La Vita di Adele Movie Review

Palma d’oro a Cannes 2013, osannato e condannato, cos’è veramente La vita di Adele di Abdellatif Kechiche? Un filmettino rosa voyeuristico e pruriginoso? Direi di no: l’ultima fatica del regista franco-tunisino va oltre al racconto epidermico di una storia d’amore, per diventare un’imponente e analitico spaccato sulla condizione umana, in tutto il suo splendore e in tutta la sua tragedia, un’umanità che aspira all’infinito, ma che può solo illudersi di sfiorarlo.

La vita di Adele racconta esattamente ciò che dice il suo titolo: la vita di una donna, Adele (Adèle Exarchopoulos).
Il film narra la sua storia in modo nitido ed analitico, calandosi totalmente nel punto di vista della protagonista e raccontando gli aspetti più significativi della sua vita, dai tormenti adolescenziali, ai primi confusi contatti con il sesso, fino al fatidico incontro con Emma (Léa Seydoux), alla relazione che ne nascerà e alla sua tragica conclusione.

Ultima fatica del regista franco-tunisino Abdellatif Kechiche e Palma d’oro a Cannes 2013, La vita di Adele ha sollevato un grandissimo dibattito, spaccando letteralmente a metà la critica, tra chi lo osanna come un capolavoro a chi lo etichetta come un paraculato e frivolo film voyeuristico.

Credo che questi pareri divergenti derivino dall’irrisolutezza e controversia del film. La vita di Adele è come uno specchio infranto, composto da una serie di elementi sparsi, narrativi e stilistici, stranamente accostati tra loro. Davanti a ciò si può reagire in tre modi: o non si vede alcun disegno sottostante raccordante i vari frammenti, motivo per cui il film apparirà come un’epidermica descrizione di una storia d’amore, che potrà o piacere per la sua aderenza realistica, o disgustare per il suo voyeurismo e frivolezza; oppure si può cercare di trovare un filo rosso e da questo tentare di ricomporre il lungometraggio.

Quest’ultima opzione sarà quella che tenterò, senza alcuna pretesa di assolutezza o di completezza, ma cercando semplicemente di dare un mio punto di vista su questo complesso e controverso lungometraggio.

Perché il film sembra uno specchio infranto?

In primis per le scelte stilistiche di Kechiche. Il film è interamente retto su una miriade di inquadrature strettissime (tanto primi e primissimi piani, quanto dettagli e particolari) raccordate in un montaggio accelerato. Queste inquadrature scansionano ogni singolo anfratto fisico ed emotivo della vita di Adele, non trascurando nulla e soffermandosi su particolari e dettagli all’apparenza inutili. E’ come se si stesse sfogliando ad immane velocità un album fotografico composto esclusivamente da istantanee.
Questa ossessione descrittiva, questa volontà di riportare ogni particolare, allunga a dismisura alcune sequenze (basti pensare alla prima scena di sesso tra Emma e Adele che durerà 15 min.) e infine la durata stessa del film che arriva a toccare le tre ore.

Contrariamente al carattere analitico della regia, la sceneggiatura è invece, fortemente ellittica. Viene narrato solo ciò che tocca più direttamente Adele, ciò che è più importante per lei e quindi soprattutto il suo amore per Emma. Il resto, che non rientra in questa sfera di importanza, viene omesso, come per esempio tutte le riflessioni legate alla tematica dell’amore omosessuale che verranno, per l’appunto, a mala pena accennate.

Inoltre vi è anche qualche piccola forzatura: determinati sviluppi narrativi sembrano seguire i cliché del genere romantico, come il classico colpo di fulmine, la perfetta complicità a livello fisico o il tradimento per noia, elementi che sembrano contraddire l’apparente realismo delle scelte stilistiche.

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Così posto, il quadro prefigurato da La vita di Adele è indubbiamente controverso. A questo punto non è difficile capire perché in molti hanno tacciato il film di superficialità: è facile credere che alla base del film non vi sia alcuna precisa volontà espressiva e che Kechiche non abbia fatto altro che sbrodolarsi raccontando con voyeuristica ossessione tutti i più pruriginosi dettagli di una storia d’amore omosessuale, rifiutando sistematicamente di approfondire e sviluppare il tema trattato per puntare ad un più facile ed immediato coinvolgimento.

Ma, personalmente, credo che La vita di Adele sia molto di più che un involuto epigone della nouvelle vague e penso che le scelte filmiche di Kechiche siano frutto di una precisa volontà espressiva.

