Instragramers

Quali sono le conseguenze del grande successo di Instagram, app, community e social network? Una moda passeggera o qualcosa di più? Nel frattempo siamo andati al nostro primo Instagram party.

L’Italia è una repubblica fondata sui social network e gli smart phones. Fate uno più uno e capirete il perché del successo di Instagram nel nostro paese.

Giusto un passo indietro per i meno informati: Instagram è un’applicazione gratuita compatibile per iPhone, iPod Touch, iPad, che permette di scattare, personalizzare e condividere foto. Avrete di certo presente l’invasione sulle vostre bacheche di immagini con un mood più o meno comune: toni seppiati, colori pastello, sfocature, soggetti ricorrenti, atmosfere retrò, tra rarefazioni, ritratti, dettagli, paesaggi e architetture. Ci siamo capiti, quell’estetica hipster capace di dare poesia alla vostra colazione ripresa dall’alto, piuttosto che uno steccato in un campo di girasoli o i piedini allineati di qualche matricola del Dams. Ebbene, Instagram, avvalendosi di molti servizi di social networking, ha allargato a macchia d’olio la propria utenza grazie a Facebook, Twitter, ma ancor di più Tumblr e Flickr, con l’aggiunta di Foursquare. Come implementare un immaginario indie, ambiziosamente vintage (e piccolo borghese) in una virale Ferrari del web. Per forza di cose Instagram non si è limitata a rimanere una semplice app, o un must (passeggero?) del momento, ma soprattutto una community composta da milioni di profili che ciascuno può seguire proprio come accade con Twitter.

Insomma, stiamo parlando di uno dei fenomeni collaterali più influenti di quella Apple (R)Evolution che starebbe cambiando il mondo progredito (falcidiato dalla crisi). Certo, rimane da capire come l’applicazione dei famosi 16 filtri possa rendere una semplice istantanea scattata da un iPhone un qualcosa con un proprio perché “artistico”, e se dopo le invasioni delle Reflex avessimo davvero bisogno di un’app che rendesse milioni di utenti in dilettanti con pretese artistiche banali. Entusiasmi infantili da bamboccioni techno chic? Bimbiminkia 2.0? Con questi ed altri interrogativi nella testa mi sono recato all’Instaparty di sabato 17 marzo, la prima festa Instagramers di Padova.

Instaparty PadovaDue parole sull’evento, nato da un’idea dell’associazione culturale Zero 4 e Arte Laterale. Si è trattata dell’inaugurazione parallela di due mostre fotografiche: Padova che cambia, una serie di scatti che hanno immortalato architetture ed infrastrutture che non solo hanno cambiato il paesaggio di questa città, ma anche la sua vita sociale e le sue abitudini; e poi iPhoneography, esposizione che mi sembra abbia destato maggiore curiosità, ovvero una selezione di immagini provenienti da 40 profili selezionati da tutto il mondo. Oltre alle due esposizioni, ci sono stati i due contest: #padovachecambia e #kennyrandom_pd. Un evento perfettamente riuscito, se non altro per la grande affluenza di gente e, soprattutto, per la varietà di persone che ha riempito l’ambiente, giovani e meno giovani, appassionati e profani. Un aspetto, tra i tanti, che documenta l’importanza di questo fenomeno e la sua capacità attrattiva.

Le opere esposte in iPhoneography si discostano dall’idea stereotipata che si ha dai tradizionali scatti “Instagram style”, nei quali la sofisticazione di un processo creativo autonomo viene semplificato, o semplicemente appiattito, da un procedimento automatizzato. Gli autori presenti in questa esposizione dimostrano una competenza ed una sensibilità artistica maggiori; in alcuni casi si può anche avere a che fare con fotografi professionisti, artisti con una consapevolezza sicuramente più evoluta di un utente medio e che quindi hanno deliberatamente deciso di misurarsi con questo nuovo mezzo. Con Instagram l’impressione è che si abbia a che fare con un mosaico collettivo globale al quale chiunque è chiamato a farne parte. Gli igers di tutto il mondo hanno operato, con lo stesso identico strumento, una propria riflessione personale: hanno preso delle scelte interpretative ed espressive ben determinate (oppure del tutto casuali) che riproducono frammenti (fonemi visivi) di un linguaggio comune. Innanzi tutto un ritorno ad una fotografia istantanea che però imita l’arte, l’introspezione e lo stile di quella “classica”. Immagini estemporanee ma emotive che grazie ad un ben ragionato escamotage tecnologico acquistano maggiore carisma e suggestioni, grazie soprattutto ad elaborazioni digitali, che in molti casi le fanno assomigliare alle vecchie Polaroid di una volta, un poco ossidate dal tempo. Non a caso il formato delle immagini adottato da Instagram richiama quello quadrato delle vecchie Polaroid, tornate alla ribalta negli ultimi anni.

