Andrea Molesini. Scrittore, poeta, traduttore veneziano. Insegna Letterature comparate all’Università di Padova. Nel 2011 è stato vincitore del Premio Campiello e del Premio Comisso  con il romanzo Non tutti i bastardi sono di Vienna pubblicato da Sellerio.

Pubblichiamo un estratto della chiacchierata avuta con lui a proposito di Padova, di università, di libri e di letteratura.

a cura di Emanuele Caon e Tommaso De Beni

   Parafrasando una celebre detto, partiamo da un concetto: Padova città dei senza. Secondo lei, cosa manca a Padova?

Credo che, a Padova, l’Università non riesca a parlare con la città. Io l’università la intendo in modo medievale – che è poi anche il modo più moderno di intenderla – ovvero come una comunità di studenti. Quando l’università nacque gli studenti pagavano lo stipendio ai professori e quindi erano loro a dettar legge. Lo spirito dell’università di Padova è sempre stato questo, anche se oggi le cose non vanno come nel Medioevo. Tutte le università dovrebbero essere concepite come comunità di studenti, dato che sono loro quelli che le mantengono con le tasse e con il lavoro: loro dovrebbero dare più vitalità, più energia all’università e alla città.
Voi, essendo ragazzi, avete il vantaggio della giovinezza e lo svantaggio dell’ignoranza e della mancata esperienza, ma questo vi rende più curiosi e quindi rapaci di fronte alla conoscenza. La vostra è un’energia straordinaria che la città di Padova non riesce a trattenere e ad utilizzare.
Io ho scritto un romanzo per Sellerio ed amo molto questa casa editrice perché è una vera casa, cioè un luogo dove gli scrittori possono abitare. Non è solo un’azienda, è proprio una casa in cui si lavora, si discute, si abita, e io credo che l’università dovrebbe essere così: un luogo di discussione costante, scambio di idee, ricerca orientata anche al passaggio e alla comunicazione dell’idea. Non dovrebbe essere una torre d’avorio che produce un sapere inutilizzabile. Tutto il sapere è maledettamente utile, questo non va dimenticato.
L’università dovrebbe essere concepita come un campus anglosassone, usando però allo stesso tempo la tradizione italiana in cui l’università è dispersa all’interno delle vene della città. Per esempio, dovrebbe avere dei cinema, dei teatri, delle sale di concerto proprie; si può fare anche con pochi mezzi. La cultura è sempre vissuta con pochi mezzi, perché gli uomini prima pensano a mangiare e a ripararsi dal freddo e poi pensano alla poesia. Ed è giusto che sia così, perché la ragion d’essere della poesia è intrinseca e non va cercata altrove.
Sono stufo di sentir parlare solo di economia. Sono gli esseri umani che fanno l’economia e ne dettano le regole, e gli esseri umani hanno dei bisogni. Uno di questi bisogni è la letteratura, che è meno secondaria di quanto si crede. Anche a livello economico, comunque, non è vero che la cultura non rende. I libri vengono letti, distribuiti, che siano più o meno belli costituiscono un mercato. I lettori sono tanti, non siamo più un popolo con il 90% di analfabeti come 150 anni fa, quindi non bisogna scoraggiarsi. Per ogni attività esiste un possibile mercato. Penso, per esempio, al teatro: è sempre stato povero, ma è sempre esistito, da secoli. Certo bisogna essere ingegnosi, darsi da fare e soprattutto ci vuole un po’ di fortuna, ma non bisogna pensare che la cultura sia per definizione priva di possibilità economiche, perché anche questo è un pregiudizio.

   Come si spiega l’alto numero di studenti che ogni anno si iscrive a Lettere nonostante la saturazione dei posti di lavoro per gli insegnanti?

Su questo sono un po’ pessimista: non credo sia tanto la passione per le lettere a spingere i ragazzi a iscriversi a questa facoltà, quanto piuttosto il fatto che è considerata molto più facile delle altre. Moltissime persone dicono: non sono portato per la matematica. È un ragionamento un po’ cretino, perché nessuno è portato a prescindere per qualcosa, è la vita che poi deciderà chi emerge, non l’università. Io dico sempre che a condizionare gli studenti è l’innamoramento del tema dell’ultimo anno di Liceo, che li illude di poter fare gli artisti. È più facile illudersi di essere un artista che di essere uno scienziato. Ovviamente gli artisti autentici sono pochissimi. Faccio un esempio: quante persone scrivono poesie? Parliamo di milioni. Non sono tutti poeti ovviamente. Non è proibito dalla legge scrivere poesie e non vorrei mai che lo fosse, però non basta scrivere poesie per essere poeti. Non credo però che ci sia un milione di persone che prova ad inventare teoremi matematici. Anche la poesia in realtà richiede studio, applicazione, costanza, solo che in questo caso è facile illudersi che basti sedersi su un paracarro e aspettare l’ispirazione, ma l’ispirazione è un sommovimento emotivo che ti sorprende mentre stai lavorando, non mentre lo stai aspettando non facendo un cavolo.

