k.Lit festival: un'analisi critica

Quando, all’inizio dello scorso autunno, Morgan Palmas chiese alla redazione di CAM di prendere parte a quell’idea visionaria che sarebbe diventata il k.lit festival, nonostante la consapevolezza dell’incognita verso la quale ci saremmo diretti, la nostra risposta fu immediatamente positiva: facciamolo!

Già a novembre ’11, dopo un primo incontro padovano e qualche scambio di mail, abbiamo fatto visita a Morgan e con lui visitato i luoghi della città che sarebbero diventati le location del festival. Da quel giorno abbiamo cominciato a lavorare per la progettazione del nostro intervento e a discutere sulle incognite che assumevano spesso i toni del dubbio e della perplessità. Il fatto che non competesse a noi la organizzazione dell’evento unito alla sicurezza mostrata dagli organizzatori (nel frattempo abbiamo conosciuto colui che avrebbe moderato il nostro dibattito, Alessandro Puglisi) ha fatto sì che lo scorso fine settimana (7 e 8 luglio) Thiene ha ospitato anche noi.

A quasi un giorno dalla chiusura della due giorni virtual-letteraria, credo si possa fare qualche bilancio, non sul contributo di CAM o di quelli di noi che sono stati impegnati in altri dibattiti – che è cosa che lasciamo fare a chi ci ha conosciuto – ma sull’andamento generale del festival. Anche perché, finora, ciò che ho letto (al di là dei twit) è riferito solo da chi, come l’autrice dell’articolo apparso sul Giornale di Vicenza, probabilmente l’ha vissuto con gli occhi di chi giudica la riuscita di un’iniziativa solo attraverso i numeri e ignorando le parole.

È vero: sarebbe da disonesti fingere che il festival sia stato un successone e ignorare i numerosi aspetti e le tante scelte che avrebbero dovuto mettere in allerta già nei mesi di preparazione e, come dicevo, troppi punti portavano a perplessità. Vorrei provare, allora, a fare ciò che un ‘critico’ dovrebbe: analizzare, anzi leggere ciò è successo come si fa con un testo.

Questo video risale alla conferenza stampa di qualche mese fa. Basta guardare Morgan Palmas mentre parla della sua creatura (e del suo team) e ascoltare ciò che dice:

«La nostra ‘follia’ – non so se proprio lucida – è stata proprio quella di portare molta gente a Thiene.»

La percezione del rischio era ben presente all’ideatore del festival e si capisce subito quale sia stato – e tale si è rivelato – il primo scoglio da affrontare: la sede. La bella cittadina di Thiene, infatti, non è nota per essere luogo attrattivo né per i principali fruitori e autori delle realtà online, né per i professionisti della cultura né, infine, per il turismo culturale. Allo stesso tempo, però, è innegabile la legittimità della scelta che tende a valorizzare il proprio territorio e il proprio paese e resta da capire quanto sia stato fatto di incisivo da parte dell’amministrazione locale per favorire la riuscita dell’iniziativa (n.d.r. la giunta comunale è cambiata durante i lavori di preparazione) anche considerando la difficoltà a raggiungere la città con i mezzi pubblica soprattutto di domenica.

Il secondo punto che deve aver messo alla prova la fede del team k.lit dev’essere certamente stato relativo alle date: sabato 7 e domenica 8 luglio. Il citato articolo del Giornale di Vicenza riporta le parole di Marta delle Carbonare, coordinatrice generale: «Un’alternativa al mese di luglio? Difficile, si rischia di sovrapporsi ad altri festival importanti». Un’osservazione senz’altro vera ma che di sicuro sarebbe stato indispensabile porre sul piatto della bilancia di fronte a un’altra: un fine settimana di luglio? Difficile: ci sono ottime probabilità che la gente stia in spiaggia o in montagna! O, per lo meno, in casa a boccheggiare di fronte alla tv.

