La maschera del poeta

LA MASCHERA DEL POETA
Il turpiloquio come arma e scudo nella poesia di Antonio Maria Pinto

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Antonio Maria Pinto è nato a Caggiano, in provincia di Salerno, nel 1955 ed ha finora pubblicato tre raccolte poetiche: Le carabattole dei carabi nel 1994,  Istoriette nel 1999 e Sonàr nel 2002.
Il primo titolo, che potrebbe apparire esotico, in realtà è molto letterario (con evidente allitterazione ricca) e vuole avere un’accezione residuale. “Carabattole”, o “scarabattole”, è infatti un termine, usato anche da Pascoli e da Gadda, che sta per “discorsi di poco conto” o “cianfrusaglie”; “carabi”, invece, indica  un’imbarcazione greco romana o un tipo di scarabei aggressivi e carnivori. Il carattere della raccolta è, fin dal titolo, morale e vuole alludere a «tutti i possibili ciarpami – oggettuale, affettivo, poetico, esistenziale –, che siamo spinti a raccogliere e  trasportare o a cui non possiamo, per innata coazione, non concedere udienza»[1].

Seguendo una lunga tradizione di letteratura picaresca e dialettale, da Baudelaire e i poeti maledetti fino ai più recenti Bukowski e Miller, le poesie sono ambientate in quartieri degradati, osterie, bordelli e bettole: i protagonisti sono prostitute, donne vecchie e malate ma anche insetti, animali sgradevoli come topi e rospi, diavoli, streghe e perfino Belzebù. Il linguaggio sembra quasi magico e nuovo, ma in realtà i neologismi sono pochissimi, la spia stilistica è quella dell’espressionismo(non a caso il titolo rimanda a Gadda) con termini rari uniti a termini dialettali e regionali di diverse aree geografiche, « histrio turpis come maschera che, senza azzerare l’io autoriale, tuttavia lo scianca e lo traveste»[2].
Istoriette
, la seconda raccolta, continua il tono carnevalesco e la compresenza di  registro alto e basso della prima, con un vasto catalogo di animali preso probabilmente dai bestiari medievali, invettive misogine e anticlericali, immagini volutamente scandalose e degradanti, come in Jongleurs III in cui «si fa all’amore coi cadaveri»[3].
Temi tipici sono l’anticlassicismo e antilirismo, e l’esigenza di una poesia che sia enciclopedica piuttosto che monotematica.

La terza raccolta, Sonàr. Allegorie dell’ombra, attinge ad un’area linguistica non più centromeridionale. I modelli infatti sono Baffo e Casanova e il linguaggio è fatto di «impasti maccheronici e abbondanti  sortite veneziane»[4]. I contenuti attingono sempre più al represso e all’orrido: «il libro pullula di cadaveri, membra e gesti putrescenti, rivoltanti manicaretti»[5]. Le poesie sono sonetti, dunque una forma tradizionale e chiusa, lontana dalle sperimentazioni, come anche nella poesia di Patrizia Valduga. Ancora più raro, ma allo stesso tempo quasi scontato se ci si rifà al ‘500, è l’uso dell’ottava, la forma metrica adottata da Pinto e da Francesco Muzzioli nel recente Bussoribussi, scritto a quattro mani; un libro da cui emergono «l’inutilità (e a ogni buon conto l’infondatezza) di ogni consolazione religiosa, […]il disagio esistenziale, la malafede politica, il dolore e l’inspiegabile male quotidianamente esperiti da uomini, animali e cose»[6].

I lettori del Satyricon, di Quevedo, di Rabelais, di Cervantes, ma anche dell’Inferno di Dante, di Baudelaire, del saggio di Bachtin sul carnevalesco come spinta al rovesciamento e alla degradazione, non troveranno nulla di nuovo o di strano leggendo le poesie di Pinto. Avvalendosi degli studi di Freud si può anche parlare di una risposta alle brutture insite nella politica e nella cronaca quotidiana tramite altrettante brutture, più esplicite, ottenute descrivendo scene, più o meno realistiche, di degrado, morte, decomposizione, basso corporeo, etc. Ai contenuti “bassi” e sgraziati si accompagna una lingua molto ricca e ricercata, che segue talvolta il puro suono delle parole in rime, assonanze, allitterazioni. Quello che stona però, nell’opera di questo autore, è l’evidente scelta anacronistica sia dei riguarda i temi  che del linguaggio. Il senso di spaesamento è accentuato dalla voluta genericità e, in un certo senso universalità, delle allegorie: i suoi bersagli  (il potere, la politica, la Chiesa, le donne, gli stessi poeti, l’esistenza) non sono precisi  e nemmeno riconducibili  alla contemporaneità, né tantomeno a un qualsiasi periodo storico. I temi, infine,  non sono aderenti a teorie filosofiche o scientifiche, come capita nella poesia più recente, e non sono  (almeno non dichiaratamente)  legati a vicende personali dell’autore. Il rischio è quello dell’evasione totale e dell’art pour l’art.


NOTE:

[1] Parola plurale. Sessantaquattro poeti italiani fra due secoli, Roma, Luca Sossella editore, 2005, cit. pag. 753.
[2] Ibidem.
[3] Ivi, pag. 758.
[4] Ivi, pag. 808.
[5] Ivi, pag. 755.
[6] Ivi, pag. 756.

[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=FbCXWFq14Yg]

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