Biennale di Venezia 2011 Illuminazioni

ILLUMInazioni poetiche (e politiche).
Uno sguardo d’insieme alla Biennale d’arte veneziana.
di Giulia Scudier.

Nel clima mite che ci ha riservato questo anomalo autunno mi sono avventurata anch’io, sgomitando fra la folla di turisti (mea culpa, ho scelto un sabato), attraverso i 10.000 metri quadri della Biennale veneziana. Uno spazio espositivo decisamente vasto per un numero altrettanto elevato di artisti: ben 83 fra Padiglione centrale e Arsenale, a cui sommare quelli di Padiglioni e Parapadiglioni, raggiungendo così il record di 89 Partecipazioni nazionali.
La svizzera Bice Curiger, direttrice della mostra (e tra le dieci persone più potenti al mondo nel sistema arte), ci ha dimostrato come questo non comporti di necessità un livellamento “verso il basso” della qualità complessiva. Ci calza a pennello lo stereotipo dell’orologio svizzero: con grande precisione la Curinger ha realizzato un unico e coerente percorso espositivo, riuscendo a dar spazio a paesi che non comparivano a Venezia da decenni (come India, Iraq, Cuba), a nuovi arrivi (Arabia Saudita, Andorra, Bangladesh e Haiti), e ai giovani: quasi la metà degli 83 artisti sono infatti sotto i 36 anni. Né ha mancato di creatività, riuscendo a scindere il filo rosso della mostra in due, grazie al gioco semantico (a quanto pare, però, non così nuovo) del titolo, ILLUMInazioni. Da una parte quindi il concetto di luce, dall’altra quello di nazione; poesia e politica insomma, che dialogano fra loro e si svelano man mano nei loro poliedrici aspetti.

Partiamo dal primo significato: Illuminazioni. Più che sulla luce, sarebbe meglio incentrarsi sul binomio luce-buio, vista l’aria gotica che aleggia qui e lì: un esempio su tutti, l’enorme mostro alato che campeggia all’Arsenale, impressionante scultura del sudafricano Hlobo.
Binomio che prende origine però dal Padiglione centrale, dove la Curiger ha avuto il colpo di genio di riallacciarsi al passato, esponendo tre quadri del Tintoretto, celebre per i suoi chiaroscuri estremi. Idea davvero buona, peccato che le tele perdano un po’ del loro fascino naufragando ognuna nella propria parete, enormemente vuota e bianca.

Proseguendo nei Giardini, ecco il fascio luminoso sospeso sull’acqua che nella sua semplicità ci accoglie al Padiglione greco; la luce rossa che inonda il Padiglione ungherese, rendendo più drammatica la vista di una macchina semidistrutta (di sottofondo, il verbale dell’incidente d’auto letto da cantanti lirici); la stanza buia illusoriamente circolare del Padiglione giapponese, sulle cui pareti viene proiettata un’installazione animata, lontanamente surrealista, disegnata a mano dall’artista Tabaimo.
Continuando a parlare di spazi in cui immergersi nella percezione pura, a parer mio due sono gli environments che non si possono assolutamente tralasciare (a costo di farsi anche un po’, o molta, coda): da un lato il luminosissimo “Ganzfeld piece” dell’americano Turrell, dall’altro, in perfetta antitesi vista la disorientante assenza di luce, lo “Spazio elastico” di  Gianni Colombo, classico del 1968  ricostruito nel Padiglione centrale.
Brillante è anche la trovata dello svizzero Urs Fisher (Arsenale), le cui candele sono ancora più spettacolari e emblematiche ora, che della riproduzione de “Il ratto delle sabine” e del suo spettatore, entrambi scolpiti nella cera, è rimasto solo un ammasso informe.
Se Fisher con questa rapida consunzione si sofferma a riflettere sulla fugacità della vita e dell’opera d’arte, nel Padiglione israeliano Sigalit Landau affronta l’esistenza da un punto di vista opposto, come immobilità ed eterno ritorno. Molto profondi e poetici soprattutto i due filmati, l’uno con scarponi impercettibilmente sprofondanti in una distesa di ghiaccio, l’altro con corpi nudi ossessivamente rigettati dalle onde del mare a graffiare la spiaggia (sotterranee allusioni, forse, al conflitto israeliano-palestinese, che sembra non concludersi mai, in un logorante ridisegnarsi dei confini). Il padiglione che in assoluto ho preferito.



Per concludere con il filone “esistenziale”, colpisce positivamente anche il Padiglione francese (e non perché con un po’di fortuna si può vincere l’ingombrante opera!): Christian Botanski monta un opera site-specific, una struttura tubolare su cui scorrono a nastro centinaia di volti di neonati. In due stanze laterali, due grandi tabelloni, su cui campeggiano rispettivamente il numero di nascite e il numero di morti, sempre aggiornate. Un opera che ci interroga sulla casualità della vita, chiedendoci di ricercarne un senso.
Dopo l’aspetto più lirico ed esistenziale, il secondo significato dato al titolo: Nazioni. C’è da dire che questo tema, che riflette la consueta organizzazione dell’esposizione per Padiglioni nazionali, ha suscitato accese discussioni nella stampa internazionale (Huffington Post, LA Times giusto per fare qualche nome). E’ ancora coerente, per rispecchiare questa società globalizzata, attraversata da migranti, la divisione in padiglioni? O è invece un rimasuglio di anacronistici nazionalismi?

