Il soggetto irritabile (2/2 Seconda Parte)

Il soggetto irritabile. La rabbia come percorso tematico nei romanzi di Paolo Volponi

… Continua dalla PRIMA PARTE.

In Corporale l’ideologia marxista e comunista viene invece esplicitamente chiamata in causa, anche quando se ne mostra la sua crisi, che si riflette sul corpo e sulla mente del protagonista, l’intellettuale Gerolamo Aspri, che assumerà poi l’identità del rivoluzionario messicano Joachìm Murieta. Volponi stesso parla così a proposito del suo romanzo:

È cresciuta anzitutto una prima parte (scritta in prima persona) nella quale sono esposte le ragioni di questa conflittualità: le insufficienze ideologiche e culturali del protagonista, i dolori di una formazione incerta, il suo fallimento. […] nella seconda parte, muovendo da questo stato di conflittualità egli cerca dapprima di realizzare un progetto criminale: vuole diventare ricco e al tempo stesso sfidare la società, attaccandola con operazioni volgari di brigantaggio e di prostituzione, sostenuto in questo da certi supporti «ideologici» di un suo amico tedesco, Overath. Ma alla fine non ce la fa e crolla. (Commenti e apparati pag. 1140)

La crisi del Pci e l’ossessione per la possibilità che scoppi la bomba atomica hanno conseguenze negative sulla psiche di Aspri, che reagisce isolandosi dal mondo e cercando nel suo corpo le risposte necessarie, assumendo allo stesso tempo un atteggiamento inspiegabilmente aggressivo e violento:

I miei compagni non mi aiutano più come non mi soddisfano più, anch’essi vanno nel vago, alcuni con una testardaggine che dà all’evanescenza nella quale ormai sono la piega di un ghigno: tutto è più accanito ed è più frettoloso e approssimativo; l’ideologia è offuscata dal tradimento […] la comodità corrode le idee dopo averle lustrate fino in fondo e l’uomo si volta per non vedere gli acidi e le slabbrature. […] Questa volontà di distruggere la società è l’essenza che la tiene e la sorregge. […] La mia rabbia cercava di distinguere e forse perché questo era impossibile si acciaccava dentro di me. […] Afferrai Overath per il collo, dimenandolo e cercando si sbattergli la testa contro il muro. Venne giù mezza tenda e potei mettere le mani sul bastone. Gli vibrai un colpo che non cadde sulla testa giacché era sparito dietro l’altra metà della tenda […] -Mi tocca vaneggiare,- dissi quasi piangendo,- per colpa di questo traditore. […] Diedi un calcio contro un comodino nel rimpianto della brama famigliare e scappai, soffocato dalle lacrime e dalla polvere. (Pag. 419, 441, 557 e 559)

In Corporale un giudizio negativo è riservato non alla vita in generale, come in molti romanzi cosiddetti “dell’odio”, sia nell’Ottocento che nel Novecento, ma all’Italia, definita come:

Uno schifoso popolo di invidiosi. L’invidia istituita, organizzata in enti, casse, fondazioni e categorie come unico bene e scopo sociale. […] Nessuno ha capito che l’Italia si sfalderebbe in tanti frantumi contrada per contrada, comuni e terreni, strade, buchi, comunanze, vicinati, universitas bonorum, aziende, forni, corriere, paesi, un paese dietro l’altro. Non contano: certo che non contano e non conterebbero: ma allora vedi che nessuno ha capito che l’interlocutore non è colui, uno o tanti, che imprime l’ordine universale; ma la cattiveria, la sopraffazione, la bomba. (Pag. 471 e 518)

La rabbia di Aspri diventa fisica e si configura sempre più come un fatto, non tanto sociale, ma corporale:

Potevo tenermi al mio corpo, approfondendone l’analisi senza sentimenti o pregiudizi, […] secondo quei moti dell’intestino che cominciavano a dominarmi. Cercai di provocarli fino in fondo, con la speranza che mi avrebbero liberato di quella diffusa condizione d’odio, della quale prendevo coscienza momento per momento, attraverso una ripetuta, drastica eliminazione delle feci e d’ogni vecchio deposito di pigrizia. (Pag. 427)

Volponi riprende l’intuizione di John Osborne, che nel dramma teatrale Luther, del 1961, lega indissolubilmente lo spirito con il corpo, l’ideologia con il metabolismo. Si può dunque dire che tutti i bisogni corporei, dal cibo all’espulsione delle feci al sesso, si legano all’ideologia e anche all’umore, quindi alla rabbia:

Mia moglie piangeva e questo aumentava il mio furore e la mia sensualità trovava il modo di venire avanti e anche di lasciarmi in pace, se riuscivo ad essere più furente e ad affondare la mia ira nella massa bianca di mia moglie, che si ritraeva, si ricomponeva, sempre con le mani sul petto, o a nodo sulla gola, come il mio furore voleva. (Pag. 514)

In questo caso si parla di furore, che è un po’ diverso. La furia si lega sì alla distruzione, ma anche e soprattutto alla passione e alla follia. Man mano che si procede nel romanzo le azioni del protagonista dipendono sempre meno da motivazioni ideologiche o sociali e sempre più dal disagio fisico e psichico, anche se occorre dire che all’origine del disagio ci sono profondi cambiamenti e incertezze nel panorama politico e sociale italiano:

Ad insidiare Aspri non è tanto la guerra atomica quanto la mutazione antropologica degli italiani, l’involuzione postmoderna dei movimenti antagonisti, l’omologazione culturale dei ceti medi. (Emanuele Zinato, Commenti ed apparati, pag. 1157)

Particolarmente in due casi il disagio di Aspri-Murieta si manifesta: in un attacco di claustrofobia dentro un ascensore e in una apparentemente inspiegabile rissa da bar, che ricorda le spericolate avventure notturne dei personaggi celiniani:

Murieta fece appena in tempo a vedere quel gesto che la luce si spense e l’apparecchio si fermò. Fu assalito dall’odore di quel posto e restò fermo un attimo.
-Ohi, ohi- disse il marchese, -siamo bloccati,- e cercò di arrivare con le mani sulla tastiera dei pulsanti. […] Murieta fu preso un’altra volta dall’odore e si irrigidì. Una strana sospensione gli alzava lo stomaco. Il marchese accese un cerino e tornò con le mani sui bottoni. Murieta alla luce tremolante di quella fiammella capì che erano rimasti bloccati e fu lancinato dalla paura. -Apra,- gridò, -apra, cerchi di aprire la porta. […] Murieta si fermò, aprì la bocca e si slacciò il colletto: quella sospensione stava diventando un soffocamento che lo costringeva a chiudere gli occhi e che gli comprimeva ogni spazio dentro di sé come se tutti gli organi cominciassero a fondersi insieme. […] – Accenda, mi mostri la fessura, – e diede mano alla pistola. Il marchese accese e Murieta sparò a bruciapelo contro il filo delle due porte. […] Allora di nuovo furiosamente si buttò a spallate; la sua mente cercava e reagiva a una velocità incredibile che addirittura emetteva ogni tanto sprazzi di luce: si divaricava un fianco dell’ascensore alle spallate, ma elastico rientrava subito. Alla stessa velocità della sua mente risaliva dal profondo un’angoscia che l’avrebbe finito bruciandogli il cervello. […] Aprì la bocca allo spasimo per cercare di strapparsi l’intestino, di far uscire dalla realtà di una ferita quella massa che si scaldava come una stella assassina. Si mise a orinare e cercò anche di vomitare, ma nessun senso gli rispondeva più. […] Murieta si denudò del tutto, si toccò le gambe, i ginocchi: si fermò con la faccia sui ginocchi. Un’altra ondata fobica lo sommerse e gli fece perdere conoscenza. (Pag. 669-672)

