Kurt Vonnegut

Negli anni Sessanta e Settanta del Novecento il romanzo, e con lui tutto il mondo, subisce, attua e provoca diversi cambiamenti e radicali trasformazioni e adattamenti di forma. Orde di critici si riuniscono per decidere se il romanzo stesso sia morto oppure sia ancora vivo, magari solo un po’ cambiato.

 La letteratura americana è quella che sembra percepire prima e più fortemente questa necessità di trovare nuovi modi e nuove forme del raccontare, ammesso che abbia ancora senso farlo, soprattutto dopo la Seconda guerra mondiale e la tragedia della Shoah. Questi due drammi storici sono spesso i soggetti principali di molti romanzi del secondo Novecento, come se, esaurita la funzione cruciale del personaggio, la storia stessa divenisse protagonista. La storia è però legata al tempo e alla memoria, che sono concetti astratti e possono variare nel corso degli anni e anche nelle diverse culture e mentalità.

Philip K.Dick, Kurt Vonnegut e Thomas Pynchon, per esempio, sono autori di tre romanzi, uno del ’62, uno del ’68 e uno del ’73, che in maniera diversa affrontano e rielaborano l’esperienza della Seconda Guerra Mondiale. Si tratta, rispettivamente, di The Man in the High Castle, in italiano noto come La svastica sul sole, Slaughterhouse-Five e Gravity’s Rainbow. Non si tratta di romanzi storici, bensì di esemplari perfetti di quella che in seguito verrà definita letteratura postmodernista, le cui caratteristiche principali consistono sostanzialmente nel mischiare le carte in tavola sotto ogni punto di vista, dalla forma, al linguaggio, fino alla variegata quantità di riferimenti culturali. Non si riesce più, in questi casi, a distinguere la letteratura d’autore da quella di genere e talvolta la stessa definizione di romanzo appare riduttiva o fuori luogo, soprattutto di fronte alla contaminazione di altri generi letterari come il saggio, il diario, la lettera o la poesia.

Slaughterhouse-Five di Kurt Vonnegut è un bellissimo romanzo che in teoria dovrebbe raccontare la distruzione di Dresda nel 1945, evento considerato ancora più catastrofico della strage di Hiroshima e Nagasaki e tuttavia per anni dimenticato o sottovalutato. Oggi sappiamo che il numero delle vittime e la gravità stessa del bombardamento sono oggetto di forti discussioni. La cifra(che all’inizio variava tra 250.000, 200.000 e 135.000) è stata ridimensionata, ma il massacro di civili, inutile per gli esiti della guerra, penso non possa essere negato.Vonnegut peraltro fu realmente prigioniero dei tedeschi ed assistette al bombardamento di Dresda, quindi il romanzo nasce dall’esigenza di narrare una forte esperienza autobiografica ed è per questo associabile alla memorialistica postbellica, genere molto fortunato. Nulla di più diverso invece, e questo è il paradosso e al tempo stesso la grandezza di questo testo, che è divenuto nel corso degli anni una sorta di Bibbia dell’antimilitarismo. «Uno dei principali effetti della guerra è, in fondo, che la gente è scoraggiata dal farsi personaggio», fa dire Vonnegut a Billy Pilgrim, il picaro dal cognome non casuale che viene scelto per raccontare, a modo suo, l’esperienza bellica. Senza i personaggi, l’unica soluzione sembra quella di affidarsi a immagini, visioni, allegorie e frammenti di vite vissute o solo immaginate. «Si suppone che siano tutti morti e non abbiano più niente da dire o da pretendere. Dopo un massacro tutto dovrebbe tacere, e infatti tutto tace, sempre, tranne gli uccelli.»

La vita, come la guerra, diviene una farsa grottesca e la consolazione, la risposta alla morte, è una nuova concezione del tempo: esistono dei momenti strutturati in un certo modo, sono sempre esistiti e sempre esisteranno. Le  vittime di Dresda  sono ancora vive, da qualche parte, del bombardamento non si può raccontare nulla perché non resta nulla e sta agli uomini la capacità di concentrarsi sui momenti più belli ignorando i peggiori. Così va la vita. Possiamo credere che Billy abbia veramente viaggiato nel tempo e sia anche stato rapito dagli alieni, oppure che sia impazzito a causa degli orrori della guerra, ma probabilmente i suoi problemi sono iniziati ben prima del bombardamento di Dresda. La voce narrante si fa da parte e quindi anche il punto di vista e l’opinione dell’autore non emergono con evidenza, fatti e teorie scorrono sulla pagina come su uno schermo. Penso però che la teoria filosofico-scientifica del tempo enunciata nel romanzo sia in realtà una metafora per criticarefortemente l’idea che le guerre siano inevitabili. In questo modo  Vonnegut, autore di “fantascienza”, non si limita ad intrattenere il pubblico, ma  mostra che proiettarsi nel futuro o nel passato non è poi così diverso e ci lascia una delle testimonianze più originali e d’impatto sull’esperienza bellica e su una fetta della nostra Storia.

