Chuck Palahniuk

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Il mondo è tutto ciò che accade.
WITTGENSTEIN

L’uomo è sulla cinquantina, ha i tratti vagamente slavi e il fisico ipertrofico degli steroidi americani. Di sua madre c’è niente da dire. Suo padre, invece, da sotto un letto ha visto il proprio ammazzare la moglie e suicidarsi. Anch’egli ora è morto, ammazzato assieme alla nuova compagna dall’ex partner di questa. L’uomo ha passato la vita tra centri di recupero per ogni tipo di dipendenza, gruppi di supporto, cliniche ospedaliere e fiere librarie. Ha scritto romanzi e ispirato film.

Queste poche righe, che facilmente si potrebbero scambiare per la sinossi di uno dei romanzi di Charles Michael “Chuck” Palahniuk, tracciano, invece, alcune tappe decisive della sua vita. Classe ’62, nasce nello stato di Washington, negli USA, e passa la sua infanzia prima in una casa mobile e poi dai nonni materni, dopo il divorzio dei genitori. Consegue la laurea in giornalismo ma non svolge la professione per dedicarsi al volontariato e all’associazionismo. Superati i trent’anni, la svolta: dopo la partecipazione a un laboratorio di scrittura, comincia a dedicarsi alla narrativa e, in breve, diventa un caso letterario con la pubblicazione di Fight Club [1] nel ’96 e l’uscita, tre anni dopo, dell’omonimo film diretto da Fincher. Nella raccolta di saggi, articoli e interviste La scimmia pensa, la scimmia fa [2], Palahniuk dedica un capitolo a questa esperienza: ne risulta il racconto divertente e grottesco di un uomo affascinato e allo stesso tempo intimorito da Hollywood, della sua infezione alla testa rasata e di un sogno che la realtà ha trasfigurato:

«Per tutti quegli anni non fai altro che scrivere. Stai seduto al buio e dici: un giorno. Un contratto. Una foto per la quarta di copertina. Un tour promozionale. Un film a Hollywood. E un giorno ottieni tutto questo, e non è come ti eri immaginato. […] Ecco perché scrivo, perché la vita non funziona se non con il senno di poi. E scrivere ti permette di riguardare al passato. Perché se non riesci a dominare la tua vita, almeno puoi dominare la tua versione.)» [3]

Questa è la risposta ai suoi detrattori – che lo accusano di volgarità e violenza gratuite, di cattivo gusto e dissacrazione della società – ma anche ai sostenitori della sua opera, spesso ridotta a semplice trama d’effetto. In Italia Palahniuk è stato spesso accostato al movimento dei Cannibali degli anni Novanta (Ammaniti, Brizzi, Scarpa) e, ricondotto a DeLillo per lo stile, gli si è affibbiata l’etichetta di ‘nichilista’. Certamente è vero che i suoi scritti offrono la visione di una società volgare e irrimediabilmente coinvolta in un vortice discendente di corruzione e depravazione. La lettura delle sue storie è accompagnata da sensazioni nauseanti che coinvolgono, senza esclusione, tutti i sensi: visioni di cancrene, sangue e viscere; puzzo di urina e sudore; suoni di orgasmi e lamenti; carni nude e ferite di membri maschili e vagine di pornostar. Tutto accompagnato dal gusto alcolico di rigetti gastrici. Ma Palahniuk rigetta la pretesa di quella parte della critica che lo ritiene incapace di staccarsi da una visione nichilista della società, preferendo spiegazioni più logiche e realistiche: la genesi dei suoi racconti procede dall’osservazione quasi giornalistica della realtà, dei suoi amici, della gente incontrata per caso o cercata nelle sedute e negli americanissimi gruppi di supporto. Ascoltare storie e riscriverle, in una ciclica alternanza tra scrittura e vita: questo il lavoro dello scrittore di Portland:

«Telefoni erotici, gruppi di sostegno alle malattie, gruppi di recupero in dodici fasi, sono tutte scuole dove si impara a raccontare una storia in maniera efficace. Ad alta voce. Alla gente. Non solo cercando idee, ma imparando a esporle [4].

Si prenda ad esempio la sua opera per molti aspetti più complessa e riuscita: Cavie [5]. Si tratta di una raccolta di racconti incorniciati dal paradossale scenario di una villa vagamente gotica nella quale una ventina di personaggi si esiliano in cerca di confronto e ispirazione dopo aver risposto all’annuncio «Ritiro per scrittori: abbandona la tua vita per tre mesi». A turno, ciascuno racconta una storia, la propria storia, mentre la casa diventa teatro di situazioni atrocemente ai limiti dell’umano e le dita di mani e piedi razione quotidiana di cibo in un colossale delirio di vanagloria.

Incontriamo, allora, uomini del calibro di San Vuotabudella (Saint Gut-Free), costretto a mangiare di continuo a causa dell’asportazione di qualche metro di budella dopo che, durante il suo collaudato metodo di masturbazione sul fondo della piscina con l’ano sulla pompa di riciclo dell’acqua, l’eccessivo flusso ha risucchiato buona parte delle interiora all’esterno dell’estremo orifizio. Oppure Lady Barbona (Lady Baglady) che, vittima della noia borghese si finge accattona assieme al partner. C’è, poi, Madre Natura (Mother Nature): un residuato hippie, esperta in massaggi, riflessologia e terapie omeopatiche che, attraverso semplici pressioni alla pianta dei piedi o al tallone, è in grado di provocare orgasmi così intensi da condurre alla morte.

