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L’opera prima della scrittrice milanese Sara Loffredi, La felicità sta in un altro posto, è una storia coraggiosa e onesta, un quasi-romanzo di formazione in cui destino, amore e senso di colpa si mescolano sotto lo sguardo di una voce narrante forte e onnipresente, capace di riempire di sé ogni piega della narrazione.

Tutto, in questo romanzo, è infatti retto dalla figura di Caterina, protagonista di una storia che inizia in un convento di Reggio Calabria nei primi anni del Novecento e si conclude, un decennio dopo, in una Napoli brulicante di vita e descritta con garbo e intelligenza, con uno sguardo affascinato che cede solo a tratti a toni appena vagamente stereotipati.

Non è un romanzo di formazione vero e proprio, questa storia, anche se per alcuni aspetti la sua trama contiene tutti gli elementi che potrebbero far pensare a qualcosa del genere: quella che viene raccontata, in effetti, è proprio la crescita della protagonista, il suo trasformarsi da bambina inconsapevole in donna adulta che affronta con coraggio una vita intensa e complicata, in cui c’è poco spazio per ingenuità o debolezza. Quello che emerge dalle pagine, però, è insieme più e meno di questo: è una riflessione sul passato e sulla maniera in cui esso costruisce i destini delle persone indirizzandoli fatalmente verso direzioni precise, è la rivendicazione orgogliosa e insieme rassegnata dell’impossibilità di cambiare, a livello profondo, ciò che si è, un viaggio che scava attorno al tema della colpa e della necessità di convivere con essa, portandone addosso tutto il peso.

Tutto questo passa attraverso gli occhi della protagonista, un’orfana che cresce in un convento e che sperimenta, momento dopo momento, sensazioni che non capisce e sentimenti che non sa catalogare, passando attraverso la vita come un’ospite che guarda alle cose del mondo con invidia mista a curiosità e a un senso di misteriosa fascinazione. L’infanzia di Caterina è dominata dalla fiducia in un futuro in cui le sue doti musicali – incoraggiate dalla sua maestra di pianoforte, Suor Antonia, donna acuta e intelligente per cui Caterina prova un affetto profondo, totale ed egoista – le consentiranno di trovare finalmente la sua strada al di fuori delle mura del convento ma anche da un sentimento complesso e oscuro, dai confini difficili da definire, che le mette addosso una responsabilità che la ragazzina non è in nessun modo in grado di gestire: quello che Caterina desidera, infatti, sembra fatalmente avverarsi, in modo drammatico e inspiegabile.

Questa capacità involontaria di piegare la sorte al suo volere finirà per ritorcersi contro la ragazzina in maniera imprevista e terribile: una notte, infatti, un terrificante terremoto si abbatte sullo Stretto di Messina, devastando intere città e radendo al suolo anche il convento. Quello che era uno dei desideri più profondi e inconfessati della ragazzina – quello di non dover condividere con nessuno le attenzioni e l’affetto di suor Antonia, di essere la sua ultima e unica allieva – diventa quindi realtà, e lo fa nel modo più tragico possibile, rinchiudendo Caterina in un isolamento impossibile da rompere, che pesa su di lei come una maledizione: la sua mente di ragazzina si trova a dover combattere con un senso di colpa insensato ma tagliente, che la isola da tutti e le impedisce di reagire a quello che le accade intorno, inducendola a farsi semplicemente trasportare dalla corrente.