 

Kurt Vonnegut, Mattatoio n.5 (o La crociata dei bambini), Feltrinelli, Milano, 2005.

3 commenti a “ Kurt Vonnegut – Mattatoio n.5 ”

  1. Dire che le vittime del bombardamento di Dresda sono state 200.000 è, pare, un errore:
    http://it.wikipedia.org/wiki/Bombardamento_di_Dresda
    http://www.telegraph.co.uk/news/newstopics/onthefrontline/3123512/Dresden-bombing-death-toll-lower-than-thought.html
    http://www.guardian.co.uk/world/2008/oct/03/secondworldwar.germany

    E a prescindere dal conteggio delle vittime, dire che è stato più catastrofico di quello di Hiroshima e Nagasaki mi pare una leggerezza da evitare.

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    • è sconfortante recensire un romanzo e poi leggere commenti che invece di restare nell’ambito della letteratura si perdono in inutili pedanterie. Quello che ho scritto l’ho letto nel libro, si tratta di come è stato percepito il bombardamento, non di verità storica, e poi sinceramente non me ne frega niente del numero esatto delle vittime nè di fare a gara con i morti giapponesi. Il senso del romanzo di Vonnegut è proprio dichiarare l’assurdità di tutte le guerre, e anche discussioni come questa, che stanno a sindacare sul numero delle vittime, sono semplicemente assurde. So che leggere Wikipedia è più facile che leggere un libro, ma in questo modo non si va da nessuna parte. Insomma, di nozionisti insipidi e insulsi come te non so che farmene. C’è qualcosa di più importante, là fuori, del mero dato. che poi, ripeto, non devi criticare me, ma Vonnegut, perché io ho solo riportato quello che scrisse lui nel libro. Ed infatti fu aspramente criticato anche lui, magari da gente insensibile alla letteratura.

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      • Non ho ancora letto il romanzo, per cui non so esattamente cosa scriva Vonnegut.
        Se ha riportato le 200.000 vittime la colpa non è sua, ma degli storici dell’epoca.
        Se la cifra è tua, bastava dare un’occhiata a Wikipedia: come dici, è più facile e veloce che leggere un libro. Ho incluso i link nel commento perché mi piace citare le fonti dei dati, anche se ricavati da una veloce ricerca nel web. Dalla correzione che hai apportato in seguito al commento deduco che in fondo anche a te importi qualcosa della correttezza dei dati; se invece hai aggiunto la precisazione solo per farmi piacere ti ringrazio.
        È vero che sono un pedante; mi piace documentarmi e informarmi, oltre che leggere romanzi. Per questo, proprio pensando che a qualcun altro potesse interessare la comparazione tra verità storica (ancora incerta, pare) e realtà letteraria, ho riportato i dati. Forse il mio zelo è stato dato anche dall’aver visitato, lo scorso novembre, il museo di Hiroshima dedicato al bombardamento atomico (esperienza più ardua, ma decisamente più profonda, di un salto su Wiki).
        Ma non ho commentato per indire una competizione tra stragi. La comparazione tra i due bombardamenti non è presente nel mio intervento, bensì nell’articolo.
        Ripeto: non ho letto il libro, e non posso sapere se l’infelice paragone sia tuo o di Kurt; in ogni caso si tratta, lo ripeto, di una leggerezza da evitare. È vero che ogni tanto parliamo e scriviamo per automatismi, e che una svista capita a tutti, ma proprio di fronte a cose del genere dovremmo soppesare meglio le parole.
        Può darsi che io sia insensibile alla letteratura, ma credo che si debba sempre essere pienamente consci del significato delle parole e delle frasi che scriviamo. Addirittura, credo che la precisione nell’uso della parola sia una caratteristica imprescindibile del testo letterario, nonché uno strumento fondamentale per chi scrive.
        Detto questo, mi scuso per averti fatto innervosire e ti ringrazio del consiglio di lettura.

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