Banksy Napoli Santa Teresa dopo

C’è che dalla sera alla mattina puoi scoprire che il muro del palazzo dall’altra parte della strada è diventato un’opera d’arte. Un manifesto anticonsumista. Un distillato di critica sociale. Un’immagine archetipica attuale che ti racconta il mondo in un colpo d’occhio, un po’ sorprendendoti e, in una certa misura, divertendoti. C’è che la mattina ti alzi per andare al lavoro, prendere l’autobus o il caffé e succede questo. Ti trovi catapultato in un museo, che è la strada, che è il mondo stesso. Con la gente ingrigita ma incuriosita che mentre cammina fissa quello strano murales sorto d’incanto dall’oggi al domani. Immagini che sono icone di quello che siamo. E questo è in sostanza Banksy.

Di cose da dire sul suo conto ce ne sarebbero a bizzeffe (Banksy Wikipedia in inglese , Banksy Wikipedia in italiano, Banksy Sito Ufficiale) ma chi conosce quest’artista, il più seguito e nello stesso sfuggente del panorama contemporaneo, un estremo paradosso nell’era della comunicazione e della visibilità, sa cosa significa partecipare alle sue opere. E cioè contribuire ad un romanzo, una storia attraverso la contemplazione di istantanee. Stencil che compaiono sui muri di Europa, America, Asia senza preavviso, senza che nessuno sia riuscito a vedere niente. Rappresentazioni folgoranti che raccontano il mondo, la società, i sogni della gente. Una forma della Street Art tra le più genuine, intuitive, popolari ma nello stesso tempo più commerciali e commerciabili. Quindi non solo l’intervento di un genio sconosciuto ed inafferrabile come un eroe dei fumetti (la sua identità è tuttora avvolta nel mistero, anche se le leggende si rincorrono sul web) ma un fenomeno artistico e comunicativo di portata globale.

Ora la notizia è questa: un’opera di Bansky è stata coperta da un murales (di discutibile valore). Il fatto avviene in Italia, a Napoli. L’opera in questione ritraeva la Santa Teresa del Bernini con in grembo Coca-cola, patatine e panino McDonald. Raffigurazione di un’estasi consumistica più che mistica: di qui l’evidente provocazione. La notizia, che ha già fatto il giro del mondo, è però un’altra: l’opera poteva valere intorno ai centomila dollari.

Ora il quadro si fa completo. C’è che dalla sera alla mattina puoi scoprire che il muro del palazzo dall’altra parte della strada è diventato un’opera d’arte che vale centinaia di migliaia di dollari. Magari il retro di casa tua, la serranda del tuo garage, il vicolo dove la gente va a pisciare tra un happy hour e l’altro. I meccanismi oscuri ed intelligibili del mercato dell’arte dirà qualcuno. No. In realtà la faccenda ha poco a che vedere con la Borsa e molto con il mondo della comunicazione. Perché in questo caso l’opera d’arte, messaggio più che un oggetto tangibile, è testimonianza, contemplazione estemporanea che sottende, in secondo luogo, una riflessione di portata massimale. Si tratta di stimoli, input che disseminati tra le giungle urbane di questo nostro mondo selvaggio compongono un mosaico puntiforme. Una storia, appunto, un megaromanzo nel quale noi tutti siamo protagonisti. Ecco spiegato il fenomeno di portata globale. Il valore economico delle opere che di sfregio in sfregio hanno pure l’intrinseca abilità di crescere di valore è solo la legittima conseguenza dell’instaurazione dell’ennesimo status symbol. Ecco perché la notizia di Napoli in un certo senso ha tutto il sapore della conclusione di una parabola: la Street Art che dal ghetto arriva al tg nazionale passando per qualsiasi tipo di pubblicazione, dal catalogo del Moma al rotocalco gossipparo inglese, viene oggigiorno sfregiata perché intesa come “monumento”, simbolo, autorità da oltraggiare. Un vilipendio firmato da chi? Dalle autorità (com’è avvenuto invece con le opere di Blu, altro fantastico artista nostrano) contro le quali la guerrilla-art è apertamente schierata? No, dalla strada. Luogo materno, culla grigia di cemento, asfalto e degrado dove tutto ebbe inizio.
Gli spunti di riflessione sono quindi, a ben vedere, molteplici e caotici.

