Il Soggetto Irritabile (1/2 Prima Parte)

Il soggetto irritabile. La rabbia come percorso tematico nei romanzi di Paolo Volponi

Questo articolo è contenuto in CAM#06: Don’t worry, be angry.

La critica ha spesso sottolineato la presenza, nei romanzi di Volponi, dei folli e dei diversi, che hanno una funzione precisa:

Al fondo della poetica di Volponi si colloca una percezione irriducibilmente lirica, ovvero altra, della realtà che troverà la propria figurazione esemplare nell’immagine del folle, nella sua ottica deformante e visionaria. Il nevrotico diviene[…] un ribelle al quale la stessa nevrosi dà una capacità di interpretazione della realtà più acuta e rivelatrice. L’oltranza della follia, diviene strumento di conoscenza: diviene la specola, la ferita-feritoia dalla quale inquadrare la violenza della normalità istituita. (Guido Santato, Il linguaggio di Volponi tra poesia e romanzo, in «Paragone-Letteratura», n.442, 1986, pag. 12-13)

La follia in Volponi non è fine a se stessa e si manifesta quasi sempre come una reazione virulenta, attraverso i vari stati di quella che in psicanalisi si definisce “isteria”, che non è solo malattia o sfogo, è la conseguenza di una razionale ricerca di un rapporto tra l’individuo e la società, ma l’io sociale è sempre un io ferito. La critica ha infatti spesso evidenziato il risvolto polemico nei confronti della società nelle opere di Volponi, individuando contemporaneamente il carattere visionario, allucinatorio del suo modo di guardare il mondo, supportato non di rado da personaggi nevrotici o folli: il linguaggio “lirico” ha allora il doppio compito […] di esprimere l’ottica deviante di costoro, vittime della società, e di porre un’esigenza di alterità “utopistica” rispetto al mondo stesso di oggi, nelle sue forme neocapitalistiche. (Mengaldo Storia della lingua italiana. Il novecento, Bologna , il Mulino, 1994, pag. 180 e 356)

Il lanciatore di giavellotto, del 1981, è forse il romanzo dove la follia è più “individuale” e meno “sociale”, derivata da un rapporto morboso con la madre bellissima e fedifraga, dalla difficoltà a rapportarsi con le donne, che porta il giovane protagonista a coltivare una violenza repressa, che l’esercizio fisico non basta a sedare, fino al doppio gesto estremo finale. Il suicidio però non è sempre un segno di sconfitta, ma spesso, come in età romantica, è concepito come un’offesa e un affronto al mondo. Nelle opere di Volponi l’annullamento dell’io è una costante (Saluggia, Crocioni, Aspri, Possanza e Saraccini sono dei perdenti, sconfitti e annichiliti dalla società e dalle persone) anche se solo due volte nei romanzi e uno nei racconti il protagonista ricorre al suicidio. Marco Vianello nel suo saggio apparso nel 2003 sulla rivista «Studi Novecenteschi» avente per titolo Volponi e il tema del suicidio confronta i protagonisti de La macchina mondiale, Il lanciatore di giavellotto e Talete, sostenendo che non si può parlare di follia, si tratta invece di una lotta interna alla ragione e di una reazione alla folle “ragione strumentale” della società neocapitalistica:

compresenti sono i due elementi che determinano la ‘stranezza’ dei personaggi volponiani e, alla fine, le cause ultime del suicidio, ‘soggettivo’ e ‘oggettivo’: l’irregolarità soggettiva dei personaggi da una parte, dall’altra la società che esclude e respinge l’uomo. È ancora, anche se il problema è ora posto in altri termini, il tentativo dei romantici di comunicare con l’autrui, solo che Volponi sembra mettere l’accento accusatorio soprattutto su quest’ultimo, nel mondo borghese e industrializzato. (pag. 73-74)

Una follia non più soggettiva è invece rappresentata in due romanzi “apocalittici”: Il pianeta irritabile, del 1978, e Le mosche del capitale, del 1989. Il primo è proiettato in un futuro lontano che però non esita ad alludere a fenomeni degli anni ’70 e si configura come un ritorno ad un passato primitivo e primordiale, in cui la violenza fa parte della logica della sopravvivenza. In questa grande allegoria ad arrabbiarsi è il pianeta stesso con la sua natura e i suoi animali, che si sbarazzano dell’ingombrante e nociva presenza umana.

