Avete presente la sensazione che si prova nel sentire un’intervista ai membri di una band anni ’70? Non una di quelle ancora sulla cresta dell’onda ma una che ha fatto il suo tempo e che ai tempi era cazzutissima? Allora potrete capire cosa ho provato io – giovedì 15 novembre, durante una delle conferenze inserite nel calendario di Augmented Place – mentre ascoltavo Ettore Pasculli e Tullio Brunone, due dei quattro componenti storici del Laboratorio di Comunicazione Militante: dapprima un senso di noia e commemorazione, poi fascinazione nostalgica e ammirazione per chi ha saputo precorrere i tempi restando perfettamente coerente col proprio. Il gruppo (non erano presenti Paolo Rosa e Giovanni Columbu) è stato presentato da Angela Madesani, curatrice del volume LCM – Armamentari d’arte e comunicazione (Dalai, Milano 2012).

Benché i quattro si conoscessero dai tempi del liceo e avessero già esperienze artistiche (notate anche da Mario de Micheli), il Laboratorio è nato ufficialmente nel 1976, nel clima politico e sociale che tutti conosciamo bene, per quanto – e sto parlando a quelli della mia generazione – tramandato da cinema, musica, tv e giornali. Sottolineo questo aspetto perché al centro del lavoro del LCM si poneva proprio la questione della comunicazione e dell’informazione: in tempi assolutamente precoci, per l’Italia che aveva vissuto il boom economico, il laboratorio si interrogava sulle dinamiche della comunicazione, demistificando il carattere di quella ufficiale e proponendo il coinvolgimento del pubblico nella creazione del fatto artistico.
Di lì a poco, quel periodo complesso che era stato il periodo della contestazione, del grande sogno del cambiamento, sarebbe finito. Come sottolinea Angela Madesani:

Loro hanno capito, con grande anticipo e con grande intelligenza mediatica, quelli che erano i meccanismi malsani e, in fondo, bugiardi della comunicazione.

Sono gli anni che sfoceranno negli Ottanta e, con maggiore evidenza, nei Novanta che rappresentano il trionfo di un certo tipo di comunicazione. Parafrasando: da Reagan a Berlusconi.

A differenza dei tanti collettivi artistici a quello contemporanei, però, la ricerca del laboratorio non ha ruotato intorno a un asse politico – e, più spesso, partitico – fin troppo circostanziato ai tempi che correvano ma è riuscita ad andare al di là del proprio momento storico interrogando le dinamiche di un sistema che si stava sempre più affermando. Anzi, scontrandosi direttamente con la politica istituzionale e con i gruppi militanti (più volte, durante la conversazione, si è fatto riferimento a scontri anche fisici), il LCM ha costituito la propria base operativa occupando la chiesa sconsacrata di San Carpoforo, poco distante dall’Accademia di Brera, dove il pubblico veniva avvicinato attraverso spettacoli teatrali, musicali e performativi.
Peculiarità artistica del gruppo è stata la straordinaria capacità di riuso del mezzo di comunicazione: dai giornali al video, ne hanno saputo cogliere la follia mettendone in crisi l’ufficialità. Interessante, ad esempio, il caso raccontato da Brunone, testimone di una rapina di cui un quotidiano mostrava le foto con evidente manomissione.

La prima diffusione di strumenti tecnologici per la registrazione e la diffusione di informazioni ha offerto a questi giovani artisti la possibilità di sperimentare una operazione profondamente calata nella realtà e caricata di una consapevolezza pressoché inedita.
Mancavano, forse, gli strumenti teorici
ma c’era stata l’intuizione di un processo che accompagnava parallelamente quello della massificazione della società: dall’aumento esponenziale degli iscritti alle università, all’accesso facilitato alle tecnologie, i giovani di quegli anni erano sottoposti a una quantità di immagini, suoni e concetti assolutamente nuova rispetto a soli dieci anni prima. Contemporaneamente emergeva la necessità, per le giovani generazioni, di ricere risposte a bisogni e richieste sempre più pressanti (la questione femminile, i disagi del lavoro, l’emarginazione, la famiglia, ecc.).

A ben guardare – ma può bastare uno sguardo superficiale – molte delle condizioni di quegli anni sono le stesse vissute oggi, a quaranta di distanza. Le differenze sono tante, è vero, ma non bastano a giustificare l’assenza di iniziative analoghe a quella di cui qui si parla. Siamo certi che le cose stiano così?
La verità è che, nel 2012, l’obiettivo di demistificare l’informazione è stato parzialmente centrato: è l’intera comunità che opera, almeno formalmente, la rottura degli schemi classici della comunicazione. Ogni giorno nascono nuovi blog e siti web; ogni giorno qualcuno produce un nuovo testo multimediale di finzione – è il caso delle innnumerabili serie apparse su youtube – o d’informazione (valga, ad esempio, il caso di youreporter.it); ogni giorno, chiunque è invitato a partecipare a discussioni pubbliche attraverso gli ambienti social e le piazze virtuali.
Il web non è l’Eldorado, non rappresenta l’utopia raggiunta di una democrazia perfetta, ma sta aprendo la strada per una possibilità. In linea con lo spirito da cui è nata la rassegna Augmented Place, il futuro sta nelle possibilità: la consapevolezza sceglie quale adottare.

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