In erba - Scrittori emergenti

di Mattia Nicchio, Campiello Giovani 2008.

La prima cosa che ho pensato quando mi è stato chiesto di scrivere questo articolo è stata: “Ecco un’occasione per scremare la concorrenza”. In Italia gli aspiranti scrittori sono migliaia, e ridurne il numero significa ridurre il lavoro degli editor. Ridurre il lavoro degli editor porterebbe ad una contrazione nei tempi di risposta, e questa contrazione è il farmaco più efficiente contro l’ulcera gastroduodenale dei soggetti che come me aspettano le loro risposte.
Ma facciamo un passo indietro.

Ci si iscrive a Lettere per quattro motivi principali: l’illusione di intraprendere la carriera dell’insegnamento, la speranza di entrare nell’editoria o nel giornalismo, l’amore per la letteratura, la voglia di far niente. Spesso questi motivi si accatastano l’uno sull’altro, o si alternano con il passare degli anni. Ma c’è una quinta ragione, un desiderio che pochi ammettono di avere ma che, sono convinto, garantisce da sempre parecchie iscrizioni alla Facoltà. Annidato a diverse profondità nel subconscio dell’umanista medio si cela il subdolo impulso alla produzione letteraria. Qualcuno si sente più poeta, qualcuno prosatore, qualche altro si riscopre saggista. Qualcuno ha già una bozza o un manoscritto nel cassetto, altri sono ancora in fase di gestazione.
La verità però è che a Lettere non si impara a scrivere, si imparano cose su quello che altri hanno scritto. Nemmeno il defunto curriculum di Linguaggi e Tecniche di Scrittura offriva granché, e probabilmente la sua estinzione ne è la prova più lampante. Per certi versi l’esperienza universitaria può persino peggiorare la qualità della scrittura: se da un lato aumenta le conoscenze teoriche e il panorama dei modelli, dall’altro prescrive la lettura di saggi. Saggi italiani. Saggi letterari italiani. Coloro che ancora non avessero assaporato fino a che punto la nostra lingua possa essere resa artificiale e pomposa sono avvertiti: anni di simili letture possono deformare anche la prosa più scorrevole, instillando nel giovane autore la convinzione che la sintassi debba arrivare al settimo grado di subordinazione (o al grado nullo, per spirito di contraddizione) e che non più di un due per cento della popolazione debba conoscere il lessico di cui l’autore fa uso. A questo si aggiunge una prospettiva letteraria “casalinga”, la cui colpa non è tanto l’esaminare autori nostrani minori, quanto il permettere di ignorare totalmente i grandi della letteratura mondiale.

E allora dove si impara a scrivere? Così è troppo facile, non ve lo dirò. Siete ancora i miei avversari nella grande corsa alla pubblicazione. Grazie comunque per aver pensato che io lo sapessi.
Se poi doveste in qualche modo cavarvela e sfornare il vostro piccolo capolavoro, sappiate che le porte della grande, media e piccola editoria sono spalancate. C’è solo un piccolo problema: sono spalancate in fondo a corridoi lunghi chilometri, e prima di voi ci sono già migliaia di altri scrittori in erba, e prima di loro ci sono i parenti, i conoscenti e i parenti dei conoscenti di coloro che metteranno l’ultima parola sulla pubblicazione della vostra opera. Qualcuno di voi potrà pensare che l’aver vinto qualche concorso letterario possa costituire una spinta sufficiente a salire almeno di un paio di centinaia di posti nella babelica pila dei manoscritti che giace nello studio dell’editor di turno. Ma non è così, o meglio, non lo è stato per me, neanche con un premio Campiello Giovani lì, a far bella mostra di sé nel mio curriculum letterario (sì, è così che lo chiamano). Gli editor, a quanto ho potuto constatare, sarebbero persone di un’educazione eccezionale, se non fosse per lo strano e flessibilissimo concetto di tempo che li spinge a scambiare i giorni con i mesi, o per la memoria che ahinoi mai li assiste. Manoscritti perduti, impegni urgentissimi per interi semestri, mail ignorate a oltranza sono pane quotidiano dell’industria del libro. E così l’attesa diventa nostra sorella, la dolce aguzzina che lenisce con la speranza il tormento dell’incertezza. L’editor è un amante capriccioso che si nega, e dalle cui labbra pendiamo, trepidando per un sì. Questo almeno accade le prime volte. Poi ci si accontenterebbe di una parola, due righe, un segnale, un qualcosa. Mi è capitato spesso di non ricevere risposta dopo che il mio lavoro era stato salutato da promesse di giudizio in tempi brevissimi. Al momento, quando contatto un nuovo editore, la speranza più viva è quella di ricevere un bel no in meno di due mesi. Pura fantascienza. Capita poi di sentirsi dire, e non in una lettera prestampata (di quelle ormai ho una certa esperienza, le so riconoscere), ma in una mail articolata e contestualizzata, che il proprio lavoro è raffinato, coerente e ben costruito, ma poco in linea con il mercato editoriale. Se poi la mail viene da un editore molto conosciuto, potrebbe far oscillare il vostro umore dal lusingato all’omicida in pochi attimi.

Sono legittimi a questo punto i dubbi sulla qualità di ciò che ho scritto, ma temo che nessuno confermerà o smentirà mai ciò che pensate, non prima che qualcuno pubblichi i miei lavori.
Quello che vi ho offerto qui sopra era una panoramica sulla landa desolata in cui vi accingete a mettere piede, sempre che siate ancora decisi a perseverare nel vostro intento di diventare romanzieri e poeti di professione. Non vi ho dato che un assaggio di quello che vi succederà, in parte perché lo spazio mi costringe ad una certa superficialità, in parte perché il mio scopo è quello di dissuadervi dal diventare miei concorrenti, e di alzare così di qualche punto percentuale la probabilità che un editor meno sfinito del solito mi faccia la grazia della pubblicazione.
La verità è che se già è difficile vivere facendo lo schiavo come correttore di bozze in una casa editrice, pensare di vivere di scrittura “artistica” non è che una pia illusione. Cosa resta allora a chi fa Lettere, ora che fare l’insegnante è diventato un sogno quasi più irrealizzabile di una carriera da romanziere?

E va bene. Adesso dovrebbe arrivare la parte edificante, quella in elenco le miriadi di motivi per cui uno dovrebbe iscriversi e frequentare con entusiasmo la nostra Facoltà, quelle in cui vi si incoraggia a credere nei vostri sogni di gloria o di semplice posto fisso (sempre sogni sono). Ma quella parte non c’è, non c’è il lieto fine. Non c’è nemmeno il finale tragico in cui qualcuno forse avrebbe scommesso.
Non vi darò nessuna motivazione. Se non siete capaci di trovarvele da soli, allora forse siete nel posto sbagliato.

Questo articolo compare in Conaltrimezzi #2.5.


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