Turkey ProtestMa dimmi un po’: come ci sei finita dentro?

Vivendoci, aprendo gli occhi. Ti ci ritrovi coinvolta. E la strada che ho preso è quella della condivisione, perché sono donna, perché credo che in una manifestazione non tua, dove ogni secondo può cambiare le cose, puoi essere solo un disagio e un pericolo per te e per gli altri.

Anna è una mia amica che all’inizio di quest’anno accademico è andata in Erasmus ad Istanbul e qualche giorno fa ha iniziato a scrivere status preoccupanti su Facebook. È stato da qui che sono venuto a sapere quello che stava accadendo in Turchia, all’inizio in maniera piuttosto confusa; la notizia è arrivata venduta come una battaglia strettamente ambientalista che aveva preso una piega da guerriglia urbana. Di guerriglia urbana si tratta, ma gli alberi c’entrano poco nella posta in palio.

Anna è una fotografa eccezionale, quando ci siamo sentiti le ho chiesto se avesse qualche scatto a documentare quello che sta accadendo, ma purtroppo no. Solo rumori: «quando mi son resa conto di quello che stava succedendo dalla finestra della mia casa, a Besiktas, con la pelle d’oca, per prima cosa ho registrato il suono con il cellulare». Alla faccia degli hashtag, dei filtri di instagram, dei video; Anna ha scelto lo strumento più verista, una registrazione audio che dal momento in cui si avvia si affida completamente al caso, senza possibilità di scegliere inquadrature o fermare momenti piuttosto di altri.

Perché di realtà si tratta qui. Leggere le notizie sul giornale, corredate di foto e video anche amatoriali e quindi più veri ancora non è sufficiente. Altra cosa è sentire un’amica di cui ti fidi raccontare queste cose perché c’è stata in mezzo, è quello che ti getta della crudezza della realtà, nella violenza degli scontri, nell’asfissia del gas.

besiktas«Iniziamo ad incrociare ragazzi dall’altra parte della strada che dispensano limoni, maschere, acqua; più ci avviciniamo più vediamo barriere costruite con mattoni, cassonetti; c’è puzza di gas. É impossibile prendere altre strade così iniziamo a camminare veloci coprendoci e riparandoci occhi e bocca. Sono schierati manifestanti da una parte, polizia dall’altra, incito la mia amica a passare velocemente prima che inizino di nuovo a tirarsi gas. Lo scenario è da film: strada deserta due fazioni ferme immobili ad aspettare chi sarà il primo a muoversi, qualcosa che brucia nel mezzo. Speravo che passando quel blocco la situazione fosse migliore, ma la nube di gas era impressionante, gli occhiali non mi proteggevano più. Avrei voluto proseguire verso casa ma saremmo dovute passare per le strette vie di Besiktas e da lontano sembrava solo fumo, vedevo persone accucciate, maschere, un carro armato della polizia all’angolo. Così deviamo e, correndo, saltiamo sul ferry per Uskudar (parte asiatica). Oramai ci vedevo poco, faticavo a respirare. Arrivate lì, voltandomi la situazione dietro di me stava degenerando: lacrimogeni, fiamme, gente che scavalcava i tornelli del ferry e saliva sulla barca in partenza. L’impressione è stata di trovarmi in una barca di profughi disperati che guarda indietro verso ciò che sta lasciando».

Paura, sì, ma il lungo racconto che Anna condivide con me non tradisce confusione, non presenta uno scenario incerto, ma fortemente risoluto, come se questo violento risveglio delle coscienze non lasciasse spazio a incertezze che per troppo tempo hanno tenuto la rabbia dei turchi, tutti i turchi, repressa. «Da quando sono arrivata ogni persona con cui ho parlato, studente, lavoratore, venditore per strada, insegnante ha espresso totale malcontento per le decisioni in campo economico, edilizio, religioso, militare di Tayyip [n.d.r. Da noi semplicemente Erdogan, Anna lo chiama Tayyip, credo sia un indizio di quanto si sente dentro a questa cosa, ma non me ne sono sincerato]. Me ne hanno sempre parlato con una rabbia repressa dentro pazzesca. Hanno sempre definito questo paese come uno stato di polizia e l’ho potuto constatare di prima persona anche il primo maggio».

