Ferdinando Camon Intervista - ConAltriMezzi

In occasione di CAM#07: La Città dei Senza, siamo andati a scambiare due chiacchiere con Ferdinando Camon, scrittore, giornalista, intellettuale contemporaneo, che meglio di molti altri ha saputo descrivere le profonde mutazioni del nostro territorio, dal dopoguerra sino ai giorni nostri, attraverso la sua opera letteraria e la sua carriera giornalistica. Questo è un breve estratto dell’intervista, che potrete trovare nel prossimo numero di ConAltriMezzi. Inoltre pubblicheremo in rete un contributo video di questa e di altre interviste condotte dalla nostra redazione.

 

Com’è oggi lo stato di salute della democrazia italiana?

La democrazia è morta. Con il consenso di Napolitano, con il consenso della corte costituzionale, che ha colpe enormi, con il consenso di Berlusconi e di D’Alema. La democrazia c’è se un popolo ha la possibilità, quando è scontento di un governo, di cambiarlo. Invece noi abbiamo un sistema elettorale per cui se un parlamento e un governo sono sgraditi, cadono. Ma non è il popolo che ha il potere di scegliere il nuovo parlamento, bensì è il vecchio parlamento che ha il potere di scegliere i suoi successori, perché ogni partito sceglie i candidati dei primi posti nelle liste che saranno obbligatoriamente gli eletti. Quindi un sistema che toglie il diritto di scegliere i propri rappresentanti non è un sistema democratico. Mi sembra assurdo che la corte costituzionale non si sia mai alzata per dire: questa legge è incostituzionale. È chiaramente incostituzionale. Il fatto è che anche la corte costituzionale ha dei presidenti e dei componenti eletti dai partiti. Uno è grato perché l’ha messo lì il centrodestra, l’altro il centrosinistra, non svolge attività costituzionale obiettiva. Non è democrazia, la democrazia non c’è. La gente non può scegliere i suoi rappresentanti, non può dire nulla se ha dei bisogni o delle esigenze. C’è uno scollamento totale tra il popolo e la classe politica, la quale vive per conto suo e pensa ai suoi interessi. In questo momento tutti i partiti, anche quello più popolare, cioè la Lega, hanno soltanto due occupazioni: riempire le proprie casse e conservare i propri voti.

 

Pensa che la crisi economica e lo strapotere dei mercati finanziari influiscano sulla natura e sul funzionamento delle nazioni e delle democrazie europee?

Io penso che questa non-democrazia influisca sulla crisi economica. La crisi economica ha avuto origini lontane, in America coi mutui sub prime, ma da noi non passa giorno che non ci sia uno scandalo economico e tutti questi scandali sono organizzati e attuati da e nell’interesse della classe politica. Adesso per esempio c’è questo scandalo che vedevo oggi dell’India che chiede di controllare una nostra fornitura di uno stock di elicotteri sui quali venne pagata una tangente a un partito. Così si rovina il commercio estero, si rovina la produzione interna, si rovina tutto. L’Italia non ha una cattiva classe di insegnanti e docenti, non ha una cattiva classe di informatori, giornalisti e gente della televisione, non ha una cattiva classe medica. Ha una cattiva classe politica, che è certamente la parte peggiore, meglio pagata e più corrotta di tutta la società italiana.

 

In un recente articolo lei affronta il delicato tema degli imprenditori suicidi. Inoltre in alcuni suoi romanzi lei ha parlato anche di depressione.  Pensa ci sia un legame tra essa e la crisi economica?

