CAMing-out-Prima Volta

Tutti abbiamo in mente il romanzo che ha segnato, per noi, lo spartiacque tra la letteratura per l’infanzia e quella “da grandi”, il primo libro che ci ha fatto valicare la sottile linea d’ombra oltre cui si nasconde il mondo adulto.

Immagine cover di Pablo Gallo

Tutti abbiamo in mente il romanzo che ha segnato, per noi, lo spartiacque tra la letteratura per l’infanzia e quella “da grandi”, il primo libro che ci ha fatto valicare la sottile linea d’ombra oltre cui si nasconde il mondo adulto portandoci dritti dentro qualcosa che probabilmente all’epoca non capivamo fino in fondo, ma che ha segnato per sempre la nostra storia di lettori.
Se è vero che la prima volta non si scorda mai, le “prime volte letterarie” non fanno certo eccezione: vi raccontiamo, oggi, i romanzi che ci hanno traghettato dentro i confini della letteratura, con il loro carico di affascinata, incomprensibile meraviglia.

Sopravvivere coi lupiTiziana Buda segnala:
Misha Defonseca, Sopravvivere coi lupi, Ponte Alle Grazie, 2008, 260 pagine.

Ho scelto questo libro, che sicuramente ha i suoi limiti, perché è stato il primo vero romanzo che ho letto. Avevo otto anni e per me il concetto di libro si esauriva nella lettura estemporanea dei Piccoli Brividi (pace alla loro memoria). Ovviamente è stato il titolo ad attrarre subito la mia attenzione: in esso ho riconosciuto la promessa di un’avventura che non ho potuto ignorare e successivamente ho imparato che un libro letto nel momento opportuno arricchisce la mente e lo spirito.

Immaginate una bambina di sette anni che all’uscita da scuola viene prelevata da una donna sconosciuta. Non vedrà più i suoi genitori, destinati, come molti ebrei in quel periodo, ai campi di concentramento. La piccola protagonista non si dà comunque per vinta e decide di attraversare un’Europa in guerra alla ricerca dei genitori. Lungo il suo cammino, sempre al riparo dei boschi, incontra un branco di lupi, che in breve tempo e grazie alla pazienza della bambina, la accoglie al suo interno, condividendo con lei cibo, affetto, sofferenza e libertà. Chiaramente ciò che all’epoca ha colpito la mia attenzione, al di là del resoconto cronologico degli avvenimenti storici legati al secondo conflitto mondiale, è stata la naturalezza con cui Mishke è stata capace di creare un legame con questi animali selvaggi. E, va da sé, la domanda che mi ha accompagnata durante la lettura di Sopravvivere coi lupi: chi sono le vere bestie (nel senso dispregiativo del termine)?

Nonostante le polemiche che ruotano attorno a questo romanzo sul fatto che non si tratta di una storia vera, ho ritenuto giusto portare rispetto a un libro che ha letteralmente segnato il mio destino di lettrice seriale. Ho davvero condiviso le paure, il dolore, la determinazione della protagonista, in viaggio dal Belgio all’Ucraina durante l’occupazione nazista, e ho ancora bene in mente il monito che ho riconosciuto tra le righe di questo racconto. In fondo l’uomo, il decantato animale razionale, ha ancora molto da imparare anche da un singolo lupo.

 

La fattoria degli animaliGiulia Cupani segnala
George Orwell, La fattoria degli animali, Mondadori, 2000, 140 pagine.

«A-n-i-m-a-l-f-a-r-m», scandivo a voce alta, una vita fa, mettendo insieme una dopo l’altra le lettere che vedevo impresse sulla copertina di uno strano libro che mia sorella leggeva, a scuola, nelle ore di inglese.

Animal Farm. Mi sembrava un titolo assolutamente assurdo, un titolo buono per uno di quei libretti cartonati da bambini – quelli con dentro le immagini delle verdure dell’orto o degli animali della foresta – non certo per una cosa seria, una cosa da grandi, che si studiava perfino a scuola. Qualcosa non mi tornava, in quella animal farm (mia sorella, intanto, non smetteva di correggermi: No, non è “Animal”. Si legge “Ènimol”. Ènimol farm. Nella mia mente,però, il titolo ormai si era cristallizzato nella forma sbagliata, e non c’era modo di cambiarlo), e sono certa che è stata proprio questa strana suggestione semi-analfabeta a convincermi, pochi anni dopo, ad aprire proprio quel libro, nel giorno del mio battesimo alla letteratura adulta.
Volevo scoprire, finalmente, che diavolo di storia c’era dietro quel titolo infantile, cosa succedeva a questi animali, perché quel libro era così pieno di implicazioni e di significati, così apparentemente innocente ma in realtà così esplosivo. E, in effetti, la storia dell’animal farm non mi ha deluso e mi ha traghettato, tranquillamente ma inesorabilmente, oltre i confini dei libri da bambini, con il suo carico di terrore sottile e di apparente leggerezza. Di quella lettura ricordo lo spavento, l’angoscia grande per l’irrefrenabile innescarsi – così chiaro, così lento ma così inesorabile – del meccanismo della sopraffazione e della violenza. Mi ricordo la sensazione terribile del vedere ogni ideale crollare, un centimetro alla volta, e mi ricordo la pena enorme per quello che era – ed è tuttora – il mio personaggio preferito dell’intero romanzo, ovvero il paziente, dolce, illuso Gondrano, portato al macello dopo una vita intera trascorsa a faticare per il bene della comunità, fino all’esaurimento di ogni forza, fino allo stremo, emblema scintillante dell’inutilità di ogni illusione.

