CAMing-out-Darkness

Il terrore ha successo, quando si nasconde nelle pagine di un libro. La letteratura lo sa fin troppo bene, e da secoli ama raccontare la paura, le sue atmosfere, la sua capacità di parlare dell’uomo prendendolo di sorpresa, alle spalle. 

Nel CAMing out!  di oggi passiamo al lato oscuro, e vi raccontiamo i nostri romanzi gotici preferiti: niente vampiri languidi né donzelle disincarnate, ma storie che guardano alla parte meno luminosa dell’animo umano. E che ci trovano dentro cose che nessun umano potrebbe nemmeno immaginare…


2855758-9788817059725Tiziana Buda segnala:
R. L. Stevenson, Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde, BUR, 2012, 112 pagine. Prima edizione: 1886.
 

Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde (1886), probabilmente uno dei romanzi gotici per eccellenza, racconta la storia di un medico che scopre una delle verità fondanti della psiche umana, cioè che ogni individuo possiede una doppia natura, una buona e una cattiva, e che la personalità umana è spesso influenzata da entrambe. L’obiettivo del dottore è quello di ideare una droga, la cui formula sia capace di portare alla luce l’identità nascosta di ogni uomo. Quando, però, lui stesso beve la pozione, si ritrova combattuto tra due personalità contrastanti.
La trasformazione, che avviene sia nella mente che nel corpo, fa emergere le pulsioni più oscure e nascoste di Jekyll, che fino a quel momento aveva tenuto una condotta ineccepibile. Con la comparsa del malvagio Hyde (che, ironicamente, significa “nascosto”) le notti londinesi si macchiano di orribili omicidi e presto il dottore si rende conto che le due nature contrapposte stanno lottando l’una contro l’altra per assumere il controllo totale del suo corpo. Disperato, quando si rende conto che gli effetti dell’antidoto diventano sempre meno efficaci, Jekyll distrugge i suoi appunti e la chiave del suo studio, nella speranza di mettere a tacere il mostro che lui stesso ha risvegliato. Ma a distanza di mesi Hyde si ripresenta, e al dottore rimane soltanto una soluzione. La lettera che verrà ritrovata nel suo studio spiega nel dettaglio tutto ciò che gli è successo, ma è anche un monito a non commettere il suo stesso errore. Al mondo esistono forze che non possono essere imbrigliate, neppure dalla scienza. La natura umana è una di queste.

Questo straordinario romanzo ci catapulta in una realtà fatta di dualismi e opposizioni. Un fatto colpisce forse più degli altri: l’uomo non è certamente uno, ma verosimilmente è doppio. Questa è la verità del povero Jekyll, ed è anche la nostra verità. Il destino toccato al dottore è lo stesso che attende tutti noi, se non riusciamo a convivere con noi stessi, accettando anche le parti più buie e le contraddizioni connaturate alla nostra esistenza.

 

3863548Tommaso De Beni segnala:
Jules-Amédée Barbey D’Aurevilly, Le diaboliche, Feltrinelli, 2013, 224 pagine. Prima edizione: 1874.