Le mosche del capitale invece è un romanzo che ebbe una lunga gestazione, proprio perché Volponi cercò di oggettivizzarlo il più possibile, essendo stato pensato e scritto in seguito a una forte rabbia e delusione. È praticamente una lunghissima invettiva contro l’industria e il capitalismo italiani, la follia è collettivizzata e l’individuo è ormai perso nella massa, che è una massa postmoderna; la rabbia si trasfigura in immagini apocalittiche e grottesche che riflettono profonda amarezza e critica sociale. Restano fuori Il sipario ducale, del 1975, e due romanzi pubblicati molti anni dopo la loro stesura, uno addirittura postumo, cioè La strada per Roma e La zattera di sale. In questa sede si è preferito tralasciarli non perché non siano legati al tema della follia, ma perché meriterebbero un discorso a parte e diversificato rispetto a quello che vuole essere un percorso tematico sulla rabbia come violenza o come indignazione e protesta.

Si è fin qui però parlato molto di follia, non perché si intenda svolgere un’approfondita analisi psicopatologica dei personaggi volponiani (a questo proposito si può infatti rimandare al saggio di Valerio Cuccaroni La follia nella narrativa italiana (1960-1980): i romanzi di Paolo Volponi fra scrittura della nevrosi e sperimentazione), ma perché effettivamente il pensiero comune tende spesso a classificare la violenza: se essa non ha origine ideologica allora è follia. La verità è che non è così semplice distinguere tra i due casi, e i romanzi di Volponi dimostrano esemplarmente come rabbia, furore, collera, invidia, violenza, disperazione, dolore, follia, ideologia, disagio fisico, repressione sessuale ed esclusione sociale tendano spesso a fondersi e confondersi. In particolare il romanzo d’esordio, Memoriale, del 1962, e il romanzo per molti aspetti centrale e cruciale della produzione volponiana, cioè Corporale, del 1974, possono fornirci alcuni esempi importanti.

Il protagonista di Memoriale, Albino Saluggia, è un operaio che decide di scrivere una sorta di resoconto della sua esperienza, nella convinzione di essere stato ingiustamente perseguitato ed espulso dalla fabbrica e nella speranza di usare la scrittura della verità come un’arma e un’accusa. Il lettore ha quindi di fronte direttamente la voce del protagonista, senza mediazioni, in modo da avere forte e chiara la sensazione di J’accuse nei confronti della fabbrica. Il senso di ingiustizia e la voglia di riscatto umano e sociale sono dunque alla base della rabbia del protagonista. Ci sono però alcuni indizi che portano il lettore a sospettare della sua sanità mentale. Innanzitutto l’esperienza dello sradicamento e della prematura recisione del cordone ombelicale di Saluggia rispetto alla sua terra d’origine cioè Avignone, e poi al suo caro paesaggio di Candia, durante la guerra. La morte prematura del padre, il difficile rapporto con la madre, la diagnosi della tubercolosi, l’esperienza quasi forzata in sanatorio e la difficoltà per un uomo abituato alla vita da contadino di adattarsi alla vita moderna della città industriale sono tutti elementi che potrebbero aver contribuito a minare la sua psiche:

diventavo sempre più irascibile, di umore cattivo e così aspro tanto che nemmeno i miei mali lo condizionavano più. […] Prendevo spesso a calci la cassetta dei pezzi rovesciandola e la cascata rumorosa del metallo era come un avvio, un incentivo a distruggere, a fare ancora cose più sconvenienti; così rompevo tutto quello che potevo, dalla catena dei gabinetti alle maniglie, ai bicchieri degli spogliatoi. Rispondevo male ai miei compagni e se appena lo avessi potuto gli avrei picchiati. (Romanzi e prose, vol. I, pag.130-131)

In questo passaggio Albino sostiene che “i suoi mali”, cioè la tosse e i dolori al petto che secondo i medici sono sintomi della tubercolosi, non sono la causa della voglia di distruggere tutto. Qualcos’altro, forse a livello inconscio, agisce dunque sulla sua mente; in certi casi è una sorta di moralismo, unito a una non tanto velata misoginia, come nel caso del pestone rifilato a una donna che ha una relazione con il suo amico Gualatrone, «sui piedi nudi nei sandalini»pag. 130). Il fatto che si sottolinei la nudità dei piedi (in altre parti Saluggia sostiene di essere infastidito dai vestiti estivi delle donne anche in settembre e dai grembiuli slacciati delle operaie) indica un certo disagio nei confronti della sessualità, causato forse da un lato dall’asfissiante presenza di una madre troppo apprensiva e dall’altro dalla rigida educazione cattolica. Quest’ultima del resto, soprattutto dentro una fabbrica, non fa che aumentare lo scollamento del protagonista rispetto all’avanzare dei tempi.

