La città sottile

Guida alternativa alla mostra “La città sottile. Utopia architettonica progettata dai ragazzi”.
Al Museo Diocesano di Padova fino al 9 giugno 2013.

Nelle ultime settimane ci siamo trovati spesso a parlare di rappresentazione urbana nelle letterature ‘occidentali’ contemporanee e, come sempre accade a voler attraversare spazi e tempi così ampi, ci saremmo potuti perdere nelle reti di link, reti, citazioni e riferimenti ad un tema del genere. Voglio dire: allungate una mano a prendere il romanzo più vicino a voi, apritelo a caso e cominciate a leggere. Con buona probabilità vi imbatterete in muri, strade e palazzi o, semplicemente, in un interno che su quelli affaccia.

Bene. A sentire gli esperti, se volete capirne qualcosa, c’è un autore che non potete proprio perdervi. Certo, non sono un esperto, ma fidatevi se anch’io vi consiglio di andarvi a leggere Calvino. Soprattutto – sì, sono banale! – Le città invisibili del ’72.

Ciò di cui voglio dire, però, non è Calvino e non sono le sue città. Non solamente, sebbene cinque delle cinquantacinque descritte da Marco Polo al Kan siano raggruppate sotto lo stesso titolo di questo testo: Isaura, Zenobria, Armilla, Sofronia e Ottavia sono Le città sottili.

Non ne conoscevo altre fino a qualche giorno fa. Fatta eccezione per quella dei Banco del mutuo soccorso.

Fino a qualche giorno fa. Perché una coincidenza mi ha portato al Museo Diocesano di Padova dove, fino al 2 giugno si può vedere la mostra La città sottile. Utopia architettonica progettata dai ragazzi.

C’è un anticamera. C’è scritto:

“Lo sguardo percorre le vie come pagine scritte, la città dice tutto quello che devi pensare. Fuori si estende la terra vuota fino all’orizzonte, s’apre il cielo dove corrono le nuvole. Nella forma che il caso e il vento danno alle nuvole, l’uomo è già intendo a riconoscere le figure…” (Italo Calvino, Le città invisibili)

Poi c’è una porta, una di quelle vecchie, fatte con assi di legno, tarli e chiodi arrugginiti. Che non c’entra niente con il muro del museo, bianco e vergine. Si sentono suoni e voci di bambini provenire dalle pareti. So di essere solo perché la prima scolaresca arriverà in visita non prima di mezzora e sapere che ci sarà mi rende un po’ scettico pensando a cose da bambini e buoni sentimenti da tanto al chilo. Non so cosa aspettarmi esattamente visto che mi rifiuto di aprire il materiale informativo che ho messo in borsa.

[Ok, la sto tirando per le lunghe! e quella che doveva essere la segnalazione di una mostra in città sta diventando una narrazione in prima persona con tanto di sguardi nel nulla e finte titubanze. Se siete stufi, cliccate sul link alla mostra e chiudetela qui]

Affronto quel legno e non posso fare a meno di notare quanto mi sia allontanato dalla spensieratezza e dalle utopie dell’infanzia. Pure, quelle che ho davanti, non sono cose da bambini e un rapido sguardo rivela frammenti degnissimi di tanti musei di ‘contemporanea’. Sarà la disillusione o un certo amore per le distopie (più narrative, più facili delle altre)… ma, a me, questo posto fa pensare.

È la città delle porte, dove il legno la fa da padrona. Uno skyline di ingressi, di maniglie, di assi sverniciate e composte a creare uno spazio percorribile tra segni in gesso che indicano porte, finestre e tecnologie improbabili. Parte la registrazione della voce di un bambino. Cerco i luoghi cui si riferisce: il logo della Pepsi, come una pubblicità al neon sul tetto di un grattacielo; accanto, uno strano marchingegno che di notte spara i sogni della gente per realizzarli. Provo un misto di tenerezza e angoscia ripensando alla macchina dei sogni. E scorgo il giornalaio, le finestre aperte su interni a matita, i micro-panni di carta stesi tra le case. Si legge:

La città delle porte
La città senza colori
Disegnata a matita
Con porte vecchissime
Sembra quasi un labirinto,
è una città piena di fantasia.
E solo dei bambini riescono a fare
Dei capolavori del genere.
E queste non sono città
Sono anche delle città divertenti

Proseguo il mio percorso verso una sala più illuminata e con suoni più artefatti, voci roche e rumori d’industria. Bottiglie di vetro abilmente allineate su uno sfondo bianco illuminato a tinte fredde: è la città maiale che, vittima della propria ingordigia, ha divorato le città vicine. Così sono scomparse la città degli oggetti, la città giullare e quelle navicella e ponte. È un paesaggio archeologico, di resti e stasi. Una città immobile che non può divorare la città valigia pronta al viaggio e alla fuga: nomade come le donne che tirano i le corde della città dei fili, sospesa e distante. Ricordo Calvino, Leonia e guardo questa sua nemesi: maiale è il ricordo che affonda questa città.

Come se non si potesse scavare più in basso, l’urbanista bambino deve aver pensato bene di stendersi e strisciare e guardare al cielo per scoprire la città capovolta, uno sguardo a una mappa disegnata che ne rivela l’insieme, la compattezza e la precarietà. La supero di slancio ché non vorrei mai mi cascasse addosso il mondo.

[Forse è questo il momento per spiegare cosa abbia portato alla costruzione del piccolo universo-città sottile. Neppure Antonio Panzuto, ideatore e regista della mostra, ne aveva immaginato gli sviluppi quando, a novembre 2012, ha avviato i laboratori con le classi 3° e 5° di alcuni istituti primari (le elementari, per i nati negli ’80 o prima). Ma, se a quelle fabbriche di immagini che sono i bambini leggete Calvino, Dostoevskij o Hugo Pratt – come racconta una delle responsabili del progetto, Vania Trolese – se gli stimoli son questi, cosa vi aspettereste?]

Eccomi, infine, nel luogo di assenze, delle sagome senza volto e gli abiti senza corpo: è la città senza un nome, dove i bambini si sentono liberi, felici e pari. Qui – dicono loro – ciascuno può realizzarsi in tutte le forme possibili. È una città che confonde, un luogo in cui il nome e la legge sono banditi. Scopro che c’è un posto, nei sogni infantili, dove uguaglianza e possibilità sono la via della felicità.

Ripercorro a ritroso l’intera nazione come se Dante, visto Lucifero, avesse deciso di tornare a chiedere un passaggio a Caronte. Mi dico che, in fondo, tra me e i piccoli che stanno entrando, la differenza è nella direzione. Perché io guardo poco e penso tanto. Loro afferrano il dettaglio. Ma guardano il mondo.

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