Qualcuno potrebbe obiettare che il successo di Instagram e di eventi come Istaparty sia da archiviare come un prodotto succedaneo ad un mero passatempo chic. Forse. Anche se, dati alla mano, la cosa sembra essere evasa dalla giurisdizione di nerd e fashion victims e sia diventato un mezzo molto più popular. Instagram nasce il 6 ottobre 2010, giorno in cui fa comparsa nell’App Store; due mesi più tardi gli utenti sono già un milione; cinque mesi più tardi, giugno 2011, gli utenti sono cresciuti a 5 milioni; un mese dopo, luglio 2011, Instagram ha raggiunto la soglia di 100 milioni di foto, 150 il mese successivo; nel settembre 2011 gli utenti arrivano a 10 milioni. Al giorno d’oggi si calcola che i 15 milioni sono stati superati. La cosa non sembra essere un buco nell’acqua, anzi. Kevin Systrom e Mike Krieger, gli sviluppatori di Instagram, hanno fatto bingo.

Ora la domanda da un milione di dollari è questa: si tratta di una moda, ed in quanto tale di un fenomeno passeggero sulla corta-media distanza, oppure abbiamo a che fare con un nuovo mezzo in grado di compiere uno scarto significativo nei confronti del linguaggio fotografico e della sua fruizione? Diamo pure il via al derby tra scettici e positivisti, puristi dell’analogico e iPhone addicted. A me sembra che, al di là dei meriti o dei demeriti di Instagram, i mezzi tecnologici a nostra disposizione, in vertiginoso aggiornamento, semplicemente obblighino ad una revisione delle dinamiche artistiche, coinvolgendo, quindi, anche la fotografia, se non altro per quanto riguarda la condivisione, la velocità dello scambio e quindi la creazione di fenomeni aggregativi inediti (instameet, instaparty, instawalk, mostre a tema e raduni di qualsiasi tipo). La community virtuale (che conta anche una serie interminabili di siti specializzati e gruppi simili a crew legati da appartenenze geografiche o tematiche) e le feste di Instagram, che spuntano qua e là, sono una traccia tangibile di questo trend: la voglia di affrancare, anche fisicamente, l’esistenza di una comunità potenzialmente senza confini. Se poi vogliamo condannare tale democratizzazione, improvvisa ed affollata, di amatori e non, o più genericamente di igers, come una psicopatologia collettiva, ok, tagliamo la testa al toro. Ma in questo modo ci si limiterebbe a condannare tale sintomo globale a causa di un pregiudizio rivolto verso il mezzo, mentre invece sarebbe più opportuno riflettere sui contenuti e sulle conseguenze, introspettive e collettive, di questa “epidemia”. Ovvero milioni di utenti che da zero iniziano a familiarizzare con linguaggi espressivi ottimizzati al massimo e predisposti ad una condivisione potenzialmente globale.

Al di là dell’alfabetizzazione artistica compiuta da una comunità sempre crescente di utenti, il dato rilevante è la potenzialità di un mezzo assolutamente semplice e dannatamente efficace che semplifica ed avvicina le persone comuni ai tradizionali processi di combinazione artistica tra realtà e bellezza e che testimonia la grande voglia di scoprire ed emozionare, per mezzo della cattura di alcune istantanee. Domanda: non è che in questo modo siamo riusciti ad implementare un’idea di fotografia aggiornata con una linea di mira “testa-occhio-cuore” cara a Bresson in una piattaforma di condivisione globale? Magari l’approccio può sembrare ingenuo, o semplicemente un tic figlio di un conformismo passeggero, tuttavia l’impressione è quella di avere di fronte una comunità spropositata di sguardi, che non rinuncia ad osservare e testimoniare ciò che la circonda (o che possiede dentro di sé). Quindi una documentazione con un proprio valore se non altro, torno a ripetere, per le dimensioni che ha preso questo fenomeno. Potrebbe valere la pena scoprire il significato di questo sforzo collettivo. Cosa vogliono esprime gli igers? Cosa vogliono indicare i loro sguardi? Quali potranno essere gli effetti di un simile fenomeno di socializzazione “artistica”? Un’isteria globale, modaiola ed autocompiaciuta, o la creazione di un comune orizzonte di attesa?

Di seguito le immagini delle due esposizioni Padova che Cambia e iPhoneography.

Padova che cambia iPhoneography

Di seguito le immagini dell’evento Instaparty Padova (Valeria Nanci ©).

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