Vichinghi balilla

di Alessandro Bampa.

Umberto BossiOgni tanto ci si sente ancora dire che non c’è da aver paura della Lega, che alla fine il movimento padano non deve incutere alcun timore. È allora forse il caso di mettere in fila alcune delle motivazioni che ci fanno diffidare del Carroccio. Ai lettori, poi, le conclusioni. Partiamo dai dati di fatto, ovvero dalle sentenze dei tribunali. Il rapporto dei leghisti con la giustizia infatti offre diversi spunti di riflessione, soprattutto perché vede come protagonisti gli esponenti di maggior spicco e non figure secondarie.

– Il leader Umberto Bossi è stato condannato in via definitiva per vilipendio alla bandiera italiana, reato commesso con la frase «quando vedo il tricolore mi incazzo. Il tricolore lo uso per pulirmi il culo», pronunciata il 26 luglio 1997. Il Senatùr è inoltre pregiudicato per istigazione a delinquere –invitò i suoi colleghi di partito a «individuare i fascisti casa per casa per cacciarli dal Nord anche con la violenza» – e per finanziamento illecito, avendo confessato una tangente intascata a nome del partito da Alessandro Patelli, consegnatagli dall’allora dirigente Montedison Carlo Sama.

– L’ex guardasigilli Roberto Castelli è stato condannato in primo grado dalla Corte dei Conti a restituire 100.000 euro per il danno erariale procurato con le consulenze date senza appalto alla Global Brain, società nata solo 36 giorni prima dell’assegnazione. – Roberto Maroni, attuale ministro dell’Interno, a capo dunque delle forze di polizia, ha una sentenza di condanna passata in giudicato per oltraggio e resistenza a pubblico ufficiale, essendosi opposto ad una perquisizione della sede leghista di Milano mordendo la caviglia di un poliziotto.

– Il sindaco di Verona Flavio Tosi è stato condannato in via definitiva a 2 mesi per propaganda di idee fondate sulla discriminazione e l’odio razziale, con divieto di partecipare a comizi politici per tre anni e con 4.000 euro di multa, pena però sospesa con la condizionale: nell’agosto 2001 ha indetto una manifestazione nella quale l’hanno fatta da padrone slogan come «via gli zingari da casa nostra».

Giancarlo Gentilini, ex sindaco sceriffo di Treviso, il 26 ottobre scorso è stato condannato in primo grado per istigazione al razzismo al divieto di sostenere comizi per tre anni, avendo pronunciato durante la festa dei popoli padani del 2008 frasi tipo «voglio eliminare i campi nomadi, voglio eliminare dalle strade quei bambini che vanno a rubare in casa degli anziani».

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Mario Borghezio, deputato al Parlamento Europeo, ha una sentenza di condanna passata in giudicato a 2 mesi e 20 giorni per incendio aggravato da finalità discriminatorie. Risulta poi prescritto per la resistenza a pubblico ufficiale perpetrata durante la stessa perquisizione che provocò l’antropofagia di Maroni. Se non vi basta sapere che il partito che si prepara a vincere le elezioni nel Veneto presenta ai suoi vertici tangentari, scialacquatori di denaro pubblico, aggressori delle forze dell’ordine, istigatori alla delinquenza e al razzismo e incendiari, allora proseguiamo nel racconto. È infatti dell’inizio di quest’anno la notizia che 36 esponenti leghisti sono stati rinviati a giudizio per la costituzione di uno strano gruppo. I fatti risalgono al 1996, quando 45 leghisti doc crearono «un’associazione di carattere militare – come si legge nel documento che ne ha decretato l’imputazione – con scopi politici, denominata “camicie verdi”, poi confluita in altra più complessa struttura denominata Guardia Nazionale Padana», un’associazione «articolata in più compagnie dislocate territorialmente, che si prefiggeva lo scopo di conquistare l’autonomia della Padania dall’Italia», i cui partecipanti dovranno difendersi dall’accusa di banda armata. All’inizio i leghisti indagati per l’associazione sovversiva erano 45. Ne sono stati rinviati a giudizio solo 36 in seguito alle varie immunità che hanno coperto i parlamentari facenti parte del progetto. Tra i graziati rientrano alcuni dei personaggi di rilievo già precedentemente indicati, Maroni e Bossi (sul quale pesa anche un’intercettazione telefonica del 30 settembre 1997 nella quale diceva: «Va bene che gavranno tutti… gavremo tutti il mitragliatore in mano… ma sarà una soddisfazione enorme portarmi all’altro mondo il più possibile di questa merda vivente»). In principio i leghisti erano indagati anche per attentato all’unità dello Stato, reato che prevedeva come pena l’ergastolo ma che è stato poi modificato dal governo Berlusconi II (2001-2006) con la concessione dell’impunità nel caso in cui gli eversori non abbiano ancora usato la violenza: fatalità lo stesso caso dei leghisti, bloccati prima di passare ai fatti.

Va anche detto che la passione padana per le armi non è proprio una cosa remota. Basta prendere altre due frasi recenti di Bossi per capirlo: «A Roma pensano: “Al Nord sono un po’ pirla, parlano ma poi pagano, quindi non diamogli niente”. E finora gli è andata bene. Noi padani pagavamo e non abbiamo mai tirato fuori il fucile, ma c’è sempre una prima volta» (26/09/07); «Questa è l’ultima occasione: o si fanno le riforme o scoppia un casino. Se la sinistra vuole scendere in piazza abbiamo trecentomila martiri pronti a battersi. E non scherziamo… mica siamo quattro gatti, verrebbero giù anche dalle montagne con i fucili, che son sempre caldi» (29/04