Nella sua recensione al film pubblicata sul blog Le parole e le cose, Pietro Bianchi afferma che il punto di vista scelto da Kechiche per raccontare la vicenda sia il punto di vista di un innamorato. Cosa a mio avviso giustissima. Raccontando solo ciò che è più importante per Adele, appare evidente come il punto di vista scelto da Kechiche sia quello della giovane donna ed essendo Adele follemente innamorata di Emma, il punto di vista di Kechiche sarà proprio quello di una donna innamorata. E cos’è una delle caratteristiche tipiche dell’innamoramento? Che il mondo attorno all’oggetto del proprio amore comincia a sfumare a perdere di consistenza ed importanza, perché tutta l’attenzione si focalizza sull’amato.

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Credo che questa considerazione sia il necessario punto di partenza per cercare di capire dove Kechiche volesse andare a parare con La vita di Adele. Infatti questa puntualizzazione permette un primo raccordo di senso tra il carattere analitico della regia e quello ellittico della sceneggiatura: il regista, scegliendo il punto di vista innamorato di Adele, narra la storia come se fosse lei e ciò permette di comprendere la scelta di Kechiche di focalizzarsi quasi esclusivamente sull’amore tra le due donne, senza entrare in contraddizione con la particolareggiata descrittività della regia.

Questa scelta espressiva incrementa al massimo il coinvolgimento generato dal film. Kechiche trascina lo spettatore dentro il corpo e il cuore di Adele, gli fa vivere le sue emozioni e i suoi sentimenti, quando la protagonista è arrabbiata si è arrabbiati con lei, quanto è eccitata lo si è con lei, quando soffre, si soffre con lei.
Ma questo coinvolgimento non è il punto d’arrivo del regista, calare lo spettatore così a fondo all’interno di Adele non è solo funzionale a stimolare facili emozioni, a stuzzicare la lacrima o l’erezione, quanto a veicolare più efficacemente una precisa idea sull’amore e sull’uomo che lo vive. Queste scelte espressive, infatti, servono a veicolare nel modo più vivido ed immediato un’idea di amore come di un sentimento assolutizzante e totalizzante, ma nel contempo sfuggevole e fisiologicamente limitato.

La chiave di volta del film risiede proprio nell’ossessivo e disperato tentativo di Adele di portare avanti una relazione che sembrava perfetta, ma che non lo può essere; nella tensione disperata tra un desiderio di un amore ideale e infinito e la sua connaturata finitezza ed effimeratezza.

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Kechiche crea tutti gli elementi dell’incontro amoroso ideale con tutti gli stereotipi del caso: il colpo di fulmine, l’ossessività del pensiero e la perfetta complicità dei corpi, basti notare come, nella prima parte del film, la figura di Adele e di Emma siano fisicamente complementari, se non perfino chiasmatiche: Adele morbida e femminile, Emma spigolosa e androgina, Adele con capelli e occhi castani e vestita di blu/azzurro, Emma con capelli e occhi azzuri e vestita di scuro.

Ma anche una condizione così perfetta non può durare e sarà destinata a finire. I primi segni si vedono nel diverso status sociale e culturale delle famiglie delle due ragazze: aperta e culturalmente elevata quella di Emma, bigotta e ignorante quella di Adele. Questa differenza poi si ripercuoterà sulle due donne, dando vita a due persone molto diverse con prospettive e sogni contrapposti: Adele si accontenterà di un modesto impiego come insegnante, mentre Emma sognerà di diventare una grande artista.

Il momento di svolta sarà proprio quando Kechiche passerà a raccontare la convivenza delle due donne, mettendo in risalto, non a caso, i capelli di Emma, ora biondi, non più azzurri: è evidente che qualcosa nella sintonia precedente si è rotta, quella perfetta complicità non è più possibile. La scena successiva del vernissage della mostra di Emma, con Adele che si aggira tra gli invitati completamente spaesata, sottolinea ancor più come i mondi delle due donne siano ormai due entità inconciliabili.
La situazione poi precipiterà con gelosie reciproche, la solitudine di Adele e i suoi tradimenti che sfoceranno nella rottura della loro relazione e Adele smarrita che cercherà in ogni modo di recuperare il rapporto con Emma ormai definitivamente perduto.

Alla base di questo desiderio frustrato di un amore infinito vi è l’involuzione frivola e superficiale della nostra società? No, alla base vi è la natura stessa dell’esistenza e dell’uomo. L’amore tra Adele e Emma muore non perché castrato dalla società (ed ecco un altro motivo per cui il contesto sociale attorno alle due amate viene toccato solo di sfuggita), ma perché fisiologicamente non può durare.

Anche dove sembrano esserci le condizioni ideali perché si crei un sentimento perfetto ed assoluto vi è sempre qualcosa di molto terreno e di molto imperfetto che impedisce la complicità ideale, come, per l’appunto, la sciocchezza di un tradimento fatto per noia.

