Generazione Entrante Poeti anni 80

 

LA POESIA ENTRANTE – I figli degli anni Ottanta: chi sono e come sono i nuovi poeti

L’ambizione è alta e l’operazione molto difficile. L’antologia La generazione entrante. Poeti nati negli Anni Ottanta, edita
 da Giuliano Ladolfi e curata da Matteo Fantuzzi si propone di 
«risuscitare
 lo stato della poesia italiana contemporanea»
 (dalla prefazione di Matteo
 Fantuzzi) attraverso il raduno di giovani poeti. Se da un lato
 un’operazione di censimento e di raccolta della poesia giovane
 italiana è meritevole e necessaria per cercare dei punti di
riferimento nel magma di riviste , blog
 letterari, social networks o
 libri frettolosamente pubblicati da editori a pagamento in cui 
rischiano di disperdersi le energie dei nuovi poeti o aspiranti tali,
 dall’altro sono state effettuate scelte a mio modesto parere 
discutibili. Innanzitutto dubito che una singola pubblicazione possa
 «risuscitare
 lo stato della poesia italiana contemporanea»; 
il punto, a mio avviso, e qui si apre un’annosa e problematica 
questione, è semmai risuscitare l’interesse del pubblico verso la 
poesia.

La generazione entranteDa studente di Lettere posso garantirvi che la situazione è 
quanto mai sconfortante. Forse pecco di troppo cinismo, ma senza un 
pubblico disposto a leggere, ad ascoltare e a seguire eventi e 
percorsi non si va da nessuna parte. E se gli studenti di Lettere di 
Padova mostrano indifferenza o persino insofferenza verso “classici” 
(ma in realtà molto attuali) come Luzi, preferendo (ed è del tutto 
lecito) approfondire gli studi di linguistica, o di filosofia, o
 analizzare romanzi, è difficile pensare che un pubblico “non
 colto” possa avvicinarsi alla poesia ultra contemporanea. Poi sarà 
da vedere anche il motivo per cui le persone si tengono ben lontane
 da essa; le colpe a mio avviso vanno ricercate anche nell’eccessivo 
intellettualismo e nella rinuncia (anche in questa antologia, salvo
 alcuni casi) al ritmo e alla musicalità che la lingua poetica (senza 
per questo attaccarsi alla metrica e alla rima) deve pur mantenere. È 
chiaro che nella situazione attuale ciò che detta legge è il mercato 
e quindi se le grandi case editrici investono sul romanzo, o sulle 
ricette, la poesia viene per forza relegato ad un genere di nicchia. Ma in realtà lo 
è stato anche per tutto il Novecento, tuttavia durante il secolo scorso 
esisteva una comunità poetica, una critica attenta e un pubblico
 interessato, per quanto esiguo. Fanno la differenza, rispetto a qualche decennio fa la perdita di importanza delle
 riviste e della cultura in genere. Internet, in questo senso, soprattutto dopo l’avvento di Facebook, ha 
frantumato ancor di più la comunità riducendo la poesia ad un lusso
 personale ed autoreferenziale. Manca l’aggregazione dei poeti, 
l’attenzione dei critici, la creazione di eventi, dibattiti e 
confronti. Quando parlo di confronti non mi riferisco tanto ali paragoni che si possono fare con i grandi del passato, quanto piuttosto al confronto con 
la situazione internazionale. L’ultimo premio Nobel per la
 letteratura, tanto per fare un esempio, è un poeta, eppure siamo qui
 a parlare di scarsa attenzione verso la poesia. Non sono ipocrita,
 nemmeno io conoscevo Tomas Tranströmer (e nemmeno Le Cleizo) prima del
 Nobel. In questo caso si è di fronte al pregiudizio per cui un 
autore che vende milioni di copie non può vincere il Nobel, che va 
invece assegnato a scrittori che conoscono in pochi. In troppo pochi,
 però, visto che lo stesso premio è stato cocciutamente negato a 
Luzi e Zanzotto, i quali hanno probabilmente subito il contrappasso
 per la premiazione di Dario Fo.