La lista potrebbe continuare – e si possono aggiungere i membri del Fight Club o i sessuomani di Soffocare, per non parlare dei personaggi dei romanzi dell’orrore (Ninna Nanna, Diary, Rabbia) e degli straordinari partecipanti del record video-pornografico di Gang Bang [6] – ma a nulla servirebbe se non si cogliesse l’origine di ciascuno, lo spermatozoo reale che feconda l’ovulo creativo del narratore:

«Il giornalista va alla ricerca di una storia. Il narratore se la immagina. La cosa buffa è che vi stupirebbe scoprire quanto tempo un narratore trascorra con gli altri per creare quella singola voce solitaria. Quel mondo apparentemente isolato. È difficile definire uno qualsiasi dei miei romanzi una mera “invenzione narrativa”» [7].

Per approfondire ulteriormente questo aspetto, basta sfogliare il già citato La scimmia pensa, la scimmia fa e osservarne i protagonisti. Tutti presi nella quotidianità delle proprie vite o nell’eccezionalità rituale di occorrenze ed eventi, sono uomini e donne occidentali che, privati della patina moraleggiante o sognatrice della narrativa ‘mocciana’, spogliati degli ‘abiti della domenica’, mostrano i nei e le cicatrici della loro pelle umana. Emergono ritratti di anonimi figuri dell’entroterra statunitense che costruiscono torri, merli e fossati per improbabili castelli medievali immersi nel nulla e sventolano stendardi di gusto discutibile (Professioni di fede in pietra, p. 84). Basta spostarsi nel Montana per assistere al Festival del Testicolo (p. 21) e confondersi nella folla di bifolchi che incitano la fellatio di ragazzine indemoniate che mangiano testicoli di toro dal sedile posteriore delle moto dei loro uomini e, finita la festa, «si descrivono come “due semplici ragazze normali di White Fish, con un normale lavoro eccetera”» [8]. In una minuscola cittadina dello stato di Washington, invece, il divertimento è assicurato dal demolition derby delle mietitrebbie in cui i mostruosi mezzi agricoli, bardati di tutto punto con fiamme, stelle e strisce, si scontrano nell’arena fino all’ultimo bullone o all’ultimo osso del conducente (Demolizione, p. 60). Il capitolo Carne in scatola (p. 127), poi, conduce il lettore a bordo di un sottomarino militare e avverte dell’ordine del Governo di non accennare alla pratica del sesso anale tra colleghi a bordo.

Nella prefazione al volume l’autore motiva la propria scrittura con la necessità di stare tra la gente, di sottrarsi all’inevitabile solitudine dello scrittore. E lo stesso vale per i personaggi delle proprie fiction o per quelli incontrati nella realtà: «La gente – osserva a proposito del successo di Fight Clubha sete di scoprire nuovi modi per incontrarsi» [9]. Riferendosi, più avanti, allo stesso romanzo, confessa: «Alcune parti di Fight Club sono verissime, da sempre. Più che un romanzo è un’antologia delle vite dei miei amici. […] Ma adesso quella minima parte che era di fantasia sta diventando realtà» [10]. Dopo la pubblicazione del romanzo e l’uscita del film, infatti, un numero straordinario di persone cercava i fight club nelle varie città, e molti raccontavano di avervi preso parte.

La letteratura contemporanea è una libreria di testi che oscillano tra l’immaginazione stereotipata della nuova epica fantasy e fantascientifica e un arcipelago di tentativi di riproduzione della realtà: da quella onirica ed evocativa di Murakami Haruki a quella intellettuale, memoriale o religiosamente laica di Philip Roth. Al centro stanno tutti quegli oggetti narrativi che riempiono gli scaffali delle librerie pur senza saper bene in quale piano collocarsi. Di questo luogo Chuck Palahniuk è il pavimento. È contemporaneamente il voyeur che sbircia sotto le gonne delle studentesse e il luogo su cui merda, polvere e sputi si raccolgono prima di essere spazzati. La sua scrittura può risultare sgradevole e unta, oppure povera e poco aggraziata, i suoi racconti possono essere letti come esempi di pura depravazione, le sue storie come irrisolti problemi d’infanzia. Ma la verità è che siamo tutti Cavie, che la vita è una Gang Bang e la soluzione è combattere in un Fight Club o Soffocare.

NOTE:

1. Chuck Palahniuk, Fight Club (1996), trad. it. Fight Club, Mondadori, Milano 2003
2. Id., Stranger Than Fiction: True Stories (2004), trad. it. La scimmia pensa, la scimmia fa, Mondadori, Milano 2006
3. Ivi, p. 239
4. Ivi, p. 15
5. Chuck Palahniuk, Haunted (2005), trad. it. Cavie, Mondadori, Milano 2005
6. Tutti editi in Italia da Mondadori: Soffocare (Choke, 2001), Ninna Nanna (Lullaby, 2002), Diary (2003), Rabbia (Rant: An Oral Biography of Buster Casey, 2007), Gang Bang (Snuff, 2008)
7. Chuck Palahniuk, La scimmia pensa, la scimmia fa, p. 11
8. Ivi, p. 25
9. Ivi, p. 12
10. Ivi, p. 262

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