Biennale Palazzo Enciclopedico

La 55esima Biennale d’arte di Venezia: Il Palazzo Enciclopedico curato da Massimiliano Gioni, un lungo viaggio fra delirio, sogno e utopia; un dispositivo curatoriale impeccabile, che affianca artisti e outsider, opere e oggetti, rivolto prevalentemente al passato per parlare soprattutto dell’oggi.

Quest’anno le aspettative suscitate dalla Biennale Arte erano più alte del solito: quando, nel gennaio 2012, Massimiliano Gioni è stato nominato curatore della mostra internazionale, la speranza di poter vedere una mostra memorabile e poco autoreferenziale è passata per la testa di molti appassionati di arte contemporanea che già seguivano il lavoro del critico e curatore italiano.

Gioni gode infatti di ottima reputazione e credibilità: ha scritto e scrive per riviste specializzate, ha curato innumerevoli mostre in tutto il mondo e per anni è stato anche l’alter ego di Maurizio Cattelan, arrivando a fingersi l’artista e a rispondere a suo nome durante le interviste, oltre a fargli da collaboratore, critico e curatore. Da un decennio lavora come Direttore Artistico della milanese Fondazione Trussardi, per la quale ha curato belle mostre di artisti internazionali molto noti (Tacita Dean, Paul McCarthy, Tino Sehgal, Pipilotti Rist, per citarne alcuni). Come non bastasse, è Associate Director e Director of Exhibitions al New Museum, istituzione newyorkese che si occupa delle tendenze artistiche più recenti.

Gioni, 40 anni, è il più giovane curatore nella storia della Biennale di Venezia, ma può già vantare notevole esperienza in materia, avendo curato nel 2006 la Biennale di Berlino e nel 2010 quella di Gwangju.

Coloro, però, che cercassero nella mostra veneziana una selezione degli artisti attualmente più promettenti o rappresentativi resterebbero abbastanza delusi, anche se naturalmente non mancano alcuni grandi nomi e giovani già affermati.

La sfida più ambiziosa di Gioni è stata quella di allestire un percorso di tipo museografico, con l’obiettivo di approfondire un tema complesso e attuale attraverso una prospettiva storica e un allestimento molto peculiare. Si tratta di una scelta già intravista nelle ultime due Biennali veneziane, ma che quest’anno risulta accentuata: nelle sale del Padiglione Centrale, infatti, si trovano anche opere risalenti alla fine del XIX secolo, accanto a molte altre della prima metà del ‘900. Ci sono ovviamente anche lavori più recenti, ma sono tutto sommato pochi quelli datati dal 2000 a oggi.

La mossa più discussa, invece, è stata quella di includere lavori di artisti outsider, ma anche oggetti che non sono considerati opere, e di metterli sullo stesso piano delle opere di artisti professionisti, inseriti nel sistema dell’arte. Una mostra di arte contemporanea che quindi allarga il raggio d’azione per diventare una mostra di cultura visiva.

Il Palazzo Enciclopedico è un titolo interessante sia come citazione sia come simbolo di una tensione utopica a sapere tutto, attraverso l’accumulo o la sintesi.

Palazzo Enciclopedico - Auriti

La citazione riguarda l’italo-americano Marino Auriti, uno sconosciuto artista outsider, che nel 1955 diede avvio al progetto per la costruzione di un gigantesco palazzo atto a contenere tutto il sapere dell’umanità. Sebbene brevettata, l’opera di Auriti non vide mai la luce se non in forma di modello, che Gioni ha collocato all’inizio del percorso espositivo all’Arsenale.

Il tema ha un aggancio significativo con la contemporaneità: gli ultimi decenni hanno visto l’aumento smisurato del flusso di informazioni, e Internet, lo strumento principale di cui oggi ci serviamo per accedere rapidamente a banche dati sterminate, può essere considerato l’attuale Palazzo Enciclopedico. La mostra affronta la questione facendo però un passo indietro, indagando la tensione verso la conoscenza espressa nell’arte durante l’epoca pre-internet.

Le immagini interiori potrebbe, invece, essere il titolo un po’ banale di una seconda, ipotetica, mostra nella mostra, che vuole riflettere sulle immagini in relazione all’oggi.

