante, quando in realtà l’originale di Ejzenštejn dura meno dei celebri 92 minuti di applausi (circa 75).

[2] In tal caso si veda l’episodio Le vacanze intelligenti, con la memorabile coppia Alberto Sordi-Anna Longhi, contenuto in Dove vai in vacanza? (‘78): di gran lunga superiore a qualsiasi altra pellicola che intenda esprimere il medesimo concetto.

[3] Ne ricordiamo alcuni: La liceale (’75), L’insegnante (’75), La professoressa di lingue (’76), Classe mista (’76), La professoressa di scienze naturali (’76), La compagna di banco (’77), La liceale nella classe di ripetenti (’78), L’insegnante va in collegio (’78), più, naturalmente, tutti i Pierini.

[4] Uno dei film più esemplari è certamente Nonostante le apparenze… e purché la nazione non lo sappia… All’onorevole piacciono le donne (’73). Tuttavia le istituzione politiche e giuridiche dell’Italia anni ’70 vengono sistematicamente coinvolte nelle rappresentazioni caricaturali. Vedi La pretora (’76) o Giovannona Coscialunga disonorata con onore (’73).

[5] Tra cui: La dottoressa del distretto militare (‘76), La poliziotta fa carriera (’76), La soldatessa alla visita militare (’77), La soldatessa alle grandi manovre (’78), La poliziotta della squadra del buon costume (’79).

[6] Come: L’infermiera (’75), L’infermiera di notte (’79), L’infermiera nella corsia dei militari (‘79), Pierino medico della Saub (’81).

[7] Vedi: Il prete sposato (‘70), L’educanda (’75), Le seminariste (’76), Voto di castità (’76), ma figure di preti e suore, dipinti in tutte le salse e spesso messi alla prova, sono presenti in moltissimi altri film.

[8] Ad esempio: Malizia (’73), La vedova inconsolabile ringrazia quanti la consolarono (’73), La governante (’74), La cugina (‘74), Peccato Veniale (’74), La nipote (’74), Il vizio di famiglia (’75), La stangata in famiglia (’75), La vergine, il toro, il capricorno (’77), La moglie in bianco… l’amante al pepe (’80), Il marito in vacanza (’81).

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