In occasione del “Laboratorio di italiano scritto” tenuto dal dott. Carlo Tenuta per i corsi di Lettere dell’Università di Padova, mercoledì 8 giugno 2011, lo scrittore Demetrio Paolin ha incontrato gli studenti in Sala Pecoraro di Palazzo Maldura.

La presentazione della sua ultima opera, La seconda persona, ha offerto il pretesto per una discussione sulla scrittura – sia personale che in senso più ampio – e sulla figura dello scrittore nel contesto contemporaneo, argomenti che hanno suscitato la curiosità e le domande delle ragazze e dei ragazzi in sala.

Nel rispondere, Paolin ha mostrato una disponibilità che non ci siamo lasciati sfuggire. L’intervista qui presentata, infatti, segue di poco quell’incontro e approfondisce i temi emersi in quella sede, permettendoci di conoscere lo scrittore, il letterato, l’uomo.

Laureato in Lettere, giornalista, sindacalista, uomo, padre. Qual è il tuo percorso formativo – istituzionale e non – e quale la sua effettiva importanza alla luce delle scelte successive?

Io credo che lo scrivere sia il prodotto delle diverse esperienze che viviamo. Ogni scrittura nasce dalla tensione tra due poli. Da una parte c’è il buon vecchio Flaubert che dice «M.me Bovari c’est moi» e dall’altra, sempre per rimanere in Francia, Rimbaud che, in Una stagione all’inferno, dice «Je est un autre». Nel mio scrivere esiste una tensione tra ciò che è la mia vita e il mio rapporto con “l’altro”; sia esso il mio prossimo, un personaggio che ho pensato, una persona che vedo sul pullman.

E’ ovvio che essere padre di una bimba fa sì che la tua sensibilità su alcuni argomenti sia più attenta. Faccio un piccolo esempio, tutti noi abbiamo in mente la poesia di Saba sulla figlioletta che viene paragonata alle cose leggere e vaganti. Bene, un giorno ero al parco con mia figlia e lei si mette a fare le bolle di sapone e poi ci danza in mezzo. Mentre era lì, mi sono tornati alla memoria quei versi, che avevo sempre bollato come semplicistici. Davanti a mia figlia che ballava ho capito cosa Saba volesse dire. Lo stesso esempio si poterebbe fare per ogni ambito che tu citi nella domanda. Un discorso a parte merita l’esperienza da giornalista e da ufficio stampa per un sindacato. Sono entrambi due lavori che hanno a che fare con lo scrivere, mi sono serviti perché hanno tolto alla scrittura quella patina di “romanticismo”, di maledettismo, dello scrittore come vate, come uomo posseduto da una divina mania, che molti – io ero tra questi – hanno. Io non scrivo di notte, non ho bisogno di chissà quali riti o ispirazioni. Solitamente scrivo la mattina sul fresco e lavoro due o tre orette, rileggo, scrivo, correggo. Sono cose che ho imparato a fare mentre facevo il giornalista o l’ufficio stampa: la scrittura come atto materiale di comunicazione, come strumento per dire qualcosa.

Nella prefazione a La seconda persona, ringrazi i genitori che ti avrebbero voluto ingegnere o ragioniere. Quali sono state le difficoltà legate al tuo esordio come scrittore, in rapporto alla famiglia, agli amici, agli editori?

Non lo so, dovresti chiederlo a loro. Ma se posso generalizzare credo che la difficoltà stia nel far capire che lo scrivere, la scrittura, la lettura etc. non sono “passatempo”. Non è come dire prendo la bici e mi faccio un giro oppure ho un po’ di tempo questo sabato e costruisco una voliera per i pappagallini. Certo all’inizio scrivere è una sorta di hobby (mi piacerebbe dare a questo termine il significato ossessivo che ne dà Sterne in Tristram Shandy). E’ iniziato così, certo, ti rendi conto che hai bisogno di dire certe cose e che queste cose t’escono meglio scrivendole. Poi scopri che la gente le legge. Infine, ti dicono che le cose che hai scritto, almeno alcune, sono pure belle. Incominci a pensare che forse è quello ciò che sai fare meglio e continui a farlo. Questo passaggio tra ‘passatempo’ e ‘io sono questo’ è doloroso e non sempre può essere spiegato. Io, per dirla spiccia, per campare faccio altro, ma sono uno scrittore. Ci ho messo un po’ ad accettarlo – molti punti nei racconti de La seconda persona descrivono questa lotta – e preferivo definirmi ‘scrivente’ o attraverso altri giochi di parole. Mi sono reso conto, però, che la falsa modestia è deleteria. Quindi oggi a chi mi chiede cosa faccio, io rispondo Scrivo e se qualcuno mi chiede che lavoro fai, io dico che faccio/sono uno scrittore.