Se nella sede dell’Arsenale, al centro della prima sala, c’è il modello del palazzo di Auriti a simboleggiare l’attitudine enciclopedica, nel Padiglione ai Giardini l’apertura è affidata allo psicanalista e intellettuale svizzero Carl Gustav Jung. Un altro outsider, questa volta ben noto anche se per meriti extrartistici.

La presenza di Jung, con il suo magnifico Libro Rosso miniato, ha il compito di introdurre il lato immaginativo, sognante e spirituale della questione. Al posto dell’accumulo, la reazione all’overload cognitivo odierno consiste nel chiudere gli occhi e trovare dentro sé le immagini del (proprio) mondo. In un gioco di corrispondenze, a Jung segue infatti un ritratto del surrealista André Breton, opera di René Iché, che è un calco del suo volto con gli occhi chiusi.

Nella sala successiva si trovano, assorti e inginocchiati, i performer di Tino Sehgal, che si lasciano guidare in movimenti sinuosi dalle cantilene che si sussurrano a vicenda.
Rifiutando la documentazione (anche la pagina dedicata all’immagine del lavoro sul catalogo è una pagina bianca), tutte le opere di Sehgal trovano nell’immaterialità e nella dimensione live le loro peculiarità.

Ci sono già troppi oggetti e immagini al mondo: l’artista anglo-tedesco ritiene sia meglio non aggiungerne altri, privilegiando le interazioni dirette fra persone. Un’attitudine significativa, specie quando queste interazioni deragliano dagli schemi abitudinari per riflettere su aspetti più o meno banali dell’esistenza.

Il lavoro presentato a questa Biennale è probabile non sia il più coinvolgente e incisivo dei suoi, ma l’assegnazione a Sehgal del Leone d’Oro come miglior artista è un riconoscimento condivisibile, considerando nel complesso l’efficacia e la rilevanza nell’ultimo decennio delle sue Constructed situations.

 

Molte opere, specie ai Giardini, oltre che con la dimensione onirica hanno a che vedere con i temi affini dell’occultismo e dello spiritismo. Ne sono un esempio i disegni geometrici su carta millimetrata di Emma Kuntz, o quelli composti da raffinati e fittissimi tratti filamentosi di Guo Fengyi, entrambi artisti outsider che hanno creato le loro cosmografie a scopo (auto)curativo.

Il pop invece è quasi assente: tra i lavori in mostra, il pupazzo di Paul McCarthy e le tavole di Robert Crumb lo sono per motivi diversi. Mentre persino un’artista come Sarah Lucas, annoverata fra gli Young British Artists negli anni ’90 e conosciuta più che altro per i suoi lavori pop ironici, spesso incentrati sull’identità di genere, è presente con delle sculture biomorfe plasmate in un materiale classico come il bronzo.

Pop è anche l’ironia di Fischli & Weiss. La sala dedicata alla coppia di artisti svizzeri e a Dorothea Tanning è un duplice omaggio dopo le morti di Weiss e della pittrice americana, avvenute l’anno scorso. The truth about comets, un dipinto surreale di Tanning, introduce la serie di sculture in argilla del duo svizzero, che citano fra gli altri Albert Einstein e i Rolling Stones, e rappresentano un inserto ludico, di intelligente leggerezza, entro il generale clima contemplativo-spirituale della mostra.

Se il pop è quasi non pervenuto, il folk è al contrario un motivo ricorrente. Il Palazzo Enciclopedico è composto in buona parte da opere abbastanza classiche dal punto di vista tecnico-formale. Con il suo notevole numero di dipinti, sculture e disegni, è una mostra che potrebbe anche passare per reazionaria. L’attenzione è rivolta a singole personalità spesso emarginate e visionarie, si concentra sui loro personali deliri e sulle loro ossessioni di conoscenza.

Sono poche anche le installazioni, così come in generale i lavori grandi e spettacolari. Questo ha portato all’aumento del numero degli artisti e delle opere, scelta motivata anche dalla necessità di «rispondere con le stesse armi che la società delle immagini utilizza» (Massimiliano Gioni, pezzo tratto da questa videointervista).

Ma se Gioni, da un lato, chiede molto impegno intellettuale al visitatore, dall’altro evita quasi sempre l’opera minimalista e concettuale estrema. Sono molti, invece, i lavori tecnicamente raffinati: in questa Biennale l’abilità tecnica è presentata come una componente rilevante dell’arte, e gran parte delle opere che la compongono si smarcano dal concettuale e preferiscono intraprendere la strada di una libertà espressiva che spesso si fa, se l’etichetta ha ancora un senso, «ritorno all’ordine».

