La causa della disoccupazione giovanile e del precariato è il mammismo italiano, possibile? E i laureati in Lettere dovevano pensarci prima di intraprendere un percorso che porta solo al nulla. Qualche riflessione.

Sta facendo discutere, sul web, la lettera pubblicata da Umberto Malesci nella rubrica Solferino 28 anni de «Il Corriere della sera». La lettera risponde a un’altra lettera, di una precaria che lavora a 300 euro al mese.

Malesci è un giovane imprenditore  rampante di successo, come Michel Martone, l’assistente del ministro Elsa Fornero che se ne uscì con quella battuta sugli “sfigati”. Il ministro stesso poi disse che i giovani italiani sono troppo “selettivi”, mentre Mario Monti diceva che il posto fisso è monotono. La rivincita dei bocconiani, insomma.

Quella di Malesci è una provocazione che vuole andare controcorrente: mentre tutti si lamentano della disoccupazione giovanile e della precarietà lui dice che le colpe non sono tutte esterne. In pratica i giovani precari e disoccupati italiani se la sono cercata. In particolare egli individua due responsabili principali: le mamme italiane e l’orientamento scolastico.

Le prime consigliano (male) ai figli di rimanere in Italia a cercare il posto fisso piuttosto che andarsene all’esterno e rischiare. Una dichiarazione, in linea con il pensiero di molti, tra cui il noto giornalista del Corriere Beppe Severgnini; una dichiarazione che ovviamente ha fatto e farà discutere, perché va a toccare un tasto dolente. Adesso, ognuno dovrebbe guardare in casa sua, visto che le mamme italiane non sono tutte uguali.

Quello del mammismo italiano è un luogo comune, e in quanto tale si fonda su degli elementi concreti e reali, ma allo stesso tempo non è sempre vero (e quindi qualche volta è falso). Se dovessi parlare a titolo personale dovrei dire che effettivamente questa mentalità sedentaria c’è, al punto che persino quando c’è da spostarsi in Italia (da nord a sud o viceversa) si incontra qualche ritrosia e in questo senso il problema non è solo dei “bamboccioni” che non vogliono uscire di casa, ma secondo me anche dei genitori che ostacolano l’abbandono del nido perché sperano sempre che il figlio trovi un posto fisso vicino casa e metta su famiglia. Non so dire però quanto sia diffuso, in percentuale, questo atteggiamento.

Quello che mi ha colpito del ragionamento di Malesci però è la seconda parte, quella in cui si dice che l’orientamento scolastico nel passaggio dal liceo all’università è fatto male. Sempre parlando a titolo personale, devo dire che sì, poteva essere fatto meglio. Ma poi arriva il colpo basso: «Se la precaria dell’articolo del Corriere invece di fare Lettere all’Università avesse fatto Informatica o anche solo avesse imparato a disegnare un programma in Ruby on Rails senza neppure laurearsi in Informatica, ora avrebbe uno stipendio vero, l’agognato contratto a tempo indeterminato e soprattutto una prospettiva di carriera e crescita professionale.»

Non saprei da dove partire per smontare questa tesi. Iniziamo dalle contraddizioni. Malesci infatti nella sua lettera dice che per fare lo sviluppatore di software ci vuole passione. Questo significa che deve essere una scelta spontanea, non coatta e soprattutto non subordinata alla necessità di guadagno. E se qualcuno impedisse a lui di seguire la sua passione? E se uno non ha la passione per l’informatica? Dire che non bisogna fare Lettere mi sembra una mossa scorretta.

Altra cosa sarebbe affermare che ci sono troppi iscritti alle facoltà umanistiche, ed altra ancora dire che la maggior parte di essi hanno scelto queste facoltà perché sono facili o perché erano indecisi. Per quanto poi concerne l’eccessiva presenza di scrittori, attori, artisti, registi o anche solo di aspiranti tali, questo è un problema più complesso, che meriterebbe una riflessione a parte. Io non ho problemi a formulare un pensiero critico nei confronti delle facoltà umanistiche, della cultura e degli aspiranti scrittori.

Più volte mi sono chiesto se non sia un problema di mentalità e atteggiamento. Perché se uno vuole fare lo scrittore senza essere bravo allora vuol dire che sta fingendo. Anche un attore, di fatto, finge e molti poeti o artisti creano delle performance in cui recitano ed interpretano. C’è quindi una grande tendenza alla recitazione, ma ovviamente non tutti possono essere dotati di talento, altrimenti saremmo di fronte all’età dell’oro.

Una volta si diceva: braccia rubate all’agricoltura. Non è giusto dire che l’università sia inutile, ma forse nella cultura e nell’arte italiana attuale c’è tanta mediocrità. Allora mi chiedo se non si tratti di ipocrisia. Nell’antica Grecia l’hypocritès era una maschera del teatro, da qui il termine ipocrita, che si riferisce a una persona che finge di essere ciò che non è. Considerando anche che abbiamo il più alto numero di politici forse il problema italiano è proprio quello della mancanza di sincerità, anche con se stessi, e quindi è un problema di carattere. Ma questo è un discorso a latere rispetto alla provocazione di Malesci.

Prendiamo invece il caso di una persona laureata in Lettere perché ha la passione dell’insegnamento o della letteratura. Malesci ci dice che questo avrebbe dovuto abbandonare la sua passione, imparare delle cose totalmente diverse e scapparsene in America. Se non l’ha fatto è uno sfigato e se l’è cercata. Ma mettiamo caso che il mondo si rovesciasse, che gli insegnanti prendessero diecimila euro al mese, che scrittori, artisti, poeti e filosofi formassero la classe dirigente del Paese e che i programmatori di software fossero precari e sottovalutati, cosa farebbe Malesci? Io potrei dirgli: vedi Umberto, se invece di fare Informatica avessi fatto Lettere o avessi anche solo letto qualche libro in più, adesso potresti anche tu scrivere versi ed avere uno stipendio fisso.

Insomma, la realtà è poliedrica e cambia radicalmente a seconda dei punti di vista. È chiaro che bisogna adattarsi, ma prima di adattarsi al mondo bisogna chiedersi se il mondo va dalla parte giusta. Consigliare di abbandonare le proprie passioni per inseguire il successo non è una bella cosa e mi sembra un ritorno agli anni Ottanta. Mantre far cozzare l’attività artistica o intellettuale con la necessità di guadagnarsi il pane è un problema che ci riporta addirittura all’Ottocento, quindi una cosa vecchia e per niente moderna.

Altra cosa è dire che in Italia ci sono troppi aspiranti artisti, scrittori o attori, che pochi sanno benissimo l’inglese e che certe competenze informatiche dovrebbero essere apprese a prescindere dal fatto che uno sia uno scrittore o un programmatore. Ma è inutile che ce lo dica Malesci, quello del letterato avulso dai new media e chiuso nella turris eburnea è un altro luogo comune. Chi è dentro il mondo dei blog e dell’editoria queste cose le ha già capite. Il problema è che valore dà la società all’editoria e alla cultura.

2 commenti a “ La colpa dei precari ”

  1. non per niente ho fatto la tesi su Volponi, la realtà olivettiana era un’utopia realizzata, tempi d’oro; inoltre una volta i dirigenti Rai avevano quasi tutti formazione umanistica.

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