Sì, c’è un legame. I romanzi in cui ho affrontato il tema della depressione sono i romanzi psicanalitici: La malattia chiamata uomo e La donna dei fili. La psicanalisi è un grande strumento  rivelativo, perché è una tecnica di esplorazione dell’inconscio, quindi molto istruttiva, molto rivelativa. La depressione che porta alcuni imprenditori al suicidio ha origini economiche, ma si suicidano perché le difficoltà economiche mettono in crisi tutta l’esistenza, nel senso che in questo momento non ci sono molti valori per cui vivere: non c’è un ideale politico, non c’è un ideale virtuoso, non c’è un ideale religioso. C’è soltanto la famiglia e il suo benessere, e quindi il lavoro. Se crolla questo crolla la vita. Hanno identificato la loro vita col lavoro e il fallimento del lavoro è il fallimento totale della loro vita, quindi si suicidano. È mia opinione però che qui ci sia anche un fallimento dello Stato, perché questi imprenditori non guidano imprese indebitate o super indebitate, molte volte sono imprese creditrici, e da chi? Dallo Stato: comuni, province, regioni. Hanno vinto delle aste con lo Stato, si sono assunte dei lavori, li hanno eseguiti, il contratto prevede che al termine dei lavori arrivi il compenso, ma quando i lavori sono scaduti e terminati il compenso non arriva. In gran parte si tratta di piccole aziende in cui la famiglia dell’imprenditore è legata alla famiglia dei dipendenti. Molto spesso infatti l’imprenditore fa da padrino al battesimo dei figli del dipendente, da testimone alla figlia che si sposa, insomma spartisce la sua vita con i dipendenti, allora non regge all’angoscia di lasciare senza stipendio i suoi dipendenti un mese, due mesi, tre mesi. Al terzo mese si ammazza.

 

È una crisi solo economica? O anche spirituale, morale, valoriale, etc.?

È esplosa per ragioni economiche: son state le banche americane e poi le banche europee legate a quelle americane, tutta una catena legata a domino, che è crollata. Però è crollata perché la spavalderia, la mancanza di responsabilità, di controllo, con cui venivano gestite le banche, puri strumenti di arricchimento sul lavoro e sul risparmio dei clienti, ha qualcosa di non etico, di antietico. Quindi al fondo di questa crisi c’è anche una mancanza di coscienza, di responsabilità. Siamo in decadenza, la decadenza è insieme economica, ma è anche culturale, morale, politica, sociale. Siamo in una decadenza inarrestabile.

 

Oltre alla depressione un altro grande problema, che talvolta è legato ad essa, è la tossicodipendenza. Talvolta questa è una piaga giovanile. Negli anni ’90 per esempio era l’altra faccia del ricco e produttivo Nordest. Cosa ne pensa?

La tossicodipendenza è un problema tremendo. Lo Stato italiano organizzò dei centri regionali per la lotta alla tossicodipendenza, il primo fu proprio qui a Padova. Io ne facevo parte e lì ho imparato un sacco di cose: la droga è uno strumento riempitivo, se la vita ha dei vuoti la droga interviene a riempire questi vuoti. Se la vita è fortemente impegnata in politica non ha vuoti in cui la droga possa infiltrarsi, se è molto impegnata religiosamente non ha vuoti in cui la droga possa infiltrarsi, nemmeno se è molto impegnata sentimentalmente: un ragazzo e una ragazza che si amano molto non aprono la breccia alla droga. La droga si infiltra dove c’è un vuoto e una volta infiltratasi lì non se ne va più. La mia opinione è che chi è dipendente dall’eroina o dalla cocaina non si salva con la volontà, non si salva con la famiglia, è perduto. Si può salvare soltanto con una decisione molto eroica che è quella di chiudersi in una comunità separata. Sto pensando a quella di San Patrignano, che io ho visitato più volte, ero amico del fondatore Muccioli, ho visto come venivano accolti i ragazzi, ho visto come vivevano, lì erano circa duemila, tremila. Non potevano uscire, lì hanno tutto, un lavoro etc. Non possono drogarsi, non possono aver soldi, non possono ricevere visite se non controllati. Quando hanno passato qualche anno in queste condizioni e sono certamente disintossicati, non sentono più lo stimolo, è difficile che ricadano facilmente. Se uno passa questa fase eroica ne esce, se no se sta fuori non ho molta fiducia che tenere il drogato a casa, mandarlo in giro liberamente e fargli prendere il metadone ogni tanto lo preservi e lo guarisca.

 

Più in generale, che futuro vede per i giovani?

In questo momento non vedo per i giovani un futuro. Questo tempo non crea per loro un futuro, non crea un lavoro, quindi non crea autonomia, non possono sposarsi, metter su famiglia, diventare padri, diventare madri. Siamo in recessione, non si fa niente perché questo abbia una svolta, non vedo direttive del governo o dei privati verso una ripresa dell’attività produttiva. Per il tempo che abbiamo davanti a noi non si riesce a vedere per i giovani una possibilità di dare uno sbocco alla loro vita.

 

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