Tecnicamente, stando all’origine del termine, un romanzo (o racconto) gotico dovrebbe avere una collocazione temporale antecedente all’epoca in cui viene scritto, e infatti le prime opere a guadagnarsi quest’etichetta erano ambientate nel Medioevo (sfruttando il luogo comune spesso errato dell’età medievale come epoca oscura e tetra).
Oggi il termine ha assunto un’accezione più ampia, che mescola altri concetti o tendenze come il dark o il soprannaturale, per cui possono essere gotici un film di Burton, un disco metal o un romanzo horror (ma Stephen King, ad esempio, pur avendo scritto di vampiri non c’entra nulla con il gotico).
Barbey D’Aurevilly, assieme a Thomas De Quincey, Adalbert von Chamisso, Villiers de L’Isle-Adam e Ernst Theodor Amadeus Hoffman è uno di quegli autori snob (nel senso buono del termine) che piacquero molto ai surrealisti francesi e, in Italia, a quegli autori come Tommaso Landolfi che rifiutarono di far parte dello stuolo di romanzieri realisti (e di romanzieri in generale) inseguendo piuttosto la raffinatezza del pensiero e della parola.
Egli, come ricordava Anatole France, professava la sua fede con la bestemmia ed era molto attratto dal peccato. Il suo essere gotico, in senso lato, si manifestava nel suo essere fuori dal tempo. Disprezzava infatti la sua contemporaneità, alla quale preferiva epoche più o meno remote (dagli anni Trenta dell’Ottocento al Seicento).
Nelle Diaboliche, l’autore raccoglie sei racconti impregnati di umorismo nero, sadismo e cinismo, costruiti tramite una cornice barocca in cui alcuni personaggi raccontano delle storie (che talvolta sono storie tramandate per sentito dire), proprio come avviene in opere come il Decameron o il Cortegiano. In questa contorta catena narrativa, personaggi rispettabilissimi della buona società mostrano i loro lati oscuri e le loro perversioni: si va dal classico rapporto amore/morte, presente nel primo racconto, alle pieghe grottesche del geniale A un pranzo di atei.
Alcune parti del corpo (le mani, gli occhi, il cuore, i genitali) assumono significati particolari e autonomi rispetto alla persona e alla storia, caratteristica che ritroviamo in Poe e in Hoffman e che è stata riconosciuta da alcuni critici come tipica della letteratura fantastica del tardo Ottocento. Mario Praz, inoltre, ha messo in luce come in questo testo di Barbery d’Aurevilly ricorrano molti luoghi comuni del decadentismo.

 

9780747594802Annalisa Scarpa segnala:
Neil Gaiman, The Graveyard Book, Bloomsbury Children, 2009, 304 pagine.

Bod, non Bob. “Bod” come “Nobody”, Nessuno. Come altro potrebbe chiamarsi un bambino scomparso da qualsiasi registro, da qualsiasi stato di famiglia e cronaca di giornale? Un omicidio plurimo in una notte nera, e un bambino poco più che lattante che gattona fuori dalla culla per nascondersi nell’unico posto dove all’uomo chiamato Jack non sarà permesso entrare. Al bambino, invece, viene dato asilo e l’affetto di spiriti forse freddi, ma nondimeno amorevoli. Curiosità e incapacità di stare al proprio posto: ecco Nobody Owens, il figlio del cimitero (è il titolo della traduzione italiana, NdE). Ma il tempo, di capitolo in capitolo, passa: rimanere al riparo tra i morti va bene, ma Bod è vivo, e anche se comprende e rispetta e i misteri del luogo che lo ospita, anno dopo anno sarà sempre più difficile ignorare le differenze tra lui e questi spiriti di ogni epoca, e anche quelle tra lui e i vivi della città.
Neil Gaiman non ha bisogno di presentazioni: basta citare Coraline e Sandman. Per descrivere The Graveyard Book, invece, una sola parola non basta. È un libro cupo: c’è tanto, tantissimo nero, come gli abiti di Jack, i suoi capelli, l’oscurità in cui si muove. Vittoriano per ambientazione, atmosfere e – se vi capita fra le mani l’edizione illustrata da Chris Riddell – per gli abiti d’epoca e le elegantissime inferriate che inframezzano il racconto. Ma è anche un libro divertente, perché nonostante i tanti morti e lo spessore dei personaggi, l’immediatezza del linguaggio e la sua varietà lo rendono di lettura veramente gradevole. È un libro profondo e colto grazie a tutti i riferimenti a danze macabre, riti di sepoltura, a ciò che riguarda il confine tra il mondo dei vivi e dei morti e che addomesticandolo lo rende accettabile e comprensibile. È un libro sentimentale (sì, proprio nel senso di romantico, nel senso di rosa) che parla di un bambino e una bambina che (nel cimitero) giocano assieme, e poi si ritrovano e forse si innamorano. È un libro spaventoso ogni volta che i personaggi sono inseguiti, apparentemente senza scampo, dal soprannaturale in tutte le sue forme demoniache ma anche dal completamente umano (e per questo più diabolico) tentativo di portare a termine un crimine lasciato in sospeso. Ed è epico, rapsodico nel comporre insieme i vari episodi (ispirandosi a Kipling anche in questo), e aulico nel mettere in scena niente meno che quella Signora su un cavallo grigio. Perciò se, come Bod, nel tentativo di scappare a qualche Jack o ghoul vi trovaste in un cimitero o nel fondo di una cripta, pur non potendo sperare in un intero esercito di night-gaunts, potrete forse avere un buon Gaiman su cui contare.

