Antilista di fine anno Marilyn Monroe

Anche noi leggiamo libri. Purtroppo alcuni di questi erano proprio brutti. Ok, noi vi diciamo quali, nella nostra listona di fine anno. Per quelli belli, beh, ci sono tutte le altre simpatiche e richiestissime listone.

La nostra è un’anti-lista di fine anno. E non per questo destituita da una sua intrinseca utilità, rispetto all’ammorbante ipertrofia di “listismo” propositivo di blog, testate, riviste, iniziative personali di tanti endorser e trend setter (wannabe). Che, se non si fosse capito, in questi giorni vi sommergono di consigli letterari in modo molto più esauriente di quanto noi potremmo mai aspirare.

Questo per dire, però, che anche noi quest’anno abbiamo letto dei libri. Purtroppo alcuni erano incredibilmente brutti. E abbiamo deciso di dirlo qui.

Tre libri a testa per ciascun redattore coinvolto nella cosa. Giusto qualche centinaio di battute per giustificare la stroncatura (per carità: magari non tutti questi libri son proprio da buttare, magari qualcuno, che so, ci ha deluso un po’).

In questo modo ora sapete quali libri evitare. Speriamo che questo post possa risultare di pubblica utilità.


 

GIULIA CUPANI

Isabel Allende - Il gioco di RipperIsabel Allende, Il gioco di Ripper, Feltrinelli, pp. 462

La casa della nonna era un po’ frusta, ma piena di segreti; magari demodé, però avvolgente, sensata, compiuta. Questa storia, invece, è un loft superlusso con piante di plastica agli angoli e poster di spiagge tropicali alle pareti: un romanzo sfilacciato che strizza l’occhio al lettore fino a farsi venire un crampo, mentre annaspa in un intreccio irragionevole. Rivogliamo la nonna, le foto seppiate, le caramelle Rossana, please: questa finta modernità è già stantia.

 

Diego de Silva - MancarsiDiego De Silva, Mancarsi, Einaudi, pp. 104

A De Silva, noi vogliamo tanto bene. Per questo spiace scoprirlo impelagato in un racconto pesante come questo, fatto solo della descrizione di due personaggi abbandonati e disperati, costruiti su misura per incontrarsi e salvarsi a vicenda, e che invece non fanno altro che mancarsi. Non c’è storia, in questa storia: c’è solo una voce che geme muovendo due personaggi-marionetta in una trama terribilmente prevedibile. Coraggio, Diego: di certo andrà meglio la prossima volta.

 

GlattauerDaniel Glattauer, Le ho mai raccontato del vento del nord, Feltrinelli, pp. 192

Questo libro getta nuova luce sul concetto di “parlarsi addosso”: dietro lo schermo di una presunta storia d’amore intellettuale e 2.0, sbocciata per sbaglio e via mail, non si sente altro che l’autocompiacimento di un autore innamorato di sé stesso, della sua prosa e del suo giochino narrativo, che tira le corde facili dell’emozione producendo quella che non è altro che una spremuta di cuore, scritta però con tante parole difficili. Da dimenticare.

 

ALICE CAMPAGNARO

Giovanni Cocco - La cadutaGiovanni Cocco, La caduta, Nutrimenti, pp. 238

Il “respiro universale ed epico” che ha procurato a questo libro giudizi molto positivi consiste in un intrico di fatti che accadono in momenti e luoghi diversi, dipinti come istantanee giustapposte e legate da elementi simbolici comuni. Purtroppo dell’epica mancano il pianto di Priamo e la paura di Astianatte davanti al cimiero del padre; manca, insomma, la grandezza del particolare umano, l’attenzione al minimo dettaglio in grado di dare senso all’insieme. Trionfa la vera disumanità, neppure in antitesi a una perduta umanità ma solo fine a se stessa, risultato di una scrittura arida e incapace di tenerezza.

 

Emiliano Gucci - Nel ventoEmiliano Gucci, Nel vento, Feltrinelli, pp. 144

Non fatevi ingannare: benché edito da Feltrinelli, questo librino è abilmente “confezionato” intorno a qualche facile e trito topos, come la perdita e il riscatto, gli infiniti finali possibili, le sliding doors. Un racconto vuoto e infarcito di psicologia da quattro soldi. L’ho comprato perché il protagonista corre per sfuggire al suo passato, ma ho iniziato ad annoiarmi prima di arrivare a metà.

 

Suskind - Il profumoPatrick Suskind, Il profumo, Longanesi, pp. 272

Ambientato nella Parigi del diciottesimo secolo, questo libro indulge nei particolari tecnici che  definiscono la cornice storica e finisce per essere uno sterile artificio manieristico che adduce a pretesto il racconto di una vita. Ne risulta un romanzo molto descrittivo e a tratti noioso, mai ironico o commovente, con un inquietantissimo protagonista che dalla prima all’ultima pagina mi ha fatto pensare a Gollum.

 

ALBERTO BULLADO

Santarossa - Il maleMassimiliano Santarossa, Il male, Hacca, pp. 224

Santarossa si prende troppo sul serio. E questo libro, osannato un po’ da tutti malgrado il suo autore stia sul cazzo a molti (che non lo dicono) è il chiaro frutto di un ego che si autodefinisce “maledetto”. Il poseraggio sacrale finisce per inquinare una storia di per sé interessante con uno stile demenziale, biblico-mimetico, apocalittico, ricco di inutili anofore, stucchevole e involontariamente comico. Il cupo trip luciferino nell’inferno degli uomini è una successione di cliché “indicibili” che hanno ammazzato il mio interesse a metà libro. Peccato.

 

Dj Stalingrad - EsodoDj Stalingrad, L’esodo, Elliott, pp. 128

Un illeggibile memoir di brutale disintegrazione giovanile post sovietica. La violenza e la perdizione dei resoconti, slegati e gratuiti, non lasciano niente. Stile secco, quasi illetterato, e filosofia tossica da squatter bilioso che sa di cemento e nichilismo punk da un tanto al chilo, già letto e straletto. Fortuna che Madre Russia ha partorito Letov, Limonov e Gogol’.

 

Serra - Gli sdraiatiMichele Serra, Gli sdraiati, Feltrinelli, pp. 108

Qui andiamo nel trash core intellettuale pesante. Michele Serra, il maître à penser sull’amaca, mi dà sempre l’impressione che si stia trollando da solo. Con questo libro raggiunge l’acme e ti lascia incredulo: “Una cosa del genere l’ha scritta per davvero?”. Ennesima, lancinante e inorridita denuncia o dialogo o forse lettera sull’incomunicabilità tra padri – stronzi, nostalgici ed engagè – e wasted youth. L’approssimazione diviene manierismo e cifra estetica assoluta, quasi sublime nel totale vuoto di argomentazioni. Peraltro mai così grottesche. L’unico pregio: lo leggi e lo butti in poche ore. No words. Epic fail.

 

TOMMASO DE BENI

Caprarica - WindsorAntonio Caprarica, Il romanzo dei Windsor. Amori, intrighi e tradimenti in trecento anni di favola reale, Sperling & Kupfler, pp. 305

Questo libro e il suo autore sono la prova empirica che snobbare Studio Aperto e il Grande Fratello non è sufficiente per poter definirsi immuni dalla dilagante mediocrità intellettuale. Perché anche se si vuole farlo passare per un saggio storico questo libro è frutto di un’attrazione voyeuristica per l’aristocrazia che ricorda il povero Parini. Ma alla fine si va sempre a finire sul gossip.

 

Gamberale - Per dieci minutiChiara Gamberale, Per dieci minuti, Feltrinelli, pp. 187

Dieci minuti al giorno. Tutti i giorni. Per un mese. Speriamo che il libro non sia scritto tutto così, un punto ogni tre parole. Lo scopo dei dieci minuti è fare qualcosa di nuovo. Un libro dal leggere con i guanti, per non far appiccicare le dita col miele. Un libro che su Amazon suscita commenti del genere: «Ho passato diversi minuti a sottolineare le frasi che mi hanno colpito… più di dieci!».

 

Alberoni - EvitaFrancesco Alberoni, Evita. Oltre l’amore il potere, Sonzogno, pp. 78

Paolo Volponi scrisse sul sociologo Alberoni una dissacrante prosa in cui si soffermava a lungo sulla descrizione della sua testa. Alberoni era l’opinionista tuttologo dei buoni salotti televisivi. Oggi è un opinionista ultra ottuagenario che scrive su giornali importanti. E scrive anche libri come questo, una versione narrativa delle sue teorie sull’amore e sull’attrazione sessuale. Chissà con quale organo l’ha scritto.

 

 

Hitchcock Reading mangia libro

Nella foto Sandro Bondi prova a digerire un suo libro di poesie

3 commenti a “ L’Antilista di fine anno: Libri brutti ”

  1. Non condivido la presenza tra i libri brutti del libro di Glattauer per svariate ragioni: intanto perchè a suo modo è originale ed irripetibile (vorrei vedere se un altro scrivesse un libro simile), si fa leggere piacevolmente, non è così banale perchè fa un po riflettere sulla comunicazione e la socialità virtuali.
    Da evitare semmai sarebbe il seguito, ma si sa “pecunia non olet” e Glattauer ne ha fatta tanta.
    Poi, scusate il libro è del 2010; che ci fa in un elenco del 2013?

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    • Giulia

      Giulia

      Personalmente ho trovato il libro di Glattauer…irritante, oltre che piuttosto prevedibile. Forse sono stata disturbata dal fatto di trovare davvero fastidiosi entrambi i protagonisti, che non mi hanno generato nemmeno un minimo sentimento di empatia praticamente dall’inizio del libro, ma soprattutto l’ho trovato un romanzo pretenzioso. Uno di quei libri che vogliono continuamente suggerire al lettore l’idea del “io SEMBRO una storia d’amore qualunque, ma in realtà sono un concentrato di profondità, come dimostrano tutte le parole difficili che uso”. Per me è stato decisamente un no!
      Sugli altri libri dell’autore non mi pronuncio, non avendo – ovviamente – mai avuto il desiderio di avvicinarli…

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