Opere dalla forte matericità ricorrono all’Arsenale, dove gli spazi ampi permettono l’allestimento di lavori più grandi. La gigantesca scultura di Roberto Cuoghi e i massi pendenti dal soffitto di Phyllida Barlow rientrano in questa categoria, mentre più concettuale è la struttura in legno di Danh Vo, costituita dai frammenti riassemblati di una chiesa cattolica vietnamita d’epoca coloniale.

Tra le intuizioni curatoriali migliori c’è l’aver messo in relazione il leggendario fumettista americano Robert Crumb – icona della controcultura hippie sanfranciscana degli anni ’60-’70 – e lo sconosciuto outsider Shinichi Sawada, un ragazzo giapponese affetto da una grave forma di autismo. Del primo sono esposte le 207 pagine di disegni che illustrano il testo biblico della Genesi. In uno spazio più intimo, ricavato all’interno della stessa stanza, sono invece sistemate le sculture in terracotta di Sawada: probabilmente ispirate ai mostri della tradizione giapponese, mantengono un aspetto simpatico nonostante le corazze acuminate di cui sono dotate.

Forse anche per eccessiva aspettativa verso Steve McQueen, la sua opera Once upon a Time (2002), risulta invece un po’ debole. È sicuramente affascinante da un punto di vista concettuale: il videoartista inglese, conosciuto soprattutto come regista cinematografico grazie ai suoi ottimi Hunger e Shame, intende evidenziare i limiti del linguaggio nella comprensione delle cose, sia nella modalità scientifica sia in quella irrazionale. Lo straniamento tra linguaggio visivo e sonoro però non convince, e l’incontro-scontro sembra essere incapace di generare scintille.

Molto meglio, parlando di video, Grosse fatigue di Camille Henrot (giustamente premiata con il Leone d’Argento), un ottimo esempio di videoarte coinvolgente e sensata nel 2013; o Blindly di Artur Zmijewski, che riesce a evitare la caduta nella retorica e nel patetismo maneggiando il tema delicato della disabilità in un’accezione pertinente con il tema della mostra.

Nel percorso dell’Arsenale sono notevoli le videoinstallazioni dello statunitense Ryan Trecartin. Riproponendo l’isteria da programma tv trash attraverso l’estetica amatoriale tipica dei video caricati su YouTube, Trecartin rappresenta una delle punte più avanzate nel discorso svolto dalla mostra. Qui Internet è presente, anche se non in modo diretto bensì estetico. I video di Trecartin si fondono con coerenza alle strutture appositamente realizzate con lo stesso stile ruvido e fai-da-te, formando un ambiente immersivo ideale per la loro fruizione.

Nel suo approccio storico-museografico, Il Palazzo Enciclopedico sfiora appena gli anni 2000, ma sceglie di farlo attraverso uno dei suoi interpreti più rappresentativi: il filo conduttore del folk conduce quindi fino al nostro tempo, ed è interessante notare che qui la materia è affidata non a un outsider, ma a un artista tra i più accreditati della sua generazione (Trecartin è nato nel 1981).

L’artista americano, che agli inizi caricava i suoi video direttamente su YouTube, è infatti al contempo parte del folklore della Rete e artista che riflette su di esso. L’assenza in mostra di coetanei outsider che si muovono sullo stesso piano sembra un po’ un controsenso, considerando che oggi molti creativi amatoriali si servono di YouTube (e della sua estetica) per i loro lavori. Ma, in generale, l’inserimento degli outsider è una scelta curatoriale interessante: mettendoli sul piedistallo della Biennale e affiancandoli ad artisti legittimati dal sistema dell’arte, si riporta l’attenzione sull’opera e sul suo valore culturale.

Anche l’idea di realizzare un «museo temporaneo», che si rivolge in primo luogo al passato senza per questo rinunciare a parlare del presente, è funzionale. Così facendo, Gioni fornisce uno spettro molto ampio e originale dei tentativi artistici, condotti nel corso del XX secolo, di costituire «enciclopedie personal, sottolineando la necessità di tali tentativi ma anche l’inevitabilità del loro fallimento. Fino ad arrivare all’oggi, epoca in cui la facilità di accesso alle informazioni – permessa dalla pervasività della Rete – si scontra con la difficoltà umana di poterne conoscere anche solo una minima parte.

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