Ubriaco a centoventi all’ora nella nebbia. Non so come ho fatto a tornare a casa sano e salvo. Adesso sono qui con un gran mal di testa, ma potrei essere da un’altra parte. Il fatto è che non ci pensi, a certe cose, quando sei ubriaco. E non pensare a volte fa bene alla salute. La serata è stata un po’ squallida, smorta. Non so se è stata la nebbia o cosa. Forse le persone sentono avvicinarsi un periodo tetro, non solo climaticamente, e peggiorano. Danno il peggio di sé fino almeno a Natale, quando è vietato essere soli tristi e cattivi. Insomma non sapevo cosa fare e sono andato al bar del mio amico, in un paese di campi e vacche e capannoni dove la gente beve molto, bestemmia molto, parla a sproposito e forse per sprovincializzarsi ascolta house, oppure afro, un genere che dovrebbe essere sorpassato da trent’anni, beve mojito si lampada si depila si veste bene come fossero tutti Corona e tutte Belén. Circola anche droga, bisogna dirlo. E l’inibizione sessuale non si sa cosa sia. Ma non parlerei di amore libero, proprio no. Il cielo era perfino stellato e stare a casa era proprio un delitto. Quando il vento si è fermato ho capito che forse potevo sospettare, infatti la nebbia è scesa verso le dieci. Il vapore vorticava e mi veniva incontro schiantandosi sul parabrezza. Non c’era un cane quando sono arrivato io. Davano una festa attesa almeno da un mese e si prevedeva molto popolo. Sono entrato ed ho salutato il mio amico.

«Non pensavo venissi» mi fa. «Già» dico io, «non pensavo neanch’io di venire». Ultimamente ovunque io vada mi sento fuori posto, ma questo non lo dico. Quando il mio amico non mi caga perché deve lavorare esco a fumarmi una sigaretta. In un paio d’ore ho quasi finito il pacchetto. Questa gente mi mette tristezza, anche quelli giovani. Io non dovrei essere qui, penso. Questo non è il mio ambiente. Però ci sono dentro, l’alternativa sarebbe chiudersi in casa, o meglio ancora, cambiare paese, città, regione, nazione, pianeta. Quando penso a queste cose mi viene un forte magone perché alla fin fine sto male ovunque stia e non riesco a trovare un modo per dare una svolta alla mia vita. Tra operai e laureati, qui, non c’è nessuna differenza. Allora mi accendo una sigaretta, che non risolve un cazzo, ma almeno scaccia per un po’ il magone. E se non basta lei allora giù a bere. Alla festa c’era quasi solo gente del posto. Da fuori ce n’erano pochi. Le attrattive in questi casi sono gli ubriachi che sbroccano. Una volta un quarantenne si è fatto una sessantenne davanti a tutti, poi è svenuto. Alle tre è venuta a prenderlo la moglie e l’ha portato via tirandolo quasi per le orecchie e continuando ad urlare. Un’altra volta un ragazzo e una ragazza si sono menati. Le ha prese lui, questo fa quasi ridere. Ci sono volute molte persone per separarli ed accertarsi che non si ammazzassero. Ieri uno è venuto con la macchina sopra il marciapiede a ridosso dell’entrata. Due motorini gli hanno parcheggiato dietro e quando lui se n’è andato, per uscire, gli è semplicemente andato addosso. Il senso della festa doveva essere la presenza di ragazzine ubriache e disponibili, che invece mancavano e quindi circolava nervosismo. Le più scatenate in questi casi hanno dai trent’anni in su. I quarantenni maschi, o anche sessantenni, cercano invece le più giovani. Non sempre è chiara la differenza tra una di sedici e una di venti anni. Per vincere la noia spesso si cerca la rissa, oppure si sparla: «Guarda quella, guarda quello» etc. Alcuni si appartano per scopare, altri per fumare. Girano voci secondo cui molto spesso succedono “cose gay”, in teoria sempre per colpa dell’alcool. Io sono una specie di telecamera, un moderno Serafino Gubbio del cazzo: non parlo, non vado avanti e indietro con frenesia. Sto lì, osservo, guardo, vedo. La gente entra in contatto con me solo se mi sbatte addosso muovendosi oppure quando erroneamente uso il cesso per pisciare e vengo guardato male da chi invece deve fare altre cose. Se la musica fosse diversa forse non cambierebbe molto. Almeno cambierebbe il mio stato d’animo, però. Cose così servono per farmi capire quanto c’è di sbagliato nella mia vita.

