La pelle che abito

di Virginia Negro.

Da quando vivo in Spagna ho imparato a riconoscere la peculiarità tutta iberica del regista manchego più famoso del mondo. Ho iniziato a vedere i primi film, quelli sulla movida madrilena come L’indiscreto fascino del peccato, fino ad arrivare al ritorno a delle origini tinte di magia con Volver, e al tentativo autocitazionista de Gli abbracci spezzati. E per quanto lo apprezzi con una certa discontinuità, mi sono abituata a riconoscere e anche ad amare la sua unicità autoriale. Così all’uscita del suo ultimo film, non so se grazie a questa involontaria educazione, mi sentivo di aver aggiunto un pezzo mancante nel ritratto-puzzle dell’autore Almodóvar. Che si rivela molto più che solo un ottimo caratterista e un furbo scenografo, ma un regista capace di riflettere sul (suo) cinema e su grandi questioni filosofiche, affidandosi ad una storia che mescola la tragedia sofoclea con il japanese horror e pretende dallo spettatore massicce dosi di sospensione dell’incredulità.

La pelle che abitoLa vicenda è appunto quella di Vincent, un ventenne impiegato nella boutique vintage della madre, che viene sequestrato da un tanto famoso quanto psicotico chirurgo plastico in cerca di vendetta dopo lo stupro della figlia suicida. Segregato in una stanza Vincent viene costretto ad assistere alla trasformazione di se stesso in donna (Vincent/Vera) mentre il folle Dr. Banderas lo utilizza come cavia per sperimentare una pelle transgenica insensibile al dolore.

Almodóvar approda all’horror abbandonando la sua solita auto-ironia, la leggerezza delle sue svagate eroine, e tutto lo strascico della movida madrilena. L’Almodóvar post-delusione da Gli abbracci spezzati costruisce un impianto narrativo radicalmente cupo, drammatico e angoscioso culminante in un finale tanto denso quanto commovente.

Eppure La piel que habito è chiaramente un film di Almodóvar. I suoi personaggi sono sì diversi dagli eccessivi nottambuli della Gran Via, ma restano pur sempre guidati da passioni irrefrenabili, da desideri e follie angosciose ma pur sempre stravaganti. Il regista colora la pellicola con la sua inconfondibile estetica latina, regalandoci magnifiche sequenze acquario in cui Banderas osserva da un megaschermo la sua cavia: una elegante riflessione meta cinematografica mossa da zoomate morbosamente voyeuristiche.

Anche le tematiche sono almodovardiane, seppur trattate in maniera completamente nuova rispetto a tutta la sua precedente cinematografia. La riflessione sull’identità, e quindi sul doppio (Vera, il nome non è casuale, è veramente donna e allo stesso tempo uomo), sul travestimento (parte del film è ambientato durante il Carnevale), sul corpo (la pelle è indistruttibile o fragile come la tela, vera e feribile e puro schermo)… Questa ricerca del sé è un’intricata vicenda che si dipana in un mondo vendicativo, dalla sessualità predatoria, dove la guerra è quella alla sopravvivenza. E dove il ritorno (Volver) prelude l’Agnizione e l’uscita dal mondo della mera apparenza, l’ingresso verso un’altra profondità del sé, sempre uguale e sempre diverso.

 

Commenta l'articolo
La tua e-mail non sarà pubblicata
  • ( non sarà pubblicata )