Josè Saramago - Caino

A volte gli atei si occupano di religione con più frequenza e passione dei credenti stessi. Questo a mio avviso accade per via di un certo pudore che caratterizza i credenti laici, i quali vanno in chiesa, obbediscono (per quanto possono) al papa, ma non amano intrattenersi in discorsi teologici e magari non leggono nemmeno la Bibbia. Al contrario gli atei (quelli intelligenti) si sentono liberi di  ragionare su questioni che sono comunque fondamentali, evidenziandone gli aspetti filosofici e cercando di portare l’attenzione sull’uomo. È il caso di José Saramago, che dopo Il vangelo secondo Gesù Cristo, del 1993, è tornato nel 2009 a raccontare la sua versione dei testi sacri con Caino. In questo romanzo il fratricida diventa un eroe, l’unico uomo ad avere il coraggio di parlare alla pari con Dio e di metterlo di fronte alle sue incoerenze e alle sue colpe. Le quali risalgono, prima ancora della nascita di Caino, all’episodio della mela proibita nel giardino dell’Eden: «grida vendetta l’imprevidenza del signore che, se realmente non voleva che mangiassero di quel suo frutto, avrebbe avuto un rimedio facile, sarebbe bastato non piantare l’albero, o andare a metterlo altrove, o circondarlo da un recinto di fildiferro spinato». In seguito Dio permette che Abele venga ucciso, ma impedisce che la medesima sorte spetti a Caino, il quale viene marchiato per sempre e costretto a vagabondare di paese in paese senza requie. L’invenzione di Saramago è far viaggiare Caino non solo nello spazio, ma anche nel tempo. In questo modo lo scrittore portoghese può ripercorrere diversi episodi dell’Antico Testamento che dimostrano che la legge di Dio è disumana, proprio perché è di natura divina e non umana, e che quindi è solo dannosa per gli uomini. Caino vede Abramo pronto a sacrificare il suo unico figlio, Giobbe flagellato dalla sfortuna per una “scommessa” di Satana con Dio, gli abitanti di Sodoma e Gomorra sterminati, bambini compresi, fino alla “soluzione finale”: annegare nel diluvio universale tutta l’umanità per poter ripartire da zero, come in un esperimento fallito. Con geniale ironia e feroce sarcasmo Saramago mette in discussione gli aspetti meno realistici (o totalmente assurdi) delle Sacre Scritture e affida a Caino il compito di difendere la ragione degli uomini contro la “follia” divina, come un rivoluzionario che osa mettere in discussione la “ragione strumentale” di un regime autoritario. La morale di questa favola non è tanto l’assenza di Dio, quanto piuttosto la sua estraneità rispetto agli uomini e ai loro problemi: «la storia degli uomini è la storia dei loro fraintendimenti con dio, né lui capisce noi, né noi capiamo lui».

José Saramago, Caino, Milano, Feltrinelli, 2010.

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