Il timore di perdere il lavoro che assale Saluggia quando i medici lo dichiarano tubercoloso non impedisce alla sua rabbia di concretizzarsi e di manifestarsi sotto forma di aggressione ad un compagno di reparto:

Finché un giorno, poco dopo arrivati in quel reparto del montaggio, allungò le sue mani sporche verso di me, come se volesse pizzicarmi o accarezzarmi, bofonchiando qualcosa tra la saliva. Mi vinse soprattutto la repugnanza della sua bocca e lo colpii con un pugno ancora pieno dei pezzi da montare. (pag. 144-145)

La sospensione dal lavoro è un’occasione per riposarsi e riflettere, ma non sembra che ciò basti a placare Saluggia. Le poesie che egli scrive in sanatorio mostrano come il ritmo di lavoro forsennato imposto dal cottimo influisca anche sui suoi pensieri, in cui le parole si susseguono con frequenza ossessiva concatenandosi attraverso le rime. Un episodio di violenza primordiale insita nella natura acuisce inoltre, come avviene nei romanzi e nelle novelle di Tozzi, il suo senso di disagio e smarrimento:

A un tratto, vidi un guizzo rapido in un canale: avevo sorpreso un luccio grosso come un braccio d’uomo che aveva azzannato un altro pesce. Il luccio era fermo un attimo per finire la sua preda; lo vedevo quasi emergere dalla sua superficie. Il suo occhio era dritto nel mio ed era l’occhio di un assassino sorpreso, che non ritira il coltello. Prima di fuggire doveva inghiottire l’altra creatura, della quale in quell’attimo rimasero appena le scosse dell’acqua. Per un altro attimo il luccio rimase fermo, con il suo occhio nel mio, con la sua bocca dentata che respirava aperta per la fatica. La scena mi spaventò e quell’ambiente e quel cielo pallido e lontano, nel quale non si poteva leggere né scrivere niente, mi dichiararono più solo e spaventato. (Pag. 188)

Saluggia patisce la lontananza dal mondo contadino e mostra di non sapersi adattare ai mutamenti storici e sociali. Verso la fine del romanzo la sua situazione di operaio, che è già di per sé una situazione da subalterno rispetto all’organigramma sociale, viene ulteriormente degradata dal nuovo incarico di piantone all’esterno della fabbrica:

Così spesso avrei voluto urlare contro gli operai che deridevano la grande fortuna di essere dentro, uniti, con un lavoro. Un giorno ne sentii tre che camminavano ancora più adagio del solito nella pausa rubata tra una porta e l’altra; parlavano di scioperare. Io ero in cima al mio paletto, nel sole, a sedere come una sentinella indiana. […] Il risentimento che provavo e quella fortezza della fabbrica mi diedero l’idea di un assalto. Una sortita avrebbe dovuto venire dalla fabbrica ed io avrei dovuto respingerla dal mio posto con una mitragliatrice. […] Io impugnavo la mitragliatrice. Eccone due alle porte. Facevo fuoco. Le mie labbra misuravano la mitraglia. […] Sparavo su interi gruppi che cercavano di ripararsi in tutti i modi. Lo spiazzo davanti alle porte era sempre pulito perché il sole divorava i morti man mano che cadevano sotto la mia mitraglia. Uccidevo tutti quelli che tentavano di uscire e la mia ansia era implacabile come quella del sole che divorava tutti i cadaveri. (pag. 225-226)

Incapace di individuare la vera origine del suo disagio e di porvi rimedio, ed escluso (anche per colpa sua) dalla lotta sindacale e di classe, l’operaio Albino Saluggia compie la sua vendetta e sfoga la sua rabbia solo in un delirio visionario che mescola immagini bibliche da giorno del giudizio a ricordi personali del trauma della guerra. In questo romanzo la rabbia non riesce a trasformarsi in impegno sociale e sfiora la follia, ma è chiaro comunque il suo stretto rapporto con le condizioni del lavoro in fabbrica.

 

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