 

skellig1Giulia Cupani segnala:
David Almond, Skellig, Salani, 2009, 151 pagine.

Bastano una casa in semi-rovina, uno spirito incarnato in un corpo per metà umano e per metà animale e un bambino che si muove sul crinale pericoloso e incantato tra la vita e la morte, per fare di un romanzo un romanzo gotico?
Se sì, allora Skellig lo è. E, anzi, del gotico incarna lo spirito più puro e probabilmente più nobile: l’ambizione di inventare uno spazio in cui il mondo dei vivi e quello dei morti possano infine parlarsi e, dopo aver deposto le armi, dare sfogo al loro reciproco bisogno di contatto.

Al centro di questo racconto “gotico” sui generis, metaforico e pieno di echi, ci sono un ragazzino, Michael, e un misterioso simil-uomo di nome Skellig. Skellig ama la birra e il cibo cinese da asporto, ha grosse ali che sembrano fatte di carta e abita nascosto in un garage abbandonato, in fondo al cortile di una vecchia casa. Proprio in quella casa, un giorno, si trasferisce la famiglia di Michael: i nuovi inquilini non vedono l’ora di prendere possesso della dimora, e cominciano a mettere ordine in quel regno decadente, ma prima che la bonifica raggiunga il garage i lavori si interrompono di colpo. La madre di Michael, infatti, partorisce prematuramente una bambina, che rimane per settimane pericolosamente in bilico tra la vita e la morte, e dal giorno di quella quasi-nascita la vita dell’intera famiglia si scompone come una costruzione di cartone inzuppata di pioggia.
Mentre la madre passa le sue giornate in ospedale, accanto a quella misteriosa sorella nata troppo presto che Michael può solo immaginare e per cui prova sentimenti confusi e non sempre amichevoli, il ragazzino si trova ad esplorare il cortile, e poi il garage. E lì, tra casse abbandonate e sporcizia indicibile, incontra quella che all’inizio sembra solo una crisalide, il guscio vuoto di una misteriosa creatura morta, e che invece si rivela essere un “qualcosa” vivo e pulsante, dotato di un paio di ali fragili e di una voce che parla la lingua umana. Con il tempo, grazie alle cure di Michael e della sua vicina di casa Mina, l’orribile Skellig dalla pelle avvizzita riprende le forze e si trasforma poco alla volta in un giovane uomo alato, bizzoso e misterioso, pieno di un fascino inafferrabile e oscuro, luminoso e nero al tempo stesso. Un angelo spettrale. Il meraviglioso rappresentante di un altro mondo, arrivato in questo nascosto sotto le mentite spoglie di un barbone.
Sarà lui, prima di scomparire per sempre, a passare nella stanza d’ospedale dove è ricoverata la sorella di Michael e a rovesciare dentro il suo minuscolo corpo qualcosa che la trascinerà definitivamente dalla parte della vita, ma non è in questo finale commovente e onirico il vero fuoco della storia che David Almond racconta nel suo romanzo. Skellig meraviglia non per quello che fa, ma per quello che è e per quello che ricorda: Skellig è un angelo e uno spettro, uno spirito e un enigma. In lui abita il mistero della bellezza che trascolora nella bruttezza più oscena, e poi ritorna indietro, instancabilmente, nell’eterno scambio tra vita e morte che è la base su cui poggiano le fondamenta del nostro mondo, e di tutti i mondi possibili.   

 

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