Anticipare anche solo di un mese o posticipare un po’ i lavori avrebbe portato di sicuro un significativo aumento della partecipazione a Thiene. Non si sottovaluti, ad esempio, la possibilità di coinvolgimento di intere scolaresche (tra esse attuali e futuri lit-blogger e lettori). L’alternativa, volendo proprio offrire il festival durante questa torrida estate, sarebbe potuta essere lo spostamento dello stesso in qualche località maggiormente confortevole almeno da un punto di vista climatico come le montagne limitrofe o il vicino altopiano di Asiago.

I due precedenti sono i principali responsabili del mancato successo di pubblico del festival. Ma non gli unici. Alcune scelte organizzative e comunicative si sono rivelate come minimo poco efficaci.

Da veterano della rete posso dire senza dubbio di sorta che, dopo aver digitato un indirizzo web, l’interesse di qualunque navigante è direttamente proporzionale all’abito grafico del sito e alla sua interagibilità. Sotto questo aspetto, klit.it non è stato vincente. A partire dalla decisione – ancora una scommessa – di bandire la ricerca di un logo a lavori avviati. Così, nonostante l’impegno a garantire contenuti costantemente aggiornati e appuntamenti fissi al suo interno (v. le rubriche Celebri dinieghi e Mister Ki), certa parte dell’offerta è stata sottovalutata dai lettori o non ha avuto una risonanza sufficiente.

Sempre durante la fase promozionale, una proposta che ha rappresentato un importante stimolo alla partecipazione non è stata gestita nel migliore dei modi. Sto parlando del micro festival in tour che ha fatto tappa in numerose città tra Milano e Catania senza toccare altre città venete oltre a Vicenza. In una città come Padova, ad esempio, che avrebbe potuto costituire un serbatoio di partecipanti, le notizie e la pubblicità relative all’evento sono state pressoché assenti (interrogati sull’esistenza di klit durante un sondaggio lanciato da ConAltriMezzi, gli studenti della facoltà di lettere hanno risposto negativamente per il 70%. Gli altri lo hanno conosciuto attraverso CAM stesso). Eppure il micro festival è stato quanto di più vicino alle idee che hanno portato al k.lit come espressamente detto da Morgan Palmas: «Il nostro programma vuole portare la gente che è già online e portarla fuori dal vulcano. Far vedere a chi è fuori dal vulcano il bagaglio di idee, il fermento che c’è in rete per quanto riguarda i blog letterari».

Siamo arrivati, infine, alla effettiva realizzazione del festival: il momento in cui i nodi vengono al pettine. Con i colleghi di redazione ho trascorso due giornate intensissime per impegno mentale e fisico e, allo stesso tempo, proficue e deludenti.

Partiamo dalla constatazione che l’organizzazione logistica si è rivelata, salvo pochi casi (evidenziatisi, peraltro, solo nelle ultime ore della domenica)[1], ineccepibile anche grazie al contributo dei numerosi membri dello staff presenti in ciascuna location cittadina; dal punto di vista tecnico tutto ha funzionato; i servizi per i partecipanti e i visitatori sono stati ottimi (opinabile solo la scelta di fornire i buoni per i pasti e le bevande troppo specifici: la mia bibita per il pranzo è stata mezzo bicchiere di prosecco).

L’aspetto più controverso dell’intera faccenda è da rintracciare nella programmazione del festival: 200 eventi distribuiti in 7 luoghi tematici e fisici. Esticazzi! È come guardare la tv e giocare con la console contemporaneamente su un monitor di 50’’ in split screen. Nonostante la già elogiata organizzazione (mappe, totem informativi, staff, ecc.) nessun essere umano sarebbe stato in grado di seguire i suoi interessi sparsi qua e là nel palinsesto. Per una volta il problema è stato la troppa offerta. Almeno due delle sette aree erano troppo decentrate e poco visibili (Istituto Santa Dorotea e Biblioteca). Almeno tre quarti degli incontri di ciascuna area tematica si sarebbero potuti unire in tavole rotonde o dibattiti più ampi, più visibili e più lunghi temporalmente. Già dal primo intervento che ho seguito ho immediatamente accusato l’assenza di un momento per l’intervento dal pubblico, per la partecipazione attiva. Per scoprire, poi, che nell’incontro successivo il contributo precedente sarebbe stato interessante o avrebbe fornito spunti di riflessione. Perché la qualità non mancava.

