Abbiamo faticato un poco per capire quali fossero i contorni e la reale portata di questo festival anomalo; ci sono voluti mesi per definire i contenuti di un incontro che, ben più di una vetrina, ci appariva come la prosecuzione naturale di un cammino da affrontare col passo a tratti spaesato ma vigile, pronto a seguire nuove strade, che connota i blogger e i self made workers del web.

Fare bilanci e considerazioni non spetta a nessuno, se non a chi questo festival l’ha voluto, ma ancor prima sognato e plasmato: reso possibile. Ma la tentazione di dire qualcosa su questa due giorni sui generis è forte, necessaria, si traduce immediatamente nel ritorno in rete, luogo di nascita di questo festival. Nei blog si leggono spesso impressioni di persone riguardo a “cose”. E non si tratta di giornalismo, come ha voluto sottolineare con tono quasi seccato Federica Sgaggio (lei sì giornalista) dal palchetto di piazza Chilesotti. Scriverò quindi come può scrivere un blogger, da “impressionista”, e il mio fine non sarà quello di pronunciare un giudizio sul festival, ma di provare con la parola a definirne l’essenza e i contorni a posteriori, con la maggiore cognizione di causa che segue la partecipazione.

CITTÀ E BLOG

Il fatto che blogger, editori, scrittori, giornalisti e musicisti (e, e, e…) si siano ritrovati a Thiene in un fine settimana di luglio è cosa strana. All’interno del triangolo con vertici riconducibili al parco di Villa Fabris, al centro città e alla Biblioteca Civica, ha preso (non sempre) vita un tramestio continuo fatto di incontri e tavole rotonde, di interviste e laboratori, di musica e pesce fritto da comprare in camioncini ben posti lungo l’asse-corso Garibaldi in zona catering. Chissà a quale pubblico pensava Morgan Palmas prima che il k.Lit si trasformasse in quello che è stato. Il pubblico vero, giunti alla conta gli avventori del weekend, non è stato numericamente consistente. Eppure il sabato c’era un bell’andirivieni, complici i saldi estivi al via.

Fatto sta che in città non c’era pubblico, il festival ha monopolizzato un piccolo centro di provincia per un intero fine settimana stravolgendone le dinamiche, senza però alterarne le abitudini o l’assetto. Il pubblico vero, quello che ha partecipato agli incontri, si è rivelato una platea a circuito chiuso, interno: a seguire gli appuntamenti, in quasi tutte le location, gli stessi blogger, editori, scrittori, giornalisti (e, e, e…) che hanno preso la parola in altri appuntamenti in qualità di moderatori, intervistatori, predicatori o intervistati. E la sensazione è stata tutt’altro che spiacevole. Mi spiego: non conosco quali fossero le previsioni di affluenza da parte degli organizzatori, ma a Thiene, nei giorni 7 e 8 luglio 2012, c’erano molti addetti ai lavori di un mondo[1] – quello che associa la parola “letteratura” alla parola “web” nelle salse più disparate – che solitamente rimane confinato in uno spazio non fisico, necessariamente etereo, ma che chiede occasioni di confronto. Thiene, per due giorni, si è fatta teatro aperto e non sono mancati gli incontri spontanei, il chiacchiericcio e il confronto, si è azzerata la distanza fra il palcoscenico e la piccionaia. Paradossalmente, nonostante un calendario fitto che più non si può, nonostante interviste e tavole rotonde che potevano – per una riuscita migliore – essere innestate l’una nell’altra per arricchirsi senza dispersione, le sensazioni più piacevoli sono legate al continuo parlare di letteratura e web, di blog e editoria negli appuntamenti in programma e tra un incontro e l’altro.