 

L’amore totale ricercato da Adele diventa emblema dell’infinito e dell’assoluto continuamente ricercato dall’umanità, ma che non può essere raggiunto proprio per la limitatezza e finitezza dell’uomo stesso.

Le mani e lo sguardo di Adele ci dicono esattamente questo. Si ha sempre l’impressione che qualcosa le machi e che sia in costante ricerca per colmare tale vuoto. Adele è animata da una profonda ansia di assoluto e di completezza che non potrà mai essere appagata, nemmeno da Emma.

Su tutto il film aleggia un profondo fatalismo, un fatalismo naturale che non ha nulla di trascendente o religioso. Ciò che detta il comportamento delle due donne è la precaria ed effimera essenza della natura umana, la sua fisiologia e tutto l’insieme dei suoi impulsi, un insieme di leggi naturali alle quali non ci si può sottrarre.
Adele tenta di scardinare tale meccanismo, di svuotare queste leggi sforzandosi di vedere in Emma l’assoluto, ma questo tentativo non può che essere fallimentare, proprio perché non esiste un assoluto quando si parla di umanità.

Cercare di sottrarsi a queste leggi significa negare la propria natura, che è la vita stessa e, quindi, le conseguenze non potranno che essere terribili e rasentare la morte: smarrimento, disorientamento, essere fuori fase, il non riuscire a vivere appieno la propria vita che si vede progressivamente scivolare tra le dita.
Adele cerca di fermare l’effimero per renderlo eterno, ma finisce per fermarsi lei mentre la sua esistenza le scappa di mano. Dopo la rottura con Emma la troviamo esattamente così: vuota, spenta, incapace di avere una relazione, smarrita perché aveva investito tutta se stessa in una chimera ed ora non ha più niente tranne il suo lavoro.

Questo fatalismo non significa, però, nichilismo. In fondo la bellezza sconvolgente della natura umana sta proprio nel contrasto tra l’immensità del suo pensiero e la finitezza e precarietà della sua carne. L’uomo, anche se non può cogliere l’assoluto, può illudersi d’essere riuscito a sfiorarlo, anche se solo per un istante, anche se solo per uno sguardo, e questo può ripagare di tutto.

Queste considerazioni permettono di comprendere ancora meglio le scelte stilistiche e narrative operate dal regista.
In primis la frammentarietà e istantaneità delle inquadrature diviene perfetta espressione non solo dell’incapacità dell’uomo di poter cogliere un disegno omnicomprensivo ed assoluto che ricomponga il reale, ma anche della sua finitezza e precarietà che rende impossibile una comprensione che vada al di là della mera epidermide delle cose (ammesso che ci sia un qualcosa oltre).

L’ossessività con cui vengono reiterati determinati gesti o con cui si descrivono determinati particolari diventa invece espressione dell’ossessivo tentativo continuamente frustrato di trovare qualcosa di più, di totale, di assoluto.

Le inquadrature di Kechiche sono esattamente come una lunga serie di sguardi, tragicamente piccoli e parziali, ma voracemente curiosi e tenacemente alla ricerca di qualcosa di più.

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Il realismo parziale del film e le forzature stereotipiche possono invece venir giustificate proprio come licenze poetiche tese a traslare su di un piano più chiaramente universale la vicenda narrata, svincolandola dalla contingenza di una comune storia d’amore e ponendola su di un piano più generale che riflette sull’umanità tutta.

Anche se non condivido del tutto le conclusione che ne ha tratto, trovo molto stimolante il paragone fatto da Goffredo Fofi tra i film di Kechiche e i romanzi positivisti dell‘800. In fondo, La vita di Adele è veramente come un monumentale romanzo naturalista, sia per l’essere un racconto analitico della natura e della fisiologia di una donna e del fatalismo che anima la sua esistenza, quanto per il suo autore, Kechiche, che sparisce all’interno della sua protagonista, tanto da far sembrare che sia lei stessa a sviluppare il lungometraggio.

Attraverso la storia del caso umano di Adele e svincolato da ogni giudizio o opinione extra-diegetica, il film diventa un’imponente e analitica descrizione della condizione umana, in tutto il suo splendore e in tutta la sua tragedia, un’umanità che aspira all’infinito, ma che può solo illudersi di sfiorarlo.

2 commenti a “ La vita di Adele [MOVIE REVIEW] ”

  1. Walter Barberi

    Walter Barberi

    Complimenti. Ho visto il film e l’ho apprezzato molto, mi ha lasciato un’emozione molto intensa, ma non riuscivo a mettere in ordine tutte le riflessioni; con questo articolo ora è tutto molto più chiaro per me e credo che sia la vera chiave di volta per comprendere appieno l’arte che sta alla base di questo film.

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