Sicuramente la mia prima lettura di quel romanzo è stata ingenua, incompleta, ignorante. Sicuramente mi mancavano i mezzi per comprendere i riferimenti storici, il senso politico e sociale di quella storia, sicuramente non ho capito molte cose, e molte altre le ho travisate per colpa di una miopia incolpevole, dovuta solo all’ignoranza e alla mancanza di esperienza. Nonostante questo, però, quella lettura rimane, per me, l’emblema della perdita dell’innocenza letteraria. Nelle pagine di quella storia strana, limpida, tristissima, il mondo intero trovava posto, e la letteratura diventava un mezzo per scoprire le cose, per ascoltare il racconto di una storia in cui tutto rimandava altro, in cui il fuoco si spostava sempre un po’ più in là.
Nell’animal farm, tutto era vero, intenso, fortissimo. Tutto era inesorabile, tagliente, definitivo: tutto era, una volta per sempre, adulto.

 

9788841869659_LAnnalisa Scarpa segnala
Frances H. Burnett, Il Piccolo Lord, De Agostini, 2010, 201 pagine.

Arriva un giorno che, dopo aver tentennato e incespicato per comporre sillabe in unità sensate e solo vagamente significative, arriva un giorno che, finalmente, cominci a leggere. Prima le pagine di un quaderno, poi quelle di un’antologia e, infine anche un vero libro. Non il più bello, non quello che ricorderai tutta la vita e senz’altro non il tuo preferito. Ma è un libro vero, tutto intero, letto tutto da sola, tutto per te, tutto tra te e te. Probabilmente (a posteriori ne potrai essere certa, certissima), rispecchia i gusti di tua madre e, probabilmente, raggiunta l’età della ragione non leggerai mai più cose nemmeno vagamente simili. Probabilmente non stai sfuggendo al fatale sbaglio di considerarlo un libro “da grandi” solo perché il totale delle sue pagine supera, tenetevi forte, il centinaio. Ma intanto l’hai letto tutto, da sola: è il tuo ingresso ufficiale nel mondo dei lettori, e io ci sono entrata a braccetto nientemeno che con il Piccolo Lord Fauntleroy.

Biondissimo, buonissimo, bellissimo. Un principe delle favole, senza mai un pensiero cattivo o malizioso, ispira solo bontà e simpatia in tutti quelli che lo conoscono. Non è mai geloso di niente e nessuno, mai triste (a meno che gli altri non stiano male) mai inquieto (a meno che una grave ingiustizia non stia affliggendo qualcuno dei suoi amici), mai turbato (a meno che non si tratti della mamma, “Tesoro”). Le prime pagine, a rileggerlo oggi, mi sembrano sufficientemente stucchevoli da tentarmi a rinunciare, chi potrebbe darmi torto? Ma se ci sono riuscita a 7 (8?) anni, con un’edizione perfino più brutta di quella che ho in mano oggi, se ce l’ho fatta una volta, non potrò riuscirci di nuovo? Va a finire che questo benedetto bambino tutto amore e altruismo mi riconquista: voglio sapere fino a che punto la sua bontà sarà in grado di fare miracoli, di cambiare il mondo e di renderlo un posto migliore. Non ci posso credere: tutti, dalla servitù ai fittavoli, dalle dame ai parenti, tutti lo adorano. Lo adora perfino il burbero nonno gottoso. Quando un avido concorrente sembra farsi vivo a turbare l’ormai già sicura felicità generale ho totalmente ceduto al fascino del piccolo Cedric: faccio il tifo per lui, anzi, sono certa che, così buono e generoso com’è, non potrà che andargli tutto bene come si merita, alla fine.

Insomma, il primo libro “da grandi” sembrava un romanzo (e parlava di politica in più d’un passaggio, anche, ma questo allora non l’avevo notato), sembrava un romanzo ma era una favola. Forse non l’opera migliore di Frances H. Burnett – infatti se ve la ricordate è per Il Giardino Segreto, non per Il Piccolo Lord – ma forse è anche un po’ colpa sua e di quella irripetibile prima volta se ancora oggi, di tanto in tanto, anche io cedo al piacere di un lieto fine così inverosimile.

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