di Alice Campagnaro.

“Domani nella battaglia pensa a me”; la citazione dal Riccardo III di Shakespeare è il filo rosso di questo romanzo, come un refrain ossessivo che ci dice il vero senso dell’opera. La vicenda narrata non è una vicenda di guerra. Non vi si canta nessun eroico combattimento, né la difesa di una città o la conquista di un paese lontano. Vi si canta un fatto piccolo, quello che potrebbe essere un mero fatto di cronaca: come dice più volte il narratore, “la morte ridicola […] la morte come rappresentazione o come spettacolo di cui si dà notizia”, quella che se la si legge sul giornale o la si sente in televisione può essere esorcizzata addirittura con una risata.

Due vite, quelle di Víctor Francés e Marta Téllez, si intrecciano quasi per sbaglio, per gioco e per solitudine; la morte improvvisa e imprevedibile di Marta carica il loro incontro casuale di implicazioni, tanto che il protagonista si sente spinto da una forza irresistibile a conoscere la famiglia di Marta, e lentamente si avvicina al padre di lei, alla sorella, al marito. Víctor è, come lui stesso spiega, vittima di un incanto, è haunted. Senza nessun motivo razionale, utilizza il proprio lavoro (e l’amico Ruiberriz) per entrare in contatto con Téllez: il pretesto è quello di lavorare sotto la sua supervisione ad un discorso che dovrà essere pronunciato dal Re. Lavora per una settimana a fianco a fianco con il vecchio Téllez; quando la settimana è trascorsa, e il lavoro è completato, si trova a provare compassione per la solitudine del vecchio, e gli fa spedire anonimamente dei fiori, perché la sua mente per un po’ si distragga pensando a chi può averglieli regalati. Víctor è un ghost writer, e nessun mestiere poteva essere più adatto al suo ruolo nel romanzo. Egli è haunted dalla presenza di Marta che da un momento all’altro, sotto i suoi occhi, non è più stata tale, cioè non è più stata Marta, non è più stata presenza, non è più stata nulla; quindi è in qualche modo haunted dalla sua assenza, dal ricordo della sua presenza, insomma dal suo fantasma. Ma da questo momento in poi, egli stesso diventa il fantasma del ricordo di lei, l’ultimo che l’ha vista viva, l’ultimo che può testimoniare, raccontare. Nel romanzo ricorre l’ossessione del racconto, arma a doppio taglio che può salvare una memoria ma che dipende irrimediabilmente da chi racconta, dal suo punto di vista e dal suo passato.

Víctor desidera che la propria solitudine sia spezzata, e perciò lascia che un evento che potrebbe restare marginale nella sua vita provochi una reazione a catena; la sua volontà non è mai del tutto cosciente, nemmeno nel momento in cui prende la decisione più forte del romanzo, cioè entrare in contatto con il padre di Marta; né tanto meno quando si imbatte nella sorella di lei o nel marito. L’incanto rimescola Víctor e fa emergere molti ricordi del passato, in particolare del rapporto doloroso con la sua ex moglie, da cui ha divorziato ma che ha tuttavia molto amato. Parallelamente allo scorrere della vicenda, si aggiungono dei tasselli che scopriamo di anelare, e che tentiamo di incastrare nel mosaico. Ma il mosaico non è altro che quello, sconfinato, del mondo e della vita, di tutte le vite: è impossibile mettere al loro posto i tasselli, e questo romanzo non offre il conforto di un fittizio quadro incorniciato, con un inizio e una fine. Quello che è accaduto nella vita di Víctor senza che egli potesse prevederlo, né tanto meno determinarlo, gli ha mostrato chiaramente il volto irridente del caso, lo scarso valore della volontà umana, il non-senso del pensare ogni gesto e parola, l’assurdità dell’uomo che si aggrappa a questa ponderazione come fosse una salvezza.

