ragazza coi capelli rossi

di Valeria Nanci e Isacco Tognon.

Sei un giovane fotografo che condivide i suoi scatti sul web? Forse allora la storia che oggi raccontiamo ti può interessare. Abbiamo incontrato Giulia Agostini, artista padovana dal carattere riservato, che pubblicando i suoi lavori su flickr ha attirato nel tempo l’attenzione di numerosi appassionati, colleghi e anche di professori universitari americani.
Con quest’intervista vorremmo portare a galla un esempio di quanto possa essere importante lo strumento web come prima rampa di lancio non solo a livello locale, ma anche e soprattutto a livello internazionale; un’esperienza, quella di Giulia, che fa riflettere sul modo in cui giovani artisti possano tentare di aprirsi un varco, aiutati dalla capacità di inserirsi in rete e di saper giocarsi ogni carta facendo leva sulla propria esperienza e creatività. È questa la strada che può portare la semplicità e la forza di una passione ad essere realmente appagate e valorizzate. 

La mostra a Manhattan
Il percorso di Giulia nel campo della fotografia, per quanto ancora agli esordi, mette in luce una contrapposizione tra mondi che viaggiano a due velocità (e con due mentalità) ben diverse: quello americano da una parte e quello italiano dall’altra.
All’inizio del 2011, Giulia riceve una mail da parte di un professore dell’università di Cleveland. Il docente ha notato le sue foto su Flickr, gli sono piaciute e le fa una bellissima proposta: vorrebbe che le sue foto fossero esposte, da novembre a gennaio, assieme a quelle di altri giovani artisti, nella neonata Underline Gallery di Manhattan. La mostra si intitolerà The young and the recluse ed ospiterà gli scatti di giovani fotografi americani e non; alcuni di questi, nonostante la giovane età, hanno già un nome conosciuto oltreoceano (e vantano collaborazioni con imprese come la Levi’s, Jeff Lucker, e testate giornalistiche come il New York Time Magazine, Elizabeth Weinberg). Giulia accetta e firma il contratto. Invia quindi le opere a New York dove saranno esposte e messe in vendita per quasi due mesi. La vetrina newyorkese le dona una più vasta e nuova visibilità.
Ben diversa invece è l’esperienza di Giulia con un’altra mostra, questa volta italiana, a cui era stata invitata. Lo spazio espositivo è a Milano e il titolo della mostra, che raccoglie opere di pitture e fotografia, è StatArt; per poter esporre i propri lavori le viene richiesta una quota di iscrizione alla mostra stessa, nonché un contributo per la stampa delle brochures. In seguito a malintesi ben poco rassicuranti riguardo alle date della mostra e al mancato rimborso dei soldi spesi, Giulia decide di non partecipare con i suoi scatti.
Due piccole esperienze, queste, che non vogliono generalizzare un problema ben più complesso come quello del mercato della fotografia e degli spazi espositivi offerti a giovani fotografi, ma che presentano in nuce due modi diversi per valorizzare un prodotto artistico. Investimento mirato in America, con occhi che indagano oltre i confini nazionali cercando anche sul web nuove risorse, nuove idee; investimenti mancati o mal gestiti in Italia, dove ogni cosa, anche quando si parla di arte e cultura, sembra essere ancora troppo legata al vincolo del “do ut des”.

Vogliamo allora capire quando e come è maturata la tua carriera. Quando nasce la tua passione e con quali strumenti?
Avevo circa ventidue anni quando comprai la mia prima macchina fotografica: una Canon 450, digitale. Mi sono iscritta presto a Flickr, dove ho iniziato a caricare i miei scatti. Ebbi da subito dei buonissimi risultati (parlo di migliaia di visualizzazioni in pochi giorni) e devo confessare che in origine la cosa mi influenzò non poco. Lasciai presto il digitale, però, perché non mi dava soddisfazione: provai con le macchinette usa e getta ma questo tipo di fotografia durò poco; mi comprai dall’Inghilterra una Yashica semiautomatica con un 35 mm. Con quella scatto ancora oggi.

Hai una polaroid?
Sì, mi è stata regalata tempo fa. La uso solo in casi eccezionali, per motivi sia pratici che economici visto l’elevato costo della sua pellicola.