Rimasta sola al mondo la ragazzina arriva a Napoli insieme a un carico di feriti. Nessuno la conosce e lei rimane per giorni sospesa tra la vita e la morte, facendo i conti con il dolore fisico e con la consapevolezza di aver perso definitivamente la sua vita precedente, assieme a tutti coloro che ne che facevano parte.
Stordita e incapace di reagire Caterina, appena dimessa dall’ospedale, non può far altro che seguire passivamente Annarella, la prostituta ricoverata nel letto accanto al suo  – una figura dolente ma non stereotipata, piena di un’umanità energica e tragica insieme – che la ospita in casa propria per qualche tempo e la indirizza poi verso un bordello dalle parti del porto. Qui Caterina, ormai trasformatasi in prostituta, prende poco alla volta coscienza di se stessa, combattendo contro l’invidia delle altre ragazze e imparando a conoscere le trame complicate del mondo degli uomini, i loro dolori e le loro bassezze. Al bordello riceve in sorte anche un nuovo nome, Mimì, e documenti falsi con cui – paradossalmente – riesce poco a poco a diventare padrona di se stessa, a inventarsi un nuovo passato e ad attraversare la sua vita non più come un’ospite sballottata dagli eventi ma come una donna adulta capace di scegliere il suo destino e di mettere ordine nel caos del suo passato e dei suoi sentimenti. E il suo destino è quello di lasciare quel casino da quattro soldi vicino al porto, con il suo corredo di violenza e di miseria, per andare a lavorare alla Maison, la casa di appuntamenti più prestigiosa della città, un luogo languido e malinconico abitato da uomini potenti e ambigui – ricchi e rispettabili ma non per questo meno pericolosi – e da donne eleganti e beneducate che sanno di vivere in una condizione ibrida e terribile che assomiglia da vicino alla libertà, ma che in realtà non è altro che una sottomissione di altro tipo.

La Maison, pero, per Mimì è anche il luogo di una nuova, definitiva presa di coscienza che le consente finalmente di mettere insieme tutti i pezzi della sua vita, di coordinare le parti staccate della sua identità in un quadro nuovo, capace di dirle finalmente chi lei è, al di là di tutte le catastrofi che hanno fatto a pezzi il suo destino e di tutto il dolore e il senso di colpa che le hanno accompagnate. Alla Maison Mimì scopre infatti l’amore e la passione attraverso la figura bella e inafferrabile di Mariasole, riuscendo in qualche modo ad annodare almeno alcuni dei fili della sua vita passata, ricominciando a suonare e, infine, trovando in maniera imprevista una strada per portare la sua vita in una direzione ancora diversa, appena accennata da un finale forse un po’ troppo affrettato e incredibile, accelerato da una sorta di “ansia da lieto fine” che lo rende incapace di essere all’altezza delle premesse poste nel romanzo.

L’onnipresenza della voce di Caterina – che ripercorre il suo passato con lo sguardo di chi analizza e giudica, cercando di mettere ordine nella propria vita – è forse l’elemento che a tratti rende il racconto meno efficace, vittima di un eccesso di scavo, di un’esagerata e pesante meditazione a posteriori: forse un po’ di leggerezza in più avrebbe meglio reso giustizia una trama che contiene di per sé già tanti e tali elementi di tragedia, già tanti germi di grandezza, da non avere bisogno di acuti e accenti ulteriori. Non è un caso, in questo senso, che la parte meglio riuscita del romanzo, la più ariosa e la più convincente, sia proprio la prima, quella in cui la protagonista è ancora bambina e attraversa gli eventi della sua vita senza comprenderli pienamente e quindi senza volerli ad ogni costo sviscerare, limitandosi a porre sulla pagina i suoi gesti e i suoi pensieri così come sorgono.

Il momento forse più intenso del romanzo è proprio il racconto della notte del terremoto e dei giorni immediatamente seguenti, ovvero il momento in cui la funzione “giudicante” della narratrice lascia spazio al semplice racconto delle cose e dei loro echi scollegati, e in cui è più forte il senso di devastazione, perdita e colpa che è il vero filo rosso che tiene insieme questa storia. Una storia che si snoda attraverso un panorama intenso e convincente, abitato da una piccola folla di personaggi che emergono dalle pagine come figure credibili e tridimensionali, con solo qualche rara scivolata nell’improbabile e nel prevedibile. Il finale della vicenda arriva un po’ di sorpresa a spezzare l’equilibrio di una trama intelligente che, pur senza eccessi, sa mettere in campo temi grandi e figure intense, lasciando poi al lettore il compito di lasciarsi trasportare nel gioco della loro esistenza.

Sara Loffredi, La felicità sta in un altro posto, Rizzoli, 2014.

Da lunedì 3 febbraio, sarà possibile interagire con l’incipit d’autore firmato Sara Loffredi su 20lines e leggere la sua intervista sul loro blog.

 

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