A fare da colla alla moltitudine di appuntamenti ci hanno pensato quasi sempre i moderatori e i relatori instaurando dialoghi in absentia spesso interessanti ma, purtroppo, dispersi: la rete di eventi e interventi ha riportato tra le piazze e le strade cittadine le stesse dinamiche virtuali di link, brevi articoli, citazioni e commenti del web ma, dovendo contare sulle possibilità fisiche delle donne e degli uomini che facevano la spola tra le varie location ha perso tanto.

E ho avuto la stessa impressione rispetto ai tanti innesti performativi: dalla musica al teatro alle altre forme d’arte, troppo spesso la loro comparsa risultava repentina e inaspettata come quella di un popup pubblicitario in internet a scapito della loro indubbia qualità.

Restando alla due giorni, l’ultima nota un po’ stonata si trova online: il 7 e l’8 luglio i profili facebook e twitter di k.lit sono rimasti muti quando avrebbero dovuto continuare a legare i blogger alla blogosfera e i lettori alle pagine web mentre la programmazione si svolgeva. Ormai fenomeni come il live twitting sono prassi comune anche per eventi da bocciofila e, a meno di scusanti valide, la loro assenza è stata una mancanza inspiegabile per gente che ci ha abituati alla loro vita in rete. Le uniche testimonianze con l’hashtag #klit sono arrivate dagli ospiti del festival.

Siamo alle conclusioni. Analizzati i tanti punti critici sono convinto che non si possa parlare di flop perché, al di là dei numeri relativi al pubblico, gli addetti ai lavori sono stati davvero numerosi e hanno portato contributi importanti e pesanti al dibattito, ormai irrinunciabile, sull’argomento. Se l’articolo più volte citato mette l’accento sull’assenza, è giusto sottolineare come, per chi ha vissuto il festival, ciò che resta è la presenza: dei blogger – si è già detto –; dei dibattiti; delle opportunità di fare rete nel senso che precedeva l’avvento di internet; di tante persone che prima non avevano un volto e ora si sono potute guardare in faccia; di piccole e grandi sorprese. Resta la consapevolezza di una necessità, dell’esigenza di far sentire la propria voce. Della possibilità di farlo anche senza il filtro di un monitor.

Di sicuro ho dimenticato alcuni aspetti degni di nota nel bene o nel male.  Ma che volete? Dopo due giorni a parlare, conoscere e bestemmiare per il caldo, la lucidità va un po’ a farsi una vacanza. L’anno prossimo, quando il caro Palmas (che già ha annunciato il suo bilancio) ci richiamerà per la versione ripe(n)sata di k.lit festival vi saprò dire di più.

 


[1] E fatto salvo il discorso già sottolineato della difficoltà e dei costi per raggiungere la città con i mezzi pubblici

2 commenti a “ k.Lit festival: un’analisi critica ”

  1. Federico Manzardo

    Federico Manzardo

    Buongiorno, io sono stato personalmente contattato per partecipare ad alcuni incontri in ambito disabilità; dispiace dirlo, ma l’organizzazione è parsa molto confusa e poco trasparente – leggi: promesse non mantenute – e vi assicuro che molti hanno avuto questa percezione. Al di là dei limiti logistici e dei problemi legati al caldo, credo che questa formula non funzioni. Semplicemente.
    Buon lavoro
    Federico Manzardo

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    • Antonio Lauriola

      Antonio Lauriola

      Buongiorno Federico,
      mi spiace che il tuo commento risulti l’unico al momento. Circa una ventina di contributi erano stati aggiunti da altri partecipanti al festival. Per un disguido tecnico ho dovuto ripristinare il mio account e, con esso, tutti i miei articoli. Risultato: ogni discussione è andata irrimediabilmente persa.
      Molti, come te, hanno avuto la percezione di qualche pecca nell’organizzazione. Al di là degli entusiasmi di chi è stato contento di (ri)trovare amici e conoscenti, la delusione è stata tanta per i più.
      Grazie per il contributo e buon lavoro,
      AL

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