Intercettazioni-Il Giornale: Porro-Arpisella

 di Alessandro Bampa.

Per parlare della vicenda che vede come protagonisti la presidente di Confindustria Emma Marcegaglia e il direttorio de Il Giornale indagato per violenza privata, potremmo limitarci a prenderla come spunto. Magari per esemplificare nuovamente la solita storia trita e ritrita del conflitto d’interessi berlusconiano, con un quotidiano che sulla carta deve essere indipendente dal fratello del proprietario ufficiale Paolo Berlusconi causa sua «discesa in campo» nell’agone politico e che però spesso e volentieri bastona con apposite inchieste e dossier i suoi nemici politici di turno, decidendo cosa pubblicare solo in base alle ricadute che le notizie possono avere sul futuro di quello coperto dall’apposito prestanome genetico. Se affrontassimo l’argomento così, potremmo far risaltare come in realtà Fininvest, Mediaset, Il Giornale e tutto l’impero anche solo vagamente silvioberlusconiano siano nei fatti un tutt’uno inscindibile (il portavoce della Marcegaglia per bloccare tutto non si è rivolto al direttore del quotidiano ma a Mauro Crippa, il responsabile delle relazioni esterne Mediaset che lo ha indirizzato verso Confalonieri, presidente Mediaset ma anche consigliere nel Cda di via Negri), pronto e prono ad esaudire i sogni di quello che con queste cose non ci dovrebbe avere nulla a che fare visto che ora millanta un cursus honorum da statista serio.

Siccome però il conflitto d’interessi in Italia – come è noto – non è un problema vero, è il caso di cambiare approccio. Potremmo cogliere il suggerimento offertoci dalla notizia con una frase del neodirettore del quotidiano Alessandro Sallusti («La cosa che ci stupisce è la violenza e lo spiegamento di forze, manco fossimo dei criminali comuni») per parlare di come l’articolo 3 della Costituzione sull’uguaglianza dei cittadini non sia ignorato solo dal solito fratello del proprietario, bensì dall’intera compagnia cantante che lo circonda. Magari ricordando en passant che secondo i codici non esistono criminali (anzi, ad essere precisi nel caso specifico, indagati) più o meno comuni, di serie A e di serie B, dato che – come campeggia nei tribunali raramente frequentati dal solito noto nonostante la quantità di procedimenti giudiziari a suo carico – la legge è uguale per tutti. Sappiamo però benissimo che le frasi, esattamente come le bestemmie, vanno contestualizzate (ringraziamo l’ottimo monsignor Fisichella, che ha sdoganato le ingiurie sacrileghe. Cogliamo qui l’occasione per tornare un attimo sul conflitto d’interessi, facendovi vedere come possa umiliare questi poveri scudi umani. Quello che parla nel video qui sotto è Carlo Rossella, ora direttore di Medusa Film, uno dei berlusconiani più sfacciati. A voi i commenti), dunque lasciamo perdere questa dichiarazione di Sallusti.

 


Arriviamo quindi alla vera riflessione che l’episodio Marcegaglia-Il Giornale ci ha fatto partorire, soprattutto perché giunto in concomitanza col rilancio dell’altro giorno da parte del solito fratello  del ddl bavaglio riguardante le intercettazioni telefoniche, uno degli strumenti utilizzati dai magistrati per le loro indagini, probabilmente il più utile data l’immediatezza che offre nel riscontrare una prova. Quante volte abbiamo sentito dire che vanno limitate in quanto stupratrici della nostra privacy, soprattutto per colpa delle solite fughe di notizie, spesso e volentieri pilotate proprio dai pm per imbastire accanto al processo una gogna mediatica contro l’indagato da massacrare? Tantissime, no? Bene. Cosa ci insegna l’affaire in questione a riguardo? Che questa descrizione rappresenta solo una piccola parte della casistica sulle fughe di notizie. Basta prendere Il Giornale di lunedì 4 ottobre per accorgersene. Occhiello: «Gli abusi della magistratura» (alla faccia del loro garantismo, qui siamo già alle sentenze definitive); titolo principale: «I pm spiano i telefoni del Giornale»; sommario: «Due Procure tengono sotto controllo i cellulari di direttori e vicedirettori, senza che siano stati contestati reati. Cercano appigli per incastrarci o vogliono ascoltare chi parla con noi? Ipotesi inquietanti. Però i fabbricanti di fango saremmo noi».

Orbene, com’è che i giornalisti sanno che ci sono delle intercettazioni? Chi li ha avvisati? Difficile pensare alla toga che si sta occupando dell’inchiesta, visto che a dare la notizia sono stati proprio gli indagati. A proposito, ma è normale che un indagato sappia di esserlo prima di essere raggiunto da un avviso di garanzia? Ovviamente no: sapendo di essere intercettato, smetterebbe di parlare di certe cose al telefono, mandando in fumo l’inchiesta, cosa che ovviamente il pm non può auspicarsi. Dunque, chi ha orchestrato stavolta la fuga di notizie? E dove sono finiti oggi quelli de «la violazione del segreto istruttorio è uno scandalo»? A giudicare dalle dichiarazioni di solidarietà ai giornalisti, dalla parte dei fautori della libertà di stampa, fino a ieri osteggiati (Silvio Berlusconi, 04/05/10: «In Italia c’è fin troppa libertà di stampa»). Strano il mondo, no? Mica tanto. Lo ricordiamo per i molti distratti che girano: è sempre Il Giornale, nella figura del suo proprietario ufficiale, il fratello sfigato, a dover rispondere di ricettazione per aver acquistato e pubblicato l’intercettazione di Fassino sul caso Unipol («Abbiamo una banca?»), allora neanche trascritta e dunque trafugata dai computer dei pm tramite la solita fuga di notizie. Anche in quel caso, ecco il ribaltamento dei ruoli: censori improvvisamente celebrativi della necessità delle inchieste giornalistiche ad ogni costo e nessuna accusa alle toghe per la fuga di notizie.

Chiudiamo esponendo in poche parole il punto chiave, ovvero come vengono gestite le intercettazioni: semplicemente, le bobine che registrano le telefonate, i relativi tabulati e le loro trascrizioni passano nelle mani di più persone: a parte il pm, ci sono gli impiegati della procura che trasportano i faldoni giudiziari, il Gip che concede il permesso per intercettare e gli addetti delle apposite aziende che affittano le loro apparecchiature alle procure (a proposito, chiariamo un altro punto: le intercettazioni costano allo Stato solo perché questi non vuole comprare le apparecchiature, rimanendo ogni volta in affitto). Ergo, quando si parla di fuga di notizie, non bisogna guardare con sospetto solo ai magistrati. In attesa degli sviluppi sull’inchiesta appena aperta a carico di Sallusti e Porro e sul presunto dossieraggio ai danni della Marcegaglia, è questa la prima lezione da trarre da tutta la vicenda, per non farsi abbagliare dalle balle fotoniche che mirano a tagliare i fili ai telefoni della Giustizia e, di conseguenza, ad eliminare ascolti autoevidenti come questi, un po’ vetusti ma sempre evergreen.

1 commento a “ Il telefono senza fili ”

  1. Carmen

    Carmen

    Come sempre leggo i tuoi articoli e sono sempre estasiata nel farlo… Ti ho aggiunto anche su facebook ma non ho avuto ancora conferma . . .

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