Le storie che racconti sono sempre immerse in un mondo profondamente legato alla memoria e, in particolare, agli anni dei grandi movimenti operai e studenteschi pur senza ridursi a nostalgici passatismi. Per spiegare la sua narrativa, l’americano Chuck Palahniuk, con una frase che mi piace spesso citare, dice: «Ecco perché scrivo. Perché la vita non funziona mai, se non con il senno di poi». Credi sia necessario narrativizzare la memoria, sia essa collettiva o personale, perché il suo senso sia colto? Qual è il tuo rapporto con essa?

Lo scrivere come atto, almeno secondo me, è sempre una tensione tra ciò che accade e la possibilità di dirlo. L’incipit della Vita Nova, per citare uno dei testi cardine della nostra letteratura, vive della tensione tra ciò che Dante ha vissuto e quello che riesce a scrivere; una tensione ossessiva che il fiorentino si porta appresso fino all’ultimo canto della Commedia. La memoria – che è cosa ben diversa dal ricordo e dal rammemorarsi – è la tensione tra il “fatto” e il “dir”; e il risultato di questo tendersi è “narrativo”.

La narrativa aiuta a dare un senso a molti avvenimenti perché, dove altri tipi di studi abdicano, la narrativa trova la sua forza. Quando leggo i libri sugli anni ’70, sul periodo del nostro terrorismo, mi rendo conto che anche la migliore indagine storica, la più pignola inchiesta giornalistica mancano di qualcosa. Questa mancanza è il territorio della letteratura. Ti faccio un altro esempio, legato alla letteratura concentrazionaria. Nella loro introduzione al poderoso lavoro bibliografico Una misura onesta, Anna Bravo e Daniele Jalla, a un certo punto, dicono che la storiografia deve lasciare spazio un’indagine di tipo diverso: io penso che “questo qualcosa di diverso” sia la letteratura. E intendo con questo termine qualcosa di ampio, che non riguarda solo la narrativa di finzione, ma anche la saggistica, il teatro e il cinema…

Tra i tuoi modelli emerge la figura di Primo Levi e la sua costante interrogazione sul senso della vita, della memoria e della scrittura dopo i tragici eventi del secolo scorso. Quali sono e come ti poni di fronte agli intellettuali e ai maestri cui fai riferimento nella tua letteratura?

Me la cavo con due aneddoti. Quando ho iniziato a frequentare l’università, facevo un tragitto consueto. Porta nuova. Piazza Carlo Felice. I Portici di via Roma. Piazza Castello. Via Po. Palazzo Nuovo. Mentre camminavo, io che venivo da un piccolo paese in bilico tra Monferrato e Langhe, mi dicevo Queste strade le ha camminate Pavese, Fenoglio, qua è passato Levi.

E nel dirmi questo mi sentivo parte di una cultura, di una scelta di vita, che loro e i loro libri m’avevano comunicato e che io cerco di portare avanti.

Io mi sono laureato con una tesi su Levi interprete di Dante, e molte volte con la copia della mia tesi in mano mi sono appoggiato all’ippocastano che sta davanti al portone della casa dove viveva Primo e dove viveva allora sua moglie. Ovviamente la tesi non gliel’ho mai consegnata per pudore.

Durante il dibattito nel seminario del dott. Tenuta, dicevi di non credere all’indicibile e, riferendoti alla scrittura – in particolare nella forma del racconto breve – la paragonavi a un confine, a un recinto. Ma, in questo senso, non credi che ciò che al suo interno si delimita non sia solo un’approssimazione, per quanto infinitesima, di ciò che si vorrebbe dire, di un Reale inafferrabile e in enunciabile?