   Pensa che l’università dovrebbe creare percorsi alternativi per gli studenti di Lettere che non vogliono insegnare? Penso per esempio ai corsi di scrittura creativa: secondo lei queste sono opzioni valide?

No! Le scuole di scrittura creativa sono per lo più un bidone. Servono per pagare gli insegnanti, gente che magari cerca un lavoro meno noioso dell’impiegato. C’è un libro di Stephen King sulla scrittura che si intitola appunto On writing in cui lui sostiene che l’unica cosa buona delle scuole di scrittura creativa è che si conoscono le ragazze, lui infatti ci conobbe sua moglie, anche lei scrittrice. È un luogo dove si trovano altri aspiranti alla vita artistica, ma non si impara a scrivere. La scuola di scrittura c’è già ed è la letteratura stessa: uno legge le poesie di Montale, legge Guerra e pace, legge Il gattopardo… quale scuola migliore di questa? Stravinski nella poetica della musica dice che Mozart e Beethoven non hanno mai avuto in mano un trattato di armonia, perché ancora non esisteva, però non è che per questo non sapessero fare buona musica. Secondo me i manuali di scrittura creativa rischiano di essere addirittura ridicoli. La verità è che bisogna leggere e studiare i libri, non si finisce mai di imparare dai grandi maestri che ci hanno preceduto. Non c’è altro metodo, oltre a vivere intensamente.
Ho conosciuto Ted Hughes, il grande poeta inglese marito di Sylvia Plath, che per venticinque anni è stato presidente di una scuola in cui ogni anno si selezionavano una ventina di ragazzi di quindici anni che, per la loro età, erano i migliori scrittori d’Inghilterra. Questa scuola cercava di farli diventare scrittori professionisti, con letture ed esercizi appositi. Dopo venticinque anni si è dimesso perché i risultati erano pessimi: nessuno dei ragazzi selezionati ha mai vinto un premio letterario importante, nessuno è diventato poi scrittore. Non c’è una ricetta per i percorsi artistici. Nel caso della scrittura una grande scuola è, per esempio, saper tradurre, perché si impara anche a rubare lo stile di uno scrittore straniero.

   Esistono ancora i grandi centri di cultura? Si può fare lo scrittore vivendo in Veneto?

I centri di cultura sono dappertutto, dove c’è vita c’è cultura. Tra l’altro questa parola mi piace poco perché non esiste una cultura con la C maiuscola e una con la c minuscola. Ma io credo che lo scrittore si possa fare ovunque, quindi anche in Veneto, che tra l’altro mi sembra una regione molto vitale, non è assolutamente addormentata. Non mi piace la cultura del piagnisteo, non porta da nessuna parte: io mi arrabbio quando sento dire “poveri giovani, non c’è lavoro”. Io i giovani li invidio, perché sono giovani e possono fare cose che io alla mia età non posso più fare. Penso che i giovani siano più invidiabili che compatibili, e quindi, per carità, non autocompatitevi. Avete l’energia della giovinezza e questa è una cosa meravigliosa.

   L’anno scorso la redazione di ConAltriMezzi ha i cinque romanzi finalisti del Premio Strega e i cinque del Campiello, e quest’annostiamo ripetendo l’esperienza: spesso i premi letterari vengono criticati, accusati di poca serietà. Lei cosa ci può dire a riguardo?

Qualsiasi giuria è oggetto di pressione. La giuria tecnica, di letterati, non ama fare sgarbi agli editori importanti, per cui lo Strega privilegia da sempre il gruppo Mondadori, il gruppo Rizzoli, il gruppo Mauri Spagnol. Sellerio, per dire, neanche partecipa.
Il Campiello e il Premio Comisso, invece, hanno la doppia giuria, per cui ci sono trecento lettori, non raggiungibili, non influenzabili, scelti tra una rosa enorme, che possono esprimere la loro preferenza. Questi lettori possono fare i giurati solo una volta in tutta la vita, e gli editori non li conoscono. Anche così non si può comunque dire che venga premiato il libro migliore: viene premiato il libro che piace di più a quei giurati, i quali sono metà uomini e metà donne, vengono da tutta Italia, sono di diverse estrazioni sociali, quindi sono eterogenei. È un po’ come un sondaggio.
In generale, posso dire che i premi letterari servono sostanzialmente a far vendere più copie. Il mio libro [Non tutti i bastardi sono di Vienna, n.d.r.] mi pare abbia venduto ventimila copie prima del Campiello e quattro volte tanto dopo: è evidente che i premi importanti hanno prima di tutto una funzione di visibilità. Ma devo dire che i libri sono così emarginati che qualsiasi occasione di festeggiare intorno a loro va bene. In tempi non sospetti io dissi ‘mi piacciono i premi che vinco io’, e non mi rimangio la parola. Fa parte della vanità degli scrittori e di tutti gli esseri umani. Non è un’amica dell’anima, la vanità, ma purtroppo è dappertutto.

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