Il buio e la luce influiscono, matericamente, sul corpo del protagonista, che pensa alle conseguenze dell’esplosione della bomba atomica ogni volta in cui si trova in situazioni difficili o spiacevoli. La campanilistica rivalità tra Pesaro e Urbino pare invece essere all’origine della rissa che Aspri scatena in un locale, forse alla ricerca di prove sul comportamento umano di fronte alla minaccia atomica:

Bevemmo e mangiammo in un angolo serviti da un cameriere che puzzava di varechina.
-Quale è più grande,-gli domandai, -Pesaro o Urbino?-
-Non c’è confronto,-disse, ridendo insanguinato. -Pesaro è una città, Urbino è un paese. […] Urbino è un paese abbandonato.
-Eppure, -dissi- mi risulta che Urbino sia più grande, oltre che più bella, più ricca di storia e di cultura. […] -Ah, oh!, -urlò come Rasciomon lo snackatore e si ferì la mano con lo stilo, a fondo, saltando il banco, anche perché gli misi contro, abilmente, uno sgabello, sul quale finì per dondolare, ferirsi ancora, e cadere. Esaltato dalla mia bravura dissi ai due giovanotti: -Portatelo fuori, via, soccorretelo; chiudete il bar e andate a letto-. Uno dei due mi volò addosso: mi riuscì un’altra volta di manovrare lo sgabelletto che si rizzò come una molla contro il basso ventre del giovanotto in volo. […] Rincorsi il chierichetto dietro il bancone, male perché lo vedevo con un occhio solo; ma fui lo stesso capace di prenderlo per la gola e di rovesciarlo sotto la macchina-espresso: aprii la manopola del vapore per ustionarlo, ma la macchina non era più sotto pressione e solo un rivolo bollente gli lambì un orecchio: però gli affibbiai più volte sul muso biondiccio il mestolo del caffé e gli spappolai un calcione sulle coglia che se non fosse stato mezzo coperto dall’ermafroditismo di diciassettenne biondo in quella marina di cavolifiori lo avrei castrato. […] -Basta signori, -urlai, -o vi sconcio il culo come una calzetta. Avete già fatto abbastanza. Avete innalzato il bersaglio per la bomba atomica con questo rosso falsificato. Ed io ve l’ho detto. Adesso basta.- Imelde uscì di corsa da una porta che fino ad allora non avevo visto, alle mie spalle, ed io la seguii. […] Appena finite le parole li sentimmo che ci inseguivano. (871-872, 874-875-876-877)

L’opposizione tra ragione e follia non è schematicamente semplice nei romanzi di Volponi; corrisponde spesso all’opposizione tra individuo e società, ma non ha confini precisi e chiama in causa una sorta di coscienza pre-razionale:

Come il mito di Pelope, figlio di Tantalo, ove genitori e figli si smembrano, si fanno a pezzi e si divorano, la fenomenologia del personaggio volponiano è intessuta delle fantasie primitive, cannibaliche, che dominano la preistoria della psiche. (Emanuele Zinato, Introduzione, pag. XXII e XXIII)

Al termine di questo percorso si può dunque concludere che nelle opere di Volponi sono riscontrabili diverse modalità di rabbia. C’è la volontà di incidere sulla realtà e di fare critica sociale, e ciò è insito nella poetica dell’autore. Quando poi si tratta di costruire i personaggi, essi sono caratterizzati da una forte tensione interna che si risolve spesso con esiti esplosivi e violenti. Non si può dimenticare che nei suoi romanzi Volponi ha raccontato l’Italia dal fascismo al dopoguerra, dal boom economico fino periodo post industriale. Da un certo punto in poi non si può più dunque distinguere tra mali individuali e mali sociali e collettivi, tra coscienza soggettiva e coscienza storica.

 

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