Da parte mia non trovo sia così, in particolare dopo le rivolte della primavera araba, che dimostrano l’attualità del concetto di Nazione. Proprio il Padiglione egiziano si sofferma fra l’altro  su questi avvenimenti rendendo omaggio all’artista Ahmed Basiony, morto nel gennaio del 2011 al Cairo, nelle manifestazioni che hanno contribuito alla caduta di Mubarak.
Come ho già detto, considerazioni politiche si instillano, più o meno evidenti, in tutto il percorso espositivo; espliciti sono in  particolare i Padiglioni danese (qui un’interessante installazione video di Han Hoogerbrugge), quello polacco, rumeno, serbo, dove gli artisti riflettono sulla questione della libertà di parola, o sul concetto di popolo, di minoranza, di identità nazionale.
L’opera che attrae di più il pubblico è però al Padiglione centrale: “Chi ha paura della libertà di espressione”, che al via della mostra era solo un enorme parallelepipedo di plastilina rosso-bianco-nero, a bandiera egiziana, si è trasformato in una sala tappezzata di scritte e figure, grazie alla creatività e alla voglia di interagire degli spettatori (chi non vorrebbe essere un artista?). Si fanno notare infine, per lo meno per le dimensioni, le opere statunitensi: assurgono a simboli della società capitalistica un bancomat-organo, che suona quando si preleva, una Statua della Libertà che si fa una lampada volendo essere “abbronzata”, e un vero carro armato ribaltato, che a orari prefissati è messo in movimento da un corridore olimpico su tapis-roulant. Sferzante critica antimilitarista? Forse no, perché a ben vedere, l’idea che sottende all’opera è fin troppo coerente con la linea dello smart-power dell’attuale politica USA, volta a sdrammatizzare e a rendere meno negativa l’immagine degli Stati Uniti all’estero (qui un articolo inerente alla filosofia del Padiglione americano).

Piluccando qui e lì da Arsenale e Giardini siamo arrivati quasi alla fine del percorso. Quasi, sì, perché in effetti manca ancora qualcosa, un pezzo della mostra anzi piuttosto ingombrante: mi riferisco ovviamente al Padiglione Italia curato da Vittorio Sgarbi. Ora, a prescindere dalle opinioni che si possono avere sul personaggio, l’idea di Sgarbi è stata (per le mie conoscenze in materia) originale: far scegliere cioè gli artisti a varie personalità della cultura o dello spettacolo, uno a testa, per sottrarre la selezione alle “mafie” del sistema arte. A questo si riferisce il titolo del Padiglione, che campeggia sospeso a mezz’aria: “L’Italia non è cosa nostra”. Purtroppo però i selezionatori sono ben 276, e quindi sono altrettanti gli artisti che si assembrano senza regole all’interno dello spazio espositivo. Un bombardamento percettivo assolutamente spiazzante, una visione dell’Italia di oggi divisa e mediocre, abbandonata a se stessa. Cercano di fare da toppa alla disgregazione un numero anche eccessivo di tricolori, che puntano sul sentimento patriottico di questo nostro stivale anarcoide. Spiccano poi evidenti due tele sulla parete di destra, illuminate dai due faccioni sorridenti di Sgarbi e Berlusconi, affiancate casualmente da un’opera che, in soggetto e composizione, riprende esplicitamente “L’origine del mondo” di Courbet.


Ciò che resta, alla fine, è il ricordo ben poco positivo di opere ovunque, di moltissimi dipinti su tela e di poche nuove tecnologie, che invece com’è ovvio affollano il resto della Biennale. Perché iniziare un’invettiva contro la muffa (metaforica) depositatasi da decenni sulle Accademie italiane? Forse basterebbe accennare alle fin troppo reali infiltrazioni d’acqua nelle strutture fatiscenti…
Se non voleste comunque, per orgoglio o per principio, assecondare le bocciature che piovono inclementi e sprezzanti dai media internazionali, l’unica possibilità è armarsi di pazienza e di spirito critico, e andare alla scoperta delle opere migliori (a parer mio, i quadri elettronici di Davide Coltro); in caso contrario, piena libertà di saltarlo a piè pari, e di celebrare o meno questo 150esimo dell’Unità d’Italia ormai agli sgoccioli, così, senza sgarbi.

 

GALLERIA DI IMMAGINI:

 

 

 

 

Approfondimenti:

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Galleria video della Biennale.
Un parere di Philippe Daverio.
Critiche dall’estero al Padiglione Italia, qui e qui.
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