Io partivo da un dato linguistico. Uno dei primi documenti in lingua volgare è un atto notarile, i Placiti Cassinesi, in cui si testimonia di un confine, si delimita una proprietà e si fa un’opera di memoria perché si dice da quanto tempo quelle terre sono state in possesso dei monaci benedettini. A questo devi aggiungere il discorso che facevo prima sulla memoria come tensione tra il “fatto” e il “dir”. Le cose ci accadono, siano esse terribili o bellissime. E’ accaduto Auschwitz, è accaduto lo sbarco sulla luna. Il fatto che siano, che esistano che entrino nel tempo le rende dicibili. Il problema è spostarsi dalla dicibilità alla comprensibilità. Credo che questo sia lo sforzo dello scrivere. Rendere la mia esperienza comprensibile, rendere l’immagine che ho nella mia testa nitida alla mente altrui. E’ uno sforzo supremo di chiarezza. Cerchiamo, però, di intenderci: non sto facendo un discorso di stile o una riflessione su quale lingua sia meglio usare, ma rifletto su qualcosa che precede queste scelte ovvero la volontà di farsi capire, di mettersi in relazione con le persone che leggono i nostri scritti.

Quindi sì, hai ragione quando dici che la Realtà rimane di fatto “inafferrabile e in enunciabile”, ma io ti rispondo o questo o niente. E credo che la scrittura sia meglio di niente.

Hai parlato di scrittura come atto pubblico, quindi politico. Si tratta di necessaria militanza dello scrittore?

La parola militanza non mi piace. La parola partecipazione non mi piace. Sinceramente non ho ancora trovato una parola che possa definire il sentimento che provo nel momento in cui, ad esempio, prendo un treno, mi faccio le mie quattro ore di viaggio, scendo e parlo a una trentina di giovani universitari, come è successo qui a Padova. Io credo che scrivo per poter poi incontrare le persone che mi leggono e con loro discutere confrontarmi su quello che i mei racconti, le mie invenzioni hanno dato loro. Il mio è un atto politico perché è un atto che si rivolge a dei cittadini, a delle persone che vivono nel mondo, nella società odierna. Ciò che scrivo risente di quello che esperisco quotidianamente, anche se spesso cerco di renderlo non in modo diretto, ma attraverso cortocircuiti narrativi. Ad esempio ne La fabbrica[4], dove raccontando le vicissitudini familiari e lavorative di un operaio di Mirafiori durante la marcia dei 40mila, ho voluto riflettere anche sul lavoro, sul precariato esistenziale della mia generazione. L’ho fatto però in maniera indiretta, dicendo una storia che ci riguarda anche se non da vicino.

Dopo la pubblicazione de La seconda persona, una raccolta di racconti, stai lavorando a un romanzo. Come ti approcci a queste differenti forme di narrativa? Differiscono solo da un punto di vista compositivo oppure rappresentano modi ‘ideologicamente’ diversi di presentarsi al lettore?

Credo che sia un fatto di immaginazione. Nel senso che quando penso a un romanzo l’immaginazione che ho della storia, dei personaggi e dei loro reciprochi rapporti dura più a lungo, si muove su diversi piani temporali. Il racconto ha un’immaginazione più netta e definita. So che devo dire questo e dirlo così. Materialmente non cambia molto. Al mattino mi metto lì e scrivo.

A quel volume è allegato il bellissimo album di Claudio Lolli Dalla parte del torto: un’opera multimediale, insomma. Come vivi le attuali forme di divulgazione e le opportunità di fare cultura (internet coi suoi blog, le video promozioni, gli e-book e gli audio-book)?

Io penso che siano modi per entrare in relazione con i lettori, che siano modi per cui la scrittura arriva agli altri. Il mio primo romanzo breve è stato pubblicato da Until.Ed, una casa editrice nata, pensata e attiva sul web. Una tragedia negata prima di essere un libro cartaceo, è stata un e-book per VibrisseLibri. E credo che l’ebook, soprattutto per quanto riguarda la saggistica, potrebbe essere un modo interessante per far esordire giovani studiosi.

Nel saggio Una tragedia negata offri l’analisi della narrativa ispirata agli anni di piombo e sottolinei come, spesso, la tragedia sia in qualche modo negata. Di questi giorni è la notizia della liberazione di Battisti – terrorista e scrittore – in Brasile: cosa ne pensi?