Non sempre è ben chiaro che l’edilizia è politica: non si tratta di un mero vezzo ambientalista, c’è molto di più dietro a una strategia come quella di Erdogan, in cui la cementificazione di parchi e foreste invade anche aree di emergenza, interstizi verdi che sono intercapedini di appoggio per il risanamento, in caso di disastri ambientali. Impressiona che una pagina su due di qualsiasi giornale sia occupata da progetti edilizi, la maggior parte dei quali affidata ad architetti cari amici del governo. Prevederanno pure un’edilizia antisismica, ma nelle zone più a rischio la popolazione è povera: gente dell’est, profughi; le nuove case avranno prezzi esorbitanti, verranno edificati hotel di lusso. Questo è solo un pretesto per obbligare queste persone ad andarsene, per attrarre ancora di più un turismo d’élite fatto di grandi sceicchi. «Una ricostruzione di gran parte della città sarebbe necessaria viste le condizioni delle case (compresa la mia), ma la concezione di “lavoro fatto bene ed in sicurezza” è ancora molto lontana da quella europea, e sapendo qual è la linea del governo c’è solo da aver paura».

Turchia1E non c’è solo la Moschea in piazza Taksim e il centro commerciale di Gezi Park, ma in progetto c’è anche un terzo ponte sul Bosforo, alcune centrali idroelettriche sul Mar Nero, il terzo aeroporto internazionale. Piazza Taksim non è un luogo come un altro per il popolo turco. Non è né laico né musulmano, né di una certa Turchia né di una certa altra. Si tratta di un luogo simbolo di unificazione di un popolo, oltre qualsiasi barriera, che fonda la propria memoria collettiva sul sangue dell’attentato del 1977. Da allora il primo maggio è periodico scontro fra il governo e manifestanti, e quest’anno non ha fatto eccezione.

Parlavo di rabbia, parlavo di risolutezza. Anna è appena salita sul traghetto, e «il kaptan del ferry è preso di mira perché non ha aspettato a far salire altra gente, ma abbiamo scoperto poi che se avessimo aspettato di più la polizia ci avrebbe sparato addosso. È stato l’ultimo ferry a partire e attraccare. I collegamenti dopo sono stati interrotti».

Il giorno dopo, nella sua calma, la situazione si fa forse ancora più surreale: «La mattina presto raggiungo Besiktas prima che la città si svegli, dopo che una coppia di amici in spedizione mi avverte che la situazione è tranquilla.

Ma non avrei mai pensato di trovare ciò che mi aspettava. In ferry le persone sono adulte, sono serie, guardano a terra. Come al solito nei mezzi pubblici c’è silenzio, nonostante i turchi sappiano bene come divertirsi, sanno anche quando è il momento di non disturbare e di avere rispetto degli altri compagni di viaggio. Mi sarebbe piaciuto capire con che occhi guardavano la loro città svegliarsi, se sapevano cos’era accaduto.

Mi sarei aspettata di trovare un triste e vuoto campo di battaglia, una città bloccata, testimone della forza e crudeltà degli attacchi. Al mio arrivo trovo autobus, taksi, venditori per strada, sole. Mi chiedo se questo è il posto che ho lasciato la sera prima fuggendo. Per strada tutto è pulito, non più mozziconi di sigarette, nessuna scritta, una sola vetrina rotta. Nessun fumogeno a terra, nessuna barricata. Delle mille scritte anti governo non c’è più traccia, lo stesso camioncino che raccoglie l’immondizia dice di aver dovuto sparare vernice per coprirle».