Ma lasciamo da parte la questione dei premi letterari, che va 
sempre presa con le pinze, è emblematica la situazione degli
 studenti di Lettere (suppongo che ve ne sia una buona rappresentanza
 anche nell’antologia, data la giovane età degli autori considerati):
 molti di loro scrivono poesie e pochissimi invece sono quelli, non 
dico che pubblicano, ma che vengono anche solamente allo scoperto 
senza vergognarsi della propria 
passione. Si crea perciò una situazione ambigua per cui da un lato la 
maggioranza degli studenti non si occupa di poesia, e dall’altro una 
minoranza silenziosa scrive e pubblica poesie senza però 
socializzare le proprie esperienze. Non per esaltare le solite università americane, dove esistono corsi di laurea in poesia 
(oltretutto negli U.S.A. essere scrittore o perfino poeta può essere più facilmente una professione), ma occorre anche dire che in Italia le poche volte che si
 dedicano seminari o corsi monografici ai poeti si arriva al massimo 
agli anni Cinquanta del Novecento. In una tale dispersione manca 
anche una fase di apprendistato per i giovani poeti che troppo spesso 
arrivano alla pubblicazione senza aver maturato consapevolezza e
 coscienza poetica.
È
 chiaro che quello di Ladolfi e Fantuzzi è un tentativo meritevole e 
positivo di sbloccare la situazione, ma credo che il passaggio sia
 troppo brusco, che ci vogliano dei passaggi intermedi. Magari
 professori, studenti e critici letterari potrebbero unire le forze 
per organizzare dei corsi o dei seminari o dei festival sulla poesia 
(non solo italiana) più abbordabili, compresa quella degli anni Ottanta e Novanta, per arrivare 
progressivamente ai giorni d’oggi. Le antologie rischiano 
ormai di diventare censimenti delle persone che scrivono poesia in 
giro per l’Italia, lasciando un grosso punto interrogativo sulle
 questioni più generali.

Tornando 
all’antologia La generazione entrante, penso
 che, come scrive Fantuzzi nella prefazione, occorra partire dalle
 opere e non dagli autori. Mi chiedo però se non sarebbe stato più
 opportuno, partendo appunto dalle opere, offrire una panoramica più 
ampia sugli stili, i temi e le tendenze della poesia degli ultimi, almeno, 
vent’anni. La scelta anagrafica rischia di essere troppo 
riduttiva. È vero che esiste un precedente, cioè l’antologia Opera comune. Antologia di poeti nati negli anni Settanta, curata 
dallo stesso Ladolfi per la rivista «Atelier»
 nel 1999, ed è anche vero che fu un nome autorevole, cioè Oreste 
Macrì, a proporre la divisione in prima, seconda, terza e quarta
 generazione, per i poeti attivi nella prima metà del Novecento, nati 
dagli anni Ottanta del XIX secolo agli anni Venti del XX, ma essendo 
cambiati i tempi penso che ormai siano necessari altri parametri.
 Anche la scelta dei “cappelli introduttivi” per ogni singolo
 poeta, scritti da altri poeti o da critici simpatizzanti, avrebbe
 potuto essere diversa. Solo Temporelli ammette un certo imbarazzo,
 nella sua introduzione a Giuseppe Carracchia, non tanto per il poeta quanto per la difficoltà oggettiva nel dover elogiare o anche solo 
presentare un poeta contemporaneo e per lo più molto giovane.


Volendo dire qualcosa, infine, sulle poesie presenti nell’antologia, 
si può partire dalle differenze, che Ladolfi individua nella 
postfazione, rispetto alle generazioni precedenti. La più
 interessante a mio avviso riguarda l’aspetto linguistico; i nuovi
 poeti infatti si liberano dal peso di dover trovare un compromesso 
tra linguaggio quotidiano e linguaggio aulico e vanno verso quella 
“lingua mediana” che molti critici auspicavano per la prosa.
 L’aspetto a mio avviso negativo è l’eccessivo sbilanciamento verso
la lingua prosastica; interessante è invece l’introduzione
 dell’elemento dialogico o narrativo. Colpisce anche (in positivo) la
 presenza di poesia dialettale; manca forse però la testimonianza dei 
poeti migranti che scrivono in italiano, una realtà in crescita. Un 
altro elemento interessante è l’abbassamento del livello concettuale 
e filosofico in favore di un’aderenza alla realtà, che significa
 anche realtà del dolore dell’esistenza. Una generazione che non ha
 vissuto tragedie storiche come la guerra o la povertà condivide però 
un forte senso di inquietudine e smarrimento, nonché (e al giorno
 d’oggi questo elemento esula dal semplice dato anagrafico) incertezza 
e forte preoccupazione per il futuro.


La generazione entrante. Poeti nati negli anni Ottanta
, 
a cura di Matteo Fantuzzi, Borgomanero, Giuliano Ladolfi editore,
 2011.

Generazione Entrante, 15 poeti nati negli anni ’80
. Per proporre una geografia della poesia italiana della ‘generazione entrante’, per parlare delle tendenze poetiche ora in atto nel nostro paese: l’occasione di toccare con mano la poesia che in Italia oggi si sta facendo.

