In occasione della prima conferenza di Augment Place abbiamo deciso di intervistare Renato Barilli, importantissimo critico e storico dell’arte italiano, invitato all’evento per presentare Videoart Yearbook.

Quest’ultimo è un progetto di video-arte curato da Renato Barilli, Guido Bartorelli, Alessandra Borgogelli, Paolo Granata, Silvia Grandi e Fabiola Naldi, in collaborazione con Giorgia Lucchi, direttrice della galleria Arte Boccanera di Trento, e con VisualContainer, piattaforma di video-arte italiana. Il Progetto è patrocinato dal Dipartimento delle Arti Visive e dalla Scuola di Specializzazione in Beni Storici Artistici dell’Università di Bologna.

 

Che cos’è e da dove nasce Videoart Yearbook?

Videoart Yearbook nasce a Bologna nel 2006, è un progetto ed un evento che organizziamo ogni anno e, quindi, ormai giunto alla settima edizione.
Il progetto consiste in una selezione di 30, 40 video realizzati da alcuni fra gli artisti più significativi nel campo della video-arte italiana. Agli artisti selezionati abbiamo chiesto di realizzare dei pezzi brevi che successivamente abbiamo montato in sequenza.
La scelta di una visione concentrata ed in sequenza è stata dettata dalla volontà di evitare una visione distratta, in quanto spesso, a grandi rassegne di arte contemporanea, come la Biennale, o Documenta, ci sono moltissimi di video, ma non si ha il tempo di fermarsi a vederli a causa del grandissimo numero di opere presenti.
Questa scelta però ha implicato l’esclusione dell’istallazione video dal nostro progetto, perché il progetto è vincolato ad un solo schermo mentre le installazioni operano con forme di proiezione che potrei definire “globale”, ovvero proiettando su più pareti, pavimento e soffitto.

 

Durante la conferenza ha affermato che la pittura rivive, in un certo qual modo, nella video arte, potrebbe approfondire questo argomento?

Al giorno d’oggi la vecchia classificazione delle arti proposta da G. E. Lessing [letterato, drammaturgo e filosofo del settecento n.d.R] è crollata interamente. Lui affermava che esistevano due tipi di arte: le arti dello spazio, legate alla rappresentazione del corpo, quindi pittura, scultura e architettura e le arti del tempo, legate alla rappresentazione di azione ed emozioni, quindi musica, teatro e letteratura.
Le forme espressive contemporanee escludono questa classificazione in quanto ormai l’immagine, la pittura, si ottiene con il video. In questo modo essa viene dotata di movimento entrando, così, in possesso della dimensione temporale, esattamente come per la musica, il teatro, o la letteratura; inoltre, spesso, il video può essere dotato di una colonna sonora, cosa che lo fa uscire ancor più dai limiti della classificazione lessinghiana.
Questo non significa, però, che la pittura più tradizionalmente intesa non esisti più, significa semplicemente che oggi vi è la possibilità di conferire ad essa movimento tramite il video, ma ovviamente se un artista lo desidera può continuare a dipingere e a creare installazioni fisse, anche se sempre più di rado si vedono quadri, dipinti convenzionalmente intesi, ma più frequentemente opere di grafitismo, wall-paintig o streetart.

 

Quindi, si potrebbe affermare che, in un certo qual senso, la video-arte può contenere in se stessa tutte le altre forme espressive?

Esatto, la video-arte realizza l’utopia wagneriana della Gesamkunstwerk, dell’opera d’arte totale, in quanto in un video confluiscono danti visivi, sonori e comportamentali, il teatro e l’azione scenica.
A mio avviso al giorno d’oggi esistono solo la distinzione tra il lungometraggio ed il cortometraggio, il prodotto breve dove si possono rintracciare dei valori tattili, visivi, sonori, ma privo di una trama, un filo conduttore narrativo, e il prodotto lungo, il romanzo, il cinema, dove invece è necessario un plot.

Mi ricollego, poi, ad Aristotele ed alla Poetica, dove il filosofo greco tratta in modo unitario tragedia, epica e commedia superando così i loro specifici e raccordandoli sotto l’egida del mythos, l’intreccio, la narrazione.
A mio avviso questo pensiero è valido anche oggi, tant’è vero che ad un convegno ad Udine sul cinema, del quale ho curato la relazione introduttiva, mi ponevo il quesito: “Un’Aristotele redivivo metterebbe il cinema nella sua poetica?” La mia risposta è sì, un Aristotele di oggi non esiterebbe ad inserire il cinema nella sua Poetica, probabilmente non parlerebbe più di poema epico, ma parlerebbe di teatro, commedia e tragedia, e aggiungerebbe a questo il cinema, cinema e teatro ancora una volta raccordati sotto il segno della narrazione.