Questo romanzo sembra fatto interamente di gesti estremamente misurati, concreti e quasi sensuali; quelli osservati negli altri, in particolare, sono descritti con attenzione e minuzia, rilevandone sempre la motivazione interiore che li determina; le forme e i colori degli oggetti sono descritti minuziosamente così come i suoni e gli odori. D’altra parte, la scrittura è torrenziale, vera e propria espressione del caos e dell’indecisione: la narrazione si intreccia con le riflessioni-flussi di coscienza del narratore, i ricordi si affastellano confondendosi con il presente. Vi sono continue riprese di citazioni e di autocitazioni: un po’ alla volta, nel corso del romanzo, ciò che Víctor ha congetturato riguardo alla famiglia di Marta, durante la lunga notte in cui lei è morta, si fa reale sotto i nostri occhi, e sia la realtà immaginata sia la realtà effettiva sono descritte con espressioni letteralmente identiche. L’esempio più significativo: la sera successiva alla morte di Marta, Víctor torna all’appartamento, per verificare che qualcuno si sia accorto che lei è morta, abbia avvisato il marito lontano, si sia preso cura del piccolo figlio di lei, rimasto solo. Dalla strada scorge alla finestra una donna che si toglie una maglietta, e descrive il gesto stanco con cui rovescia le maniche sui polsi e poi resta lì, “stanca per lo sforzo o per la giornata – il gesto sconsolato di chi non può smettere di pensare e si spoglia poco alla volta per riflettere o concentrarsi tra un indumento e l’altro, e ha bisogno di pause”. Con le stesse esatte parole, molte pagine dopo, Víctor rievoca il particolare delle maniche: ma questa volta, dopo aver ascoltato il racconto della sorella di Marta, può ricostruire dall’altro punto di vista, quello all’interno della camera, la scena che aveva solo potuto immaginare. Più volte avviene la ripresa ossessiva di frasi, parole, citazioni che si attagliano a situazioni diverse, a volte addirittura a punti di vista contrapposti; sottolineano senza retorica, in modo tragico ma tagliente, la comune condizione umana: vivere attraverso i gesti illusi della loro precisione ed efficacia, vivere per caso e morire per caso. Da un lato queste ripetizioni sembrano formule apotropaiche, che richiamano la dimensione della magia, dell’incanto, e ne rendono vittima lo stesso lettore; dall’altro costituiscono il tentativo disperato e già fallito di mettere ordine nel caos delle parole che si affastellano e significano tutto e il suo contrario. È come se l’intero romanzo fosse una battaglia contro il disordine, contro il caso, contro il tradimento dell’informe.

L’ossessione per la morte sembra inserire il romanzo nella lunga (particolarmente barocca) lugubre tradizione spagnola del memento mori, e, nonostante i continui rimandi a Shakespeare, Javier Marías sembra essere particolarmente debitore proprio alla letteratura del Secolo d’oro del suo paese. Eppure, questo romanzo fa pensare piuttosto ad una moderna Eneide: l’incontro casuale con Marta si è fatto tragedia, e Víctor sente su di sé il peso della responsabilità. La città brucia, lei è morta, ed egli si fa carico del vecchio padre e del bambino. La tenerezza nei confronti di Téllez, di cui è emblema il gesto di chinarsi ad allacciargli una scarpa; la premura nei confronti del bambino, per il quale, la notte in cui muore Marta, prepara del cibo su un piatto e lascia accesa la televisione; è come se Víctor li prendesse sulle spalle e cercasse di fuggire dall’incendio che distrugge la loro famiglia. Si sente anche immotivatamente colpevole, Víctor, e in questo assurdo senso di colpa rivive quello provato per la moglie abbandonata, da anni sepolto nell’inconscio.

La colpevolezza riguarda anche le circostanze della fine di Marta, sorpresa dalla morte, seminuda, in un momento di intimità, in prossimità dell’atto che, a volte, dà vita. Di fronte al suo corpo fino a pochi minuti prima caldo e abbandonato alle carezze, e ora così freddo e rigido, Víctor comprende le dinamiche ingannevoli che hanno dominato tutto il loro incontro, il non-detto che ha reso possibile il loro breve e superficiale rapporto, la meschinità e la vigliaccheria che hanno prevalso finché c’è stata vita; osservate e denudate solo dagli occhi innocenti del bambino, che tuttavia non può capire nulla di quel che vede. Víctor rimane solo di fronte a se stesso, all’ipocrisia e alla finzione brutalmente smascherate, all’eterno compromesso della “normalità”: fragile e oscuramente colpevole. Questa colpevolezza nei confronti di coloro che egli sente maggiormente lesi dalla morte di Marta (il padre e il figlio), questo desiderio di dar loro protezione, diventa la sua personale reazione alla crudeltà del caso, il suo personale riscatto; il sussulto della natura umana che nel momento della tragedia, dell’“avvenimento”, recupera la dignità dal fondo su cui la quotidiana narcosi l’aveva lasciata. “Domani nella battaglia pensa a me”, bisbiglia chi si sacrifica contro l’indifferenza; a salvezza della compassione che non ha bisogno di parole.

Javier Marías, Domani nella battaglia pensa a me, Einaudi, 2005, 292 pagine.

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