Si può parlare in questo caso di vandalismo? O piuttosto di contro-arte militante? O più semplicemente di ignoranza, imperizia, stupidità? Oppure è Banksy ad essere lo stronzo ad aver reso impudentemente ed imprudentemente il mondo un museo, ogni muro una possibile tela, ed aver reso la Street Art antologia intoccabile violando uno dei suoi principali precetti deontologici: la transitorietà? E se fosse stato Banksy stesso l’idiota/provocatore ad aver coperto l’opera con un murales dozzinale (poco probabile) in nome di una ritorsione artistica sadomasochista? È giusto considerare questo anonimo oltraggio solamente il gesto di un mitomane in cerca di visibilità o piuttosto la riappropriazione, più o meno legittima, della strada nei confronti di un fenomeno che le apparteneva ma che le è sfuggito di mano?
E in questo caso può essere considerata questa la morte della guerrilla-art considerando che dalla sovversione artistico-ludica e dalla critica sociale in distillato si è passati all’indignazione plebiscitaria su mezzo stampa o in rete in quanto l’opera vilipesa possedeva non solo una firma eccellente ma un valore di ben centomila dollari?
Ed è solamente un caso che tutto ciò sia accaduto in Italia?…
Forse la genialità di Banksy consiste anche in questo: creare controeventi emancipati dal mero atto artistico. Leggi anche previsione di fatti come questi. Forse lo scorno subito fa tutto parte del medesimo ente artistico, snodo narrativo della stessa storia, elemento rocambolesco di quel romanzo nel quale, nel bene o nel male, siamo tutti coinvolti.

 

2 commenti a “ La strada si è mangiata il Banksy ”

  1. è la conseguenza del mondo post post moderno in cui viviamo, in cui a venezia si usa la testa di pietra simbolo della città per rompere una vetrina, in cui la cultura viene smerdata su italia uno (la pupa e il secchione) e su rai due (l’isola dei famosi e il programma del figlio dei Pooh sul migliore italiano di sempre) e allo stesso tempo tutti vanno a teatro o al cinema o alle mostre e si fanno fiere letterarie e festival eccetera e Dante ce lo spiega un comico e il romanzo più venduto in germania nel 2009 è stato scritto facendo copia incolla da vari blog.
    è come se Duchamp (o era Man Ray?) i baffetti alla Gioconda li avesse fatti scarabocchiando la Gioconda originale del Louvre, ma del resto chi la fa l’aspetti e il rischio dell’arte da strada è che qualcuno ci scarabocchi sopra come l’altro ha “scarabocchiato” magari il portone di qualcuno.
    Comunque secondo me bisogna creare degli spazi apposta per i writers… adesso mi verrebbe in mente il paragone tra i writers e gli zingari (stile di vita incompatibile con la vita sociale comunitaria) ma forse è troppo…

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  2. Alberto

    Alberto

    no, le riserve per i writers assolutamente no. l’arte si è già emancipata da mostre e musei, figuriamoci gli zoo… poi nel caso di banksy, svegliarsi la mattina con il muro di casa tua “imbrattato” di una sua opera significa vincere all’enalotto! la mia impressione è che qualunque siano state le motivazioni del gesto, banksy ha sempre ragione. la sua anonimia, la sua non rivendicazione proprietaria tacitamente consente e forse anche provoca gesti come questi. la cosa rilevante è che il mercato si è impossessato anche di una forma d’arte come la street-guerrilla art (come può uno stencil valere 100000 dollari?!!), quindi potenzialmente niente può evadere dalle logiche della speculazione. ed ecco servito il vilipendio dell’ennesimo simbolo. il problema è appunto determinare quale: il mercato che fa propria ogni forma d’arte persino la più sovversiva o l’arte sovversiva che diviene mercato? seghe mentali inutili poiché la verità è probabilmente più puerile: un ignorante ha scritto sopra un disegno come un altro. un atto dettato dalla buona fede dell’inconsapevolezza. allora è giusto dire che la strada si è riappropriata di ciò che è/era suo nel modo più naturale possibile senza la reale intenzione di compiere un gesto di ritorsione.

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