 

Parlando di Wagner e di video che riassumono in sé varie forme espressive, ha visto Melancholia di Lars von Trier, presentato l’anno scorso al festival di Cannes? Credo sia molto significativo in questo senso: l’incipit del film sembra proprio voler operare una sintesi tra le varie forme d’arte recuperando proprio l’idea wagneriana di opera d’arte totale. Che ne pensa?

Io detesto il cinema intelligente che elude, in un certo qual senso, Artistotele, il cinema deve avere la trama, deve avere delle ossa, della sostanza, non amo il cinema che civetta con l’arte: Se queste due forme espressive devono incontrarsi, meglio che lo facciano nel campo della video-arte, non in una forma ibrida di un cinema semi – narrativo e semi – artistico, proprio per questo motivo, ad esempio, ho trovato il film vincitore del festival di Cannes 2011, The tree of life di T. Malick, di scarso interesse.

 

Passando ad argomenti più strettamente attinenti alle tematiche affrontate da Augmented Place, secondo lei che momento sta attraversando l’arte contemporanea?

Io credo che l’arte stia vivendo una stagione straordinaria e sono perfettamente ottimista. Ciò che trovo più interessante è il fatto che adesso si faccia arte in tutto il mondo, mentre fino a tutto il secolo scorso l’arte era solo occidentale: l’Occidente imponeva le sue strategie e gli altri gli dovevano correr dietro, infatti la maggior parte degli artisti novecenteschi di rilievo sono artisti occidentali, quasi tutti dell’Europa o dell’America del Nord.
Adesso Cina, Giappone, i paesi arabi, l’America del Sud, tutto il mondo produce arte allo stesso livello dell’Occidente, questo perché i mezzi (video, fotografia…) sono diventati accessibili a tutti, diffondendosi ovunque e diventando comuni. Forse i paesi extra-occidentali ci stanno pure superando, in quanto trovano le loro radici, mentre l’Occidente fatica, perché deve abbandonare tutta la sua secolare tradizione, quella del mimetismo, che abbiamo avuto solo noi.

 

Secondo lei è vero che vi è una frattura tra l’arte contemporanea e la società? Che la società rifiuta in un certo qual modo l’arte contemporanea? Che non vi è più comunicazione tra i due universi?

La massa ha difficoltà a capire le avanguardie di tutti i tipi, anche le avanguardie scientifiche, chi comprende quello che sta accadendo nei laboratori di fisica o di medicina? La massa non comprende niente, attende i risultati, certo la medicina da dei risultati pratici, concreti, mentre l’arte no, per questo risulta più difficile seguirla.
Mutuando il pensiero di M. McLuhan [sociologo canadese n.d.R.], del quale sono un fervido sostenitore, credo che l’artista dell’avanguardia non sia chiuso in una torre d’avorio, bensì in una torre di controllo, nella quale si isola per guidare l’umanità sulle rotte del futuro.

 

Quindi, a suo avviso, qual è il ruolo dell’artista nella società contemporanea?

E’ quello di adattare il grosso del pubblico alle nuove tecnologie, di traghettarlo dentro un nuovo clima tecnologico.

 

Parlando di tecnologia, secondo lei quando può incidere internet sul futuro dell’arte?

Credo che internet incida soprattutto come mezzo informativo, da questo punto di vista ha un valore straordinario, tanto che oggi non c’è artista che non abbia il suo blog, il suo sito. Io, ad esempio, vorrei realizzare una mostra sull’arte sudamericana ed in particolare brasiliana e molto probabilmente la potrò fare consultando semplicemente i siti dei vari artisti.
Non credo all’internet come possibile strumento creativo, credo nell’internet come eccezionale strumento informativo, un deposito grandioso di immagini.
Credo che la creazione artistica debba ancora avere una base solida, penso sia ancora fondamentale un momento di creazione materico – oggettuale.

 

 

La conferenza si è poi sviluppata mostrando l’intero progetto Videoart Yearbook, tra i video proposti abbiamo apprezzato in particolar modo Shitman di Laurina Paperina, un dissacrante e divertente cartone animato, solo apparentemente a bassa definizione, la rivisitazione dei monumenti di Best Before di Nicola Genove, l’autobiografia citazionista e universalizzata Real Job vs Dreams di Antonio Guiotto e la dinamica e poetica natura morta di Moment as a drop di Francesco Lo Monaco.

 

Shitman and the end of the world from Laurina Paperina on Vimeo.

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