Generazione Entrante contiene testi di: Dina Basso, Marco Bini, Carlo Carabba, Giuseppe Carracchia, Tommaso di Dio, Francesco Iannone, Domenico Ingenito, Franca Mancinelli, Lorenzo Mari, Davide Nota, Anna Ruotolo, Giulia Rusconi, Sarah Tardino, Francesco Terzago, Matteo Zattoni.
E gli interventi critici di: Manuel Cohen, Gianfranco Lauretano, Roberto Carnero, Andrea Temporelli, Stefano Raimondi, Massimo Morasso, Antonella Anedda, Gualtiero de Santi, Andrea Gibellini, Giuliano Ladolfi, Maria Grazia Calandrone, Anna Maria Carpi, Rosita Copioli, Gian Ruggero Manzoni, Alberto Casadei.


3 commenti a “ La poesia entrante – chi sono e come sono i nuovi poeti ”

  1. ti ringrazio dell’analisi e ti aspetto domani, ma in fondo individui già il nodo: la diffusione della poesia deve necessariamente partire dall’interno, quindi anche dalle università e da quelli che saranno i futuri professori universitari (o aspirano ad esserlo). la mia esperienza è che la poesia si diffonde benissimo anche tra le persone, basta che sia poesia “onesta” e non una nicchia di suoni senza sostanza, tutta forma (lo sottolinei anche tu).
    è chiaro che questo libro vuole essere una pietra, come fu a suo tempo l’opera comune. perché apra porte dipende da tanti, anche tu, che lo devono volere e con tanti ruoli differenti.

    matteo fantuzzi

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  2. Marco Bini

    Marco Bini

    Sono uno degli autori compresi nell’antologia, e vorrei rispondere con qualche mia osservazione a questo post interessante, che, al di là degli “hurrà” di rito, pone problemi concreti.
    Per quanto riguarda la diffusione della poesia, sono d’accordissimo. Su quella bisogna investire molte energie, e non darsi mai per vinti, anche se è importante agire con intelligenza, onde non disperdere inutilmente forze fisiche ed intellettuali. L’entusiasmo è merce volatile.
    Al problema degli studenti di lettere, aggiungerei anche quello degli insegnamenti universitari: quante facoltà di lettere hanno un insegnamento specifico di poesia del ‘900? Io ho studiato a Bologna, una “piazza” che si vorrebbe sensibile al tema, e solo un paio di prof se ne occupano; immagino che in facoltà meno accoglienti verso la poesia, la situazione debba essere ben peggiore. Le “colpe” dei padri sono ben note, e le cause sono state sviscerate tanto e da tanti, per cui tornerei rapidamente ai “figli”. Come mai uno studente di lettere ignora completamente il Novecento poetico? Si è mai chiesto se c’è vita dopo “Gli ossi di seppia”? Queste domande un po’ sarcastiche mi servono per chiedermi, in realtà: vista questa mancanza di curiosità, come mai hanno scelto proprio lettere? Una volta, una prof baby-pensionata disinteressata da anni alla letteratura mi disse che aveva scelto lettere “perché dovevo mangiare anch’io”… credo che oggi questo non valga più. E’ vero che avere insegnanti (possibilmente buoni) è un grandissimo vantaggio, ma esiste anche una curiosità che dovrebbe spingerti a cercare ciò che non ti è stato ancora insegnato nei canali ufficiali. Se no, appunto, perché scegliere Lettere? Lo butto lì come tema di discussione.
    Il secondo tema che mi interessa è quello del linguaggio. Io non penso che ci sia questa prevalenza assoluta della lingua mediano/prosastica. Ce n’è molta, perché ormai il Novecento è stato il secolo della sua irruzione in poesia, ed è una lezione dalla quale difficilmente si può fare marcia indietro. Penso però che molti degli autori compresi nell’antologia tentino la ricerca di una propria lingua poetica, in un senso spesso lirico. Anni fa, il poeta inglese Simon Armitage in un’intervista affermò, a proposito della vitalità creativa dei poeti della sua generazione (era la metà degli anni Novanta) che vedeva la poesia inglese dei suoi anni come una “chiesa liberale”, dove molti percorsi creativi potevano trovare cittadinanza, sentendosi però tutti a casa nello stesso luogo. Mi piacerebbe molto poter pensare questo, della poesia. Il confronto con la tradizione rimane imprescindibile (non si può scrivere poesia se non se ne è letta parecchia), ma sappiamo che la tradizione non deve coincidere con un canone: quest’ultimo è un riferimento, spesso più utile all’uso politico dell’arte che all’arte stessa, e accanto a questo esistono galassie di poeti che ognuno può amare liberamente, se vi legge qualcosa che lo colpisce e lo accende.

    Detto questo, io purtroppo non potrò essere a Padova e mi spiace molto. Spero che la presentazione sia piacevole e che possiate gustare un po’ di buona poesia, in compagnia di tante persone… curiose!

    Marco Bini

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