A SEGUIRE: ALCUNI ATTORI

Insomma, se di teatro si parla, si è giocato pirandellianamente a far sul serio. Gli organizzatori hanno saputo colorare le persone, o quantomeno le loro t-shirt. Le magliette del k.Lit variavano dal giallo Puglisi[2] al verde Villa Fabris, passando per il nero staff e il bordò doroteo. Formichine colorate nel centro di Thiene, puntualmente affiancate da quelli che “io non metto quella roba” e “grazie ma la maglietta la tengo per ricordo”.
Sabato pomeriggio, ore quattro circa. Una signora sulla cinquantina ferma uno dei relatori che passa con il “k.Lit-kit” (chiedo venia), ovvero borsetta della Gas contenente maglietta, buoni pasto e programma del festival. «Mi scusi» chiede indicando la saccoccia di carta, «mi potrebbe dire dov’è il negozio della Gas? Vedo che tutti hanno quelle borsette e insomma… ci sono i saldi e alla Gas staranno facendo offerte pazzesche…»
Nel medesimo istante, il fruttivendolo di corso Garibaldi guarda divertito il quartetto di violoncelli che fa magie da marciapiede dirimpetto alla sua bottega, sfoderando una New York, New York (introvabile su youtube) improbabile e bellissima. Il commerciante si avvicina all’amico che sta ascoltando in piedi, in silenzio, quel fuori programma estivo in città. Gli dà una gomitata ammiccante, poi azzarda: «Poareti, che pena che i me fa. E sì che i xè anca bravi!».


 

Insomma, una città è stata punzecchiata per un intero fine settimana. La sfida lanciata dagli organizzatori di SulRomanzo è stata quella di vivere la città, anche solo per due giorni, con un alfabeto differente. Con orecchie e occhi attenti, curiosi. L’alfabeto è stato decodificato, allargato e condiviso dagli “addetti ai lavori”, ma è rimasto lontano da un pubblico potenziale di “esterni”, (vedi alla voce studenti, siamo a luglio), troppo lontano dal mondo della blogosfera. Ci saranno altre occasioni per sondare il terreno, per interrogarsi su quale sia il modo e il luogo migliore per tentare un approccio “allargato”, rivolto ad un pubblico più trasversale. Rimane, per ora, una due giorni ricca di scambi, un po’ assurda e frenetica in quanto a orari, tempi e modi, ma essenzialmente viva. Viva, sì, in virtù delle conoscenze che ha generato e degli scambi che ha reso possibili, al di là dell’atmosfera a tratti spenta e della sordina che secondo qualcuno ha marchiato il k.Lit.

HO INCONTRATO

Meritano una piccola menzione, a modo di chiusa, un po’ di persone e di realtà incontrate (o anche solo sfiorate, ascoltate) al festival. Persone come Christian Raimo, consulente di Minimum Fax e scrittore, al quale va un ringraziamento per le sue riflessioni sui blog e sul lavoro editoriale; peccato faccia parte anche di TQ, un movimento che mostra a lungo andare dei confini molto indefiniti e vanta al suo interno scrittori come Vanni Santoni, il quale molto bonariamente ha preferito glissare sugli argomenti che lo volevano interpellato limitandosi ad esibire fuor di metafora, all’esiguo pubblico, il suo lato B. Tqulo, insomma.

Ho ascoltato Roberto Ferrucci raccontare di incontri veneziani con Tabucchi e Del Giudice e di residenze francesi in cui gli scrittori vanno a fare quello che devono fare e cioè scrivere. Ho parlato con Anna Mioni e Stefano Scalich (per saperne di più vi rimando all’intervista che pubblicheremo in questo blog nei prossimi giorni) dell’agenzia letteraria AC², che danno l’idea, la meravigliosa idea, di saper ancora credere con tutte le forze nel proprio lavoro, col fine di difendere e promuovere una letteratura di qualità.

 


[1] In realtà la blogosfera letteraria non è stata l’unico orizzonte di riferimento, (vedi il programma ): tenendo saldo l’elemento web, sono stati diversi e anche extraletterari gli argomenti trattati.

[2] battezzo questo nuovo colore dedicandolo ad Alessandro, web content manager di SulRomanzo, che per primo ho visto indossare quella maglietta sul palco di piazza Chilesotti: si tratta della prima agnizione vissuta al festival, legata all’incontro con una persona sentita a lungo nei mesi precedenti soltanto via Skype.

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