Il racconto di Anna della notte successiva è molto più stringato, anche se più drammatico. Forse perché ancora da metabolizzare, perché è difficile recuperarlo nella propria mente. Anna in fondo ci sta facendo un favore raccontandoci queste cose: «La sera e notte la passo da un amica al quarto piano, sempre a Besiktas, ma almeno ho la sicurezza di non esser da sola e che il gas non arriva facilmente in casa. E di gas quella notte ne è stato sparato. Besiktas era circondata: da Barbaros, a Dolmabahce, ad Akaretler. La gente correva sotto la nostra strada chiedendo acqua, chiedendo di aprire i portoni in caso di emergenza. La notte vengo svegliata alle 5 da urla, ed affacciandomi 20 poliziotti silenziosi si muovono in squadra e buttano un lacrimogeno dentro l edificio abbandonato davanti».

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Insomma: il panico iniziale, poi la presa di coscienza dei propri mezzi, poi l’atmosfera di condivisione entusiastica da “farfalle nello stomaco”, mi dirà Anna, quando gli abitanti di Istanbul aprono le finestre e sbattono pentole per far rumore, quando gli autisti degli autobus fermati dai manifestanti per strada accettano di suonare continuativamente il clacson. Poi la guerra, la paura, la resistenza, e infine il bisogno di raccontare tutto questo, perché chi dovrebbe farlo non lo sta facendo.

Perché sta succedendo tutto questo? A quale scopo?

«Vi posso rispondere: sfogare la repressione di dieci anni ed aprire gli occhi al mondo facendo vedere che la Turchia, nonostante la crescita economica, l’apparente avvicinarsi e conformarsi a regole europee, è e rimane una dittatura portata avanti da un ministro che per grande personalità e carattere riesce ad imporsi su tutto e tutti. Non credo debbano mollare, un’occasione così non ricapita spesso».

Ma la Turchia è pronta a un dopo?

«Politicamente non è pronta un’opposizione nel caso di dimissioni volontarie (improbabili) o forzate. Le elezioni avverranno nel 2014 e quel tempo è necessario per far sì che si costituisca una maggioranza per poter governare».

Ma una coscienza popolare turca, quella è pronta? A sentire Anna sembra di sì.

Voglio presentarvi un popolo che mi ha accolta a braccia aperte, aiutandomi, offrendomi the, chiamando traduttrici improvvisate, accompagnandomi fino al punto in cui desidero arrivare. Che non perde occasione di dimostrare che questa battaglia li sta unendo come un’unica cosa. Non esistono più curdi, musulmani estremisti, puttane, transessuali, politici, artisti, giovani, famiglie, Galatasaray, Fenerbahce, Besiktas. Sono il popolo turco.

Un popolo che se ti trova per strada lacrimante per il gas ti offre i suoi occhiali, un popolo che apre le porte ai manifestanti rischiando perquisizioni in casa della polizia, un popolo i cui anziani sbattono le pentole dai balconi e offrono limoni, acqua, latte e viveri ai  giovani energici che manifestano anche per loro.

Guidatori di autobus che formano una barriera con il loro mezzo per bloccare l’avanzata della polizia. Guidatori di taksi che (testimonianza della mia coinquilina) ti dicono nel mezzo della notte, nel mezzo di tre schieramenti di polizia: non preoccuparti, a voi due ragazze a casa vi ci porto io, e che impiega mezzora per trovare strade libere e sgombere, e le nasconde dietro ai sedili improvvisando un semplice taksi vuoto che gira nella notte.

Gruppi islamici della fazione più credente che si definiscono ora rivoluzionari affermando che il loro dio gli porta ad amare il popolo e non chi si arricchisce a spese del popolo, e che magicamente capisce di essere stato usato dal governo per ottenere voti.

Amici turchi che ti scrivono per avere tuoi aggiornamenti, che diventano tuoi navigatori satellitari per spostamenti sicuri, che si offrono di scortarti nella notte.
Persone che per tutti gli animali di strada ogni giorno lasciano ad ogni angolo un piatto di crocchette e di acqua.

Un popolo di giovani medici che improvvisa in laboratori di università centri accoglienza per feriti, mentre la polizia attacca con fumogeni dentro l’università o che invade una moschea e cerca di lavorare mantenendo il rispetto per il luogo in cui si trovano.

Persone con handicap motorio che si buttano in mezzo alla strada per fermare i camion della polizia.

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