La solitudine non è mica una follia,
è indispensabile per stare bene in compagnia.
-Giorgio Gaber-

 

Lo sbirro Abur mise la divisa, divisa dalle scarpe e prese parte. Fuori la luna stava sorgendo. Le sbarre quasi tremavano al tocco delle sue dita. Dita da sbirro. Vennero in tre a liberarlo. Bisognava fare presto, c’era il rischio di non trovarlo più il ladro. Perchè quello mica sta lì ad aspettare noi sbirri, eh, no. Ma dove scappa poi? Non gli conviene mica andarsene da Inverso, pensava Abur mentre scendeva in strada coi tre colleghi: Oer, Oslaf e Aguf. Inverso è un bel paese, poi adesso che ha rubato magari può trovare un posto in fabbrica, o addirittura in miniera. Ma questi sono solo discorsi di uno sbirro. Bisogna fare presto, che se lo trovano prima i preti, lo uccidono. O lo amano. Montarono in sella agli elefanti e partirono al gran trotto. Dovettero fermarsi un paio di volte. Era già notte e il vicolo Falco era pieno di missionari, dottori e benefattori vari. Non ce la fecero ad arrestarli tutti. Abur decise di proseguire da solo. Decise che lo avrebbe preso lui questo ladro, così magari il direttore del carcere mi licenzia (in fondo me lo merito dopo tanti anni, no?), come sarebbe fiero di me mio figlio Affurt, pensava Abur mentre l’elefante correva verso la banca. Ma io mi faccio troppi castelli, pensava, sono uno coi piedi per terra, per questo mia moglie Anei mi ha sposato. Mi manca. Ho male l’anca e ho la schiena stanca. Ma adesso basta pensare, quella è la banca, l’eroe deve essere passato per di qua. Nel frattempo lo aveva raggiunto anche Aguf. “E Oslaf?” chiese Abur, “Non ce l’ha fatta” rispose il compagno di merende.” Lo amo, pensava Aguf, adesso mi toccherà dividere con lui la colpa di aver preso il ladro. “Visto che sei qui passami il Sacchetto” disse con tono amichevole. “Il Sacc… Ma veramente hai intenzione di usare IL SACCHETTO?”rispose Aguf, che lo stava contemplando con uno sguardo intelligente. “Fa come ti dico, Dio ti benedica! Io ho meno esperienza di te!”. Aguf esitò ancora un istante, poi iniziò a frugare sotto alla sella, tirò fuori un sacchetto di stoffa che squittiva silenzioso, e glielo scagliò in faccia con spacconeria. Abur non perse tempo, afferrò il sacchetto che cadde a terra e si chiuse: ne uscirono tre talpe indagatrici. “Annusate bene la zona, piccole mie, e portateci titubanti dall’eroe di oggi.”. Esclamò queste parole, quasi urlando, ma con una tale vena d’isteria nella voce che ad Aguf le ginocchia facevano giacomo giacomo; poi Abur si rivolse all’amico “Tu non restare qui, potrebbe essere periglioso”. Aguf annuì timidamente e pur non sapendo il significato della parola periglioso decise di lasciare che fosse Abur a portare a termine la missione. Le talpe partirono alla ricerca del ladro perduto, ma procedevano così lentamente che alla prima curva lo sbirro si fermò davanti ad un magazzino convinto di aver trovato il suo uomo. Iniziò dunque a parlare sottovoce: “Entra, ladro, sono qui per te, entra pure con le mani in tasca, ti sparerò!”.

Dopo un’attesa di appena dieci anni  un omuncolo grassottello uscì dal magazzino e andò verso Abur. “Vieni qui, ma dove scappi, furbo, ho qui la tua medaglia.”

“Io n-non credo di m-meritarmi alcuna medaglia, signor generale. In fondo, al giorno d’oggi rubare è un’attività talmente diffusa…” Abur non aveva fretta “Cos’è questa confidenza? Signor generale? Ma chi crede di essere, il bidello delle elementari? Io per lei sono un amico, ha capito?”

“S-sì ho c-capito signor tenente, pardon, amico mio carissimo” Rispose l’altro, che sembrava accaldato. In effetti stava spuntando il sole e anche Abur aveva voglia di andare sotto le coperte. “ E poi, non faccia lo smargiasso, non cerchi di nascondere ciò che lei è diventato stanotte.” “M-ma io ho solo fatto ciò che ormai sanno fare anche i b-bambini”.

Abur era diventato calmissimo: “Lei è un ladro!” sussurrò “un pessimo esempio per i nostri giovani, un ladro spudorato e senza cuore, della peggior specie! E in quanto tale lei merita di governare questo paese. Venga, la porto in semaforo dal lavavetri. Ma prima, mi tolga una curiosità, come si chiama e che lavoro fa?”

“Bè, io i-io s-sono..”

“Suvvia, qualunque sia la sua condizione, adesso tutto cambierà.”

“Io sono Otseno e faccio il politico” Pronunciò la frase senza balbettare, era in evidente imbarazzo.

“Ma guarda un po’, un umile politico come tanti se ne vedono sguazzare per le fogne del paese. E pensa come peggiorerà adesso la tua vita. Dì pure addio all’auto blu e agli altri privilegi, per te si aprono le porte del lavoro!”

L’omuncolo non ce la fece più e iniziò a ridere di dolore: “Grazie, la ringrazio, anzi la sputo, lei è troppo cattivo, non mi sembra falso, i miei figli sarebbero disgustati da me!. Mi sembra di vivere un incubo!”

Tutti avrebbero diritto a vedere realizzati i propri incubi, pensava Abur mentre portava via il ladro, il quale, dal canto suo, continuò a ridere anche durante la cerimonia privata dove fu premiato e oberato ufficialmente dal peso del lavoro.

“Sei stato bravo Abur” gli disse qualche giorno dopo il lavavetri, che lo aveva promosso al grado di appuntato, “Al giorno d’oggi è sempre più difficile premiare i disonesti”

“E pensi, signor lavavetri, che quel politico voleva lasciare il paese, per fuggire chissà dove!”

“Ah-ah”rise il lavavetri “ magari finiva a Sensato, dove il sole sorge la mattina e tutto gira per il verso giusto!”

“Già, sarebbe stata un’altra vita per lui. Certo che è sempre meglio, questo mondo normale!”

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