Ho ordinato un White Russian al mio amico perché so che lui lo fa bene. Gli altri non capivano cosa avessi ordinato. Conoscono solo birra vino vodka Coca Havana o Coca Malibù, o Mojito se fa caldo, ma il mio amico è sempre senza menta. Ero appoggiato al bancone del bar. Mentre bevevo e cercavo di parlare con le due tre persone che conoscevo ho avvertito una presenza con la coda dell’occhio. Una faccia con le antenne era lì che mi fissava quando mi sono girato. Era talmente vicina a me che girandomi ho rischiato di darle un bacino. Questo tizio mi sta troppo vicino, ho pensato, e ciò mi innervosisce molto. L’ho ignorato tornando alla mia bibita. L’ha fatto molto forte, stavolta. Finito questo vado a casa, pensavo, anche se è presto. Non volevo neanche venire qui, stasera, pensavo. Però per finirlo ci ho messo molto. Oltre a quello avevo bevuto solo due birre, però mi girava la testa e mi veniva quasi da vomitare. Devo smetterla di mangiare pesante alla sera. Continuavo ad entrare ed uscire. «Sei una fotocopia con le antenne» ho gridato ad uno molto magro che da tempo mi sta sulle balle. Un’offesa troppo elaborata per essere compresa. «Le antenne sono i capelli» ho spiegato ridendo al mio amico dietro il bancone, facendo anche con le mani il gesto di allungarmi e alzarmi i capelli col gel. Uno dei ragazzi del posto mi ha indicato una tipa seduta sul divanetto di pelle: è una collega di lavoro, l’altro lavoro, del barista. Di lei so che ha trent’anni, che con la bella stagione porta il tanga e che secondo il mio amico ispira molto sesso. Poi ho visto il padre cinquantenne e ubriaco di un altro ragazzo dare spettacolo impadronendosi del posto dietro al bancone. L’unica cosa che i miei genitori potrebbero fare per me ormai è morire, ho pensato. Avevo quasi finito di bere e mi stavo dirigendo in bagno quando mi è venuto addosso uno. «Maccheccazzo!» ho urlato. Mi è andato un po’ di liquido sulla giacca in pelle, che ne ha viste anche di peggio in realtà. Lui ha iniziato ad insultarmi e ho notato che era la faccia con le antenne di prima. Ne sono entrate tante di facce nella mia vita. Del resto è inevitabile, anche se non vogliamo guardare comunque vediamo, anche solo camminando per strada o entrando in un posto. Non è che possiamo chiudere gli occhi. Non possiamo ricevere gli aggiornamenti solo di chi vogliamo noi, nella vita reale. È come con le orecchie, a volte sentiamo cose che non vorremmo sentire. Allo stesso modo vediamo cose che non ci piacciono. Quella faccia proprio non mi piaceva e sapevo che chiudendo gli occhi avrei inevitabilmente continuato a vederla. E poi non si spostava, stava lì a parlare. Era un errore da cancellare. Istintivamente gli ho dato un pugno in faccia con la mano che reggeva il bicchiere di vetro. Questo si è infranto e ho visto scorrere il sangue. Sono uscito dal locale e mi sono avviato alla macchina senza che nessuno mi fermasse. Forse è per quello che ho corso così tanto al ritorno.

 

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