Perché la scelta della pellicola, l’abbandono del digitale e il ritorno all’analogico?
Prima di tutto perché amo la comodità. La reflex digitale era decisamente più ingombrante e lo trovo un vero limite per chi ama cogliere gli attimi QUI E ORA. Il futuro credo infatti sia analogico: ho avuto molta più soddisfazione con la pellicola piuttosto che con il digitale. Credo siano l’autenticità, la sorpresa, il dubbio dello scatto a costruire il fascino della pellicola e a conquistare la mia curiosità.

Quali pellicole usi?
Kodak super max color 400 asa o hilford 400 per il bianco e nero. Ultimamente ho provato anche con i portra 400, sono molto costosi ma ottimi.

Sviluppi con una tua camera oscura oppure stampi dal fotografo?
Ho provato la stampa in bianco e nero, è un’esperienza da fare, ma oggi stampo dal fotografo. Ci vuole molta pazienza.

Parliamo delle tue fotografie. Quali generi preferisci, quali soggetti prediligi?
Ho iniziato con l’autoscatto. Le prime foto caricate su Flickr erano proprio così; ero in qualche modo spinta dalla curiosità del mio corpo e del corpo femminile in generale. Quando il mio fidanzato mi ha presentato la ragazza dai capelli rossi che spesso trovate nelle mie fotografie, ho approfondito questo genere. Mi interessano le persone, la loro faccia, il loro corpo, il loro grasso e le loro ossa. Mi interessa la faccia, la forma e l’atteggiamento. Adoro la luce del tramonto e ultimamente ho iniziato ad apprezzare anche l’uso del flash.

Come scegli i tuoi soggetti?
Di solito sento l’esigenza di fotografare persone che conosco o con le quali abbia almeno avuto l’occasione di bere un caffè, per il resto non mi pongo alcun limite; porto sempre con me la mia piccola yashica t4. Ogni luogo e ogni momento possono regalarmi qualcosa.

C’è molta aggressività nelle tue foto. Il motivo è la denuncia?
No. Io credo di non aver nessuna necessità di stimolare l’occhio degli altri, né di denunciare o di testimoniare. La mia è semplice curiosità, intimità, esigenza di scoprire e mostrare la sostanza delle cose.

Sei stata influenzata o ti sei ispirata a qualche fotografo in particolare?
Più che di ispirazione preferisco parlare di profonda ammirazione per artisti come Salgado, Bresson, Diane Arbus, Richardson. Credo però di aver seguito sempre il mio istinto e la mia sensibilità. Non ho seguito particolari corsi, mi definisco un’autodidatta.

Una tua caratteristica come fotografa?
Sono molto incostante nel lavoro. In inverno per esempio scatto pochissimo. Le foto che faccio tendo a scartarle e a riprenderle continuamente, ho ripreso ad esempio i miei primissimi scatti a pellicola che al tempo trovavo orribili. Il mio sito è un cantiere aperto!

Cosa pensi del mercato della fotografia?
Non mi interessa, almeno non in Italia. Alcuni giovani fotografi statunitensi che conosco sono passati da postare foto su flickr a realizzare l’ultima campagna pubblicitaria della Converse, a collaborare con riviste come Vogue o ancora, a lavorare per la Levi’s. In Italia, o lecchi il culo alla gente o difficilmente funziona.

Ti piacerebbe però vendere le tue foto?
Un tempo avrei risposto che sarebbe stato uno stupro mettere in mezzo dei soldi alla mia fotografia; oggi inizio a valorizzare il mio lavoro e mi piacerebbe trasformarlo in un mestiere.

Hai progetti per il futuro?
Forse un’altra mostra in America, collaborazioni con alcuni magazine.

Cosa pensi dei diritti d’ autore per le tue fotografie?
Non mi interessa. Non ci faccio particolare attenzione.

Hai avuto anche altre esperienze oltre alla mostra in America?
Sì, un paio di pubblicazioni per dei libri e una spiacevole esperienza per una mostra a Milano. Tramite un mio vecchio professore di scuola superiore mi sto aggiornando anche sulle possibilità che offre Padova. Ho appena partecipato ad un particolare progetto spagnolo. Alcuni editor mi hanno contattata sempre via mail dopo aver visto il mio lavoro on line e mi hanno invitata a prendere parte a “It is a river”.  Ad ogni fotografo è stata spedita una macchina usa e getta da rispedire a rullino ultimato. Scopo del progetto: cogliere l’attimo senza strumentazioni costose e senza la possibilità di tornare indietro basandosi sul fatto che a un bravo scrittore non serve una penna d’oro.

Ti senti di dare qualche consiglio ai fotografi emergenti?
C’è tempo.

 

Il sito di Giulia Agostini

 

 

 

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