Larsson, Fincher e il libro che (ri)divenne film

Ovvero “Millennium – Uomini che odiano le donne”

<<WARNING! SPOILER>>

Morire violentemente a ventisette anni e non aver fatto nulla di eclatante può, al più, regalarti un trafiletto su qualche quotidiano di cronaca locale o sulle pagine di Facebook dei tuoi ‘amici’. Arrivare a cinquanta, invece, ed essere un perfetto sconosciuto (tranne che a qualche specialista lettore di saggi politici) con tre romanzi inviati a un editore giusto prima di crepare d’infarto, beh… quella potrebbe essere la tua fortuna! Almeno così è stato per lo svedese Stieg Larsson, l’autore della trilogia Millennium, pubblicata postuma a partire dal 2005 da Norstedts Förlag e portata in Italia da Marsilio solo due anni dopo.

Uomini che odiano le donne (copertina)Un gran colpo per la casa di De Michelis visto il successo di vendite[1]: in pochi anni, infatti, la trilogia è diventata un cult; se n’è scritto moltissimo; sono state pubblicate guide alla lettura; sono state rapidissime le trasposizioni cinematografiche. Mi è tornata in mente l’esperienza del Codice da Vinci di Dan Brown. Allora lessi il libro poco prima che diventasse fenomeno e, oggi, quasi dieci anni dopo, mi tormenta l’interrogativo di come sia potuto succedere. Questa volta, invece, ho provato a desistere, ho aspettato che le acque si calmassero, ma alla fine mi sono lasciato coinvolgere e ho letto almeno il primo romanzo della serie, Uomini che odiano le donne, giusto in tempo per l’uscita dell’omonimo (in Italia) film di David Fincher, dal 3 febbraio nelle sale.

Quanto alla trama completa del romanzo, rimando alle numerose presenti sul web. Qui è sufficiente evidenziare come la struttura sia costruita nel più pedante rispetto dei canoni del genere, reperibili in qualsiasi ‘manuale dello scrittore’ tanto di moda oggigiorno, con buona pace per ogni formalismo di Propp:

1) Il protagonista è finito in una situazione che lo spinge a cambiamenti drastici [Mikael Blomkvist è stato condannato da un tribunale per diffamazione via stampa];

2) Qualcuno o qualcosa offre al protagonista il cambiamento agognato [Henrik Vanger ingaggia Blomkvist per indagare sulla scomparsa di sua nipote Harriet avvenuta quarant’anni prima];

3) Il protagonista si trova a fare i conti con una serie di imprevisti e pericoli [La reticenza dei membri della famiglia Vanger; le minacce di morte; i colpi di fucile];

4) Quando la situazione sembra in una fase di stallo, qualcuno interviene per aiutare l’eroe [Lisbeth Salander, la bella e problematica ragazza con il tatuaggio del drago, ingaggiata dapprima per indagare su Blomkvist, diventa presto sua assistente e amica, offrendogli fondamentale aiuto nella risoluzione del caso];

5) Prima soluzione del caso: il cattivo è qualcuno che sembrava insospettabile ed è molto più cattivo di quanto si potesse presumere. [Martin Vanger, il fratello della vittima, sadico stupratore seriale];

6) Colpo di scena! [La presunta vittima, Harriet, in realtà non è morta ma è fuggita in Australia, dove ha condotto quarant’anni di vita serena ma continua a pensare al vecchio Henrik e fa in modo di fargli recapitare, per ogni compleanno, quel regalo che solo lui può capire];

7) Il mistero è totalmente risolto, la situazione iniziale ristabilita e tutti possono riprendere le proprie vite [Compresa la questione tra Blomkvist e il Wennerström, il finanziere che lo aveva portato in tribunale con l’accusa di diffamazione].

Lisbeth SalanderDetta così non sembra un granché, no? Naturalmente, come insegnano i manuali cui si faceva riferimento, la trama deve essere ri-arrangiata nell’intreccio, arricchita da dettagli che, per quanto inutili ai fini strettamente narrativi, siano in grado di creare, nella mente del lettore, la giusta atmosfera, grazie anche ai dialoghi, alle descrizioni d’ambiente e – last but not least – alla caratterizzazione dei personaggi sui quali è possibile (anzi, è imperativo, secondo molti ‘maestri dello scrivere bestseller’) intessere mini-storie all’interno di quella principale. Vediamo, allora, gli ingredienti che hanno reso così appetibile una storia tanto insipida.

La Svezia, cui di solito ci si riferisce per indicare un Paese in cui la ‘civiltà’ ha raggiunto livelli più alti che nel resto d’Europa, fa da sfondo alle vicende dei protagonisti, offrendosi in una veste tutt’altro che rassicurante a partire dai dati proposti all’inizio di ciascuna delle tre parti del libro: «In Svezia il 18% delle donne al di sopra dei 15 anni è stato minacciato almeno una volta da un uomo.»; «… il 46%… è stato oggetto di violenza da parte di un uomo.»; «… il 13%… è vittima di violenze sessuali al di fuori di relazioni sessuali.». Ci sono, poi, le lotte di potere tra il finanziere attaccato da Mikael Blomkvist attraverso le pagine del suo giornale, Millennium, appunto, e Henrik Vanger, rappresentante di un’industria ancora legata alla produzione ma ormai decaduta; e i segreti di una ricca famiglia, i Vanger, con le sue trame interne, gli odi parentali, i rancori e un passato grigio, che può vantare importanti membri tra le gerarchie naziste prima, durante e dopo la Guerra; conosciamo tutori giudiziari poco ortodossi e grottescamente privi di scrupoli. C’è un’azienda che offre servizi di sicurezza ma che sembra più preparata della CIA quando si tratta di ottenere informazioni su qualcuno; e l’isolamento delle campagne, delle cittadine e delle gelide terre del Nord.

È questo il mondo nel quale Larsson fa muovere i suoi personaggi, ma sono questi la vera causa del successo del suo romanzo (oltre alla sua prematura scomparsa, s’intende!). Per quanto anch’essi aderenti a schemi consolidati nella letteratura noir – l’uomo di mezz’età ancora piacente; la giovane ragazza apparentemente fragile ma con una forza e uno spirito straordinari; il killer, freddo calcolatore, irrimediabilmente malvagio; ecc. – i protagonisti sono innegabilmente affascinanti. Tanto da spingere il lettore a continuare a scorrere le pagine più per gusto voyeuristico che per curiosità da detective.

Mikael Blomkvist gioca perfettamente il suo ruolo: ce lo immaginiamo come un uomo affascinante, uno di quelli che sa invecchiare acquistando fascino dalle rughe d’espressione, uno con lo sguardo intelligente e il sorriso da anchorman. Sappiamo che è divorziato e ha una figlia di cui non apprezza troppo la sopraggiunta ‘svolta mistica’; ma le vuole bene ed è un gran padre. Ha una relazione con la sua collega Erika e sembra molto bravo a letto. Accetta contro voglia l’incarico di Vanger ma presto si immerge totalmente nel caso e sfrutta le gelide mattine artiche per fare jogging tra i boschi dell’isola. Rapidamente conquista la fiducia di Lisbeth che, da parte sua, si era già incuriosita durante le ricerche commissionate da Frode; e presto finiscono per fare sesso.

Lisbeth Salander è l’incarnazione della nerd fighetta, strafottente e vagamente goth che ci si può immaginare a fumare canne e bere cocacola dietro il monitor di un Mac. La sua è una storia decisamente difficile, tra tribunali, istituti e tutori legali che dovrebbero gestirle la vita. Così, tutto ciò che cerca è indipendenza e libertà. Perfino quando mette alle corde il tutore che l’aveva stuprata, sembra farlo all’insegna del ‘who cares?’ rivelandosi altrettanto capace di sadismo. Alla fine sarà lei a salvare Mikael dalla stanza delle torture di Martin Vanger e a permettere il ritrovamento di Harriet.

La coppia funziona praticamente così:

«Lisbeth… non so se questa sia una buona idea. Noi dobbiamo lavorare insieme.»

«Ho voglia di fare sesso con te. E non avrò nessun problema a lavorare con te per questo, ma finirò per avere un dannatissimo problema con te se adesso mi cacci fuori di qui.»

Beh… forse neppure i personaggi sono proprio eccezionali! Resta il fatto che, dopo il successo editoriale è partita la corsa per quello al botteghino. La prima trasposizione è stata realizzata integralmente in terra scandinava e ha dato alla luce tre film[2], ciascuno per un capitolo della trilogia, e ha portato sotto le luci dei riflettori l’attrice Noomi Rapace (interprete di Lisbeth Salander) chiamata successivamente ad Hollywood da Guy Ritchie per il secondo capitolo di Sherlock Holmes e da Ridley Scott per l’atteso Prometheus.

A poco più di un anno di distanza – e dopo che se n’è parlato per mesi – è arrivata la versione americana intitolata The Girl with the Dragon Tattoo (Millennium – Uomini che odiano le donne, per il pubblico nostrano), firmata nientemeno che da David Fincher, già regista di cult del genere, Zodiac e Seven, e dei super-acclamati Fight Club e The Social Network, tanto per citarne un paio.

[youtube http://www.youtube.com/watch?v=DXF3yo-AMr0]

Premettendo una personale difficoltà ad apprezzare criticamente la sceneggiatura del film a così breve distanza dalla lettura del libro, credo che l’unica vera pecca sia da cercare proprio qui[3]. E non mi riferisco all’adattamento di alcuni passaggi del libro, al taglio di certi capitoli, né alla decisione di modificare il finale: tutti elementi di poco conto se non positivi considerando l’esplicito intento del regista di valorizzare la figura della protagonista. Superato l’impatto con l’eccezionale sequenza dei titoli di testa, invece, ho avuto la brutta sensazione che tutto scorresse troppo velocemente, soprattutto nei dialoghi: sembrava che gli attori parlassero a velocità raddoppiata per farci stare tutto. Poi, nel corso del film (dura ben 2h 40’) – per effetto d’immedesimazione o per abilità registica – quest’impressione scema ma mai del tutto: e torna puntuale, ad esempio, quando i personaggi stanno per finire a letto; è come se gli ormoni vadano fuori controllo.

A parte questo, però, gli aspetti tecnici del film sono inattaccabili: i movimenti di macchina, la fotografia e le luci riescono egregiamente a produrre il necessario effetto di straniamento e d’identificazione dello spettatore. Allo scopo contribuisce la colonna sonora: dai già citati titoli di testa, accompagnati da un arrangiamento inedito di Immigrant Song dei Led Zeppelin, brano che tornerà in una delle sequenze più belle del film, fino alla sequenza nella stanza delle torture dove Martin Vanger avvia un vecchio mangianastri ricordando la celebre scena di Reservoir Dogs di Tarantino.

[youtube http://www.youtube.com/watch?v=tcp9Ysi75f0]

Vale la pena sottolineare l’intelligente scelta degli attori: Christopher Plummer (Henrik Vanger) e Stellan Skarsgård (Sputafuoco Turner, nella saga de I pirati dei Caraibi – qui interpreta Martin) ma soprattutto Daniel Craig nei panni di Blomkvist e Rooney Mara per Lisbeth Salander. Se già ci eravamo abituati a vedere Craig nei panni dell’affascinante investigatore/uomo d’azione come Agente 007, Rooney Mara è semplicemente perfetta per il ruolo, nient’affatto facile, assegnatole: vera protagonista del film, si è calata totalmente nel personaggio offrendone un ritratto più interessante che nel libro, ha gestito le situazioni più volente ed ‘estreme’ senza precipitare nel patetico ed è stata protagonista di ogni scena di sesso senza sembrare una volgare soubrette prestata al grande schermo. Non è un caso che si sia meritata la candidatura all’Oscar di quest’anno[4].

Citando Stefano Montefiori dal Corsera, l’edizione della collana Gialli per i Tascabili Marsilio riporta: «Un fenomeno editoriale unico, un best seller alla Codice da Vinci o Harry Potter tutto basato sul passaparola». Sono certo che la trasposizione hollywoodiana non sia un filmaccio come quello di Ron Howard, e non so se diventerà una religione come la saga del maghetto della Rowling. Aspettando di leggere gli altri capitoli della trilogia Millennium e, chissà, di vedere i sequel al cinema, l’unica certezza è che c’è una enorme carenza di soggetti originali per il cinema e che questo, inevitabilmente, deve attingere dalla letteratura (o dai fumetti – che spesso è lo stesso): The Girl with the Dragon Tattoo è uno di quei casi in cui starsene seduti su una poltrona con dei pop-corn e una lattina rende meglio che farlo con un libro.


[1] Un dato non rappresentativo ma molto interessante è, ad esempio, il numero di utenti di anobii.comche ha in libreria l’edizione italiana: circa 60.000. In tutto il mondo sono state venduti 63 milioni di copie.

[2]Oltre ai film, ma a partire da questi, è stata realizzata una miniserie per la TV in sei puntate.

[3] Se si fa eccezione per quei cavilli, esclusivamente filologici, sottolineati dagli amanti degli ‘errori nei film’. Vedi, ad esempio, la pagina dell’Internet Movie DataBase.
[4] Per quanto la cosa non sia indice di qualità assoluta, se si pensa l’assenza, tra le candidate, della Kirsten Dunst di Melancholia.
Commenta l'articolo
La tua e-mail non sarà pubblicata
  • ( non sarà pubblicata )