Ho seguito come tutti la vicenda di Battisti, ma nello stesso tempo me ne sono tenuto alla larga. Non ho le competenze per dire ad esempio se i processi a suo carico debbano essere rifatti, ma se così fosse io credo che sarebbe stato onesto tornare in Italia, affrontare il carcere e chiedere in Italia la revisione dello stesso processo (mi pare che l’abbiano fatto Toni Negri e Sofri). Questo sarebbe un atteggiamento di chi vuole costringere lo Stato a fare i conti con il proprio passato.

La vicenda Battisti, però, è spia di un accadimento più ampio, ovvero che gli intellettuali italiani, scrittori, storici, cineasti etc. etc., non sono riusciti a raccontare, a spiegare e far comprendere cosa sono stati quegli anni.

Pensi ci sia ancora spazio per la saggistica umanistica e, in particolare, letteraria, nell’Italia che snobba il lavoro di ricercatori e studiosi legati a questo campo?

Io penso che i bravi ricercatori, laureati, studiosi debbano uscire dall’università, se l’università non riesce a fornire loro strumenti per fare ricerca. Devono accettare che l’università non è quella chioccia che tutti tiene, e se hanno una buona idea devono coltivarla, devono scriverne, devono interessarsi e tentare di pubblicare. Presentarsi alle case editrici, rischiare con progetti ambiziosi senza aspettarsi l’assegno di ricerca dallo stato o della fondazione di turno.

Poche parole per convincere un aspirante scrittore che ne vale o non ne vale la pena.

Non so cosa dire. E’ come chiedere a un ingegnere o a un architetto o a un muratore, che ami il proprio lavoro, di dire perché è bello. Io credo che ognuno abbia i propri talenti e che questi vadano coltivati. Altrimenti si è infelici.

A pochi giorni da uno dei periodi elettorali più accesi ed entusiastici degli ultimi anni, cosa pensi dell’attuale condizione italiana?

Penso che la possibile, ma non probabile, caduta del governo Berlusconi non sia la fine del Berlusconismo. Perché se alla retorica di Berlusconi e di Bossi, retoriche ovviamente becere e tremende, si sostituisce quella di Vendola ovvero quella del funambolismo verbale significa che nulla è cambiato. Io non ho ancora sentito una parola concreta e certa su come riassestare la scuola pubblica (in particolare le scuole medie inferiori), su come gestire lo stato sociale, su come lavorare sull’immigrazione (per dire Vendola abbraccerebbe gli immigrati, e io son pure contento, ma dopo? Poi? Quando la televisione se ne è andata e ha ripreso il suo abbraccio cosa ne facciamo del ragazzo/a abbracciato/a? Quale politiche di integrazione mettiamo in atto, quali percorsi di studio, di accoglienza, di lavoro possono essere applicati?). Per non parlare della totale incertezza su questioni di politica industriale, politica culturale etc. Insomma: mandato via Berlusconi chi governa? Grillo? Bersani? Vendola? O Di Pietro? C’è un vuoto culturale e politico spaventoso… questo è ciò che mi pare di intravedere dietro i sondaggi e le “sberle” elettorali.

Qualche anticipazione, infine, sul prossimo romanzo?

Il romanzo parla dell’evento cardine del secolo scorso. Ovvero Auschwitz. Cerca di raccontarlo usando punti di vista diversi da quelli soliti, ma rispettando la verità storica dei fatti. Il lavoro sottende una domanda cruciale: è possibile scrivere un romanzo sulla realtà concentrazionaria senza cadere nel grottesco (Nonno Rosenstein nega tutto di Bosonetto o Lo zio Coso di Schwed)? A settembre, nel numero 3 della rivista «Atti Impuri», edito da NoReply, uscirà un brevissimo lacerto del romanzo, così si potrà avere un’idea più certa di quello vado scrivendo.

E dopo questa chiacchierata lo aspetteremo certamente con curiosità.


[1] Demetrio PAOLIN, La seconda persona, Transeuropa ed., Massa 2011

[2] [N.d.r.] Umberto SABA, Ritratto della mia bambina, in Cose leggere e vaganti (1920)

[3] Anna BRAVO – Daniele JALLA (Eds.), Una misura onesta. Gli scritti di memoria della deportazione dall’Italia : 1944-1993, Franco Angeli, Milano 1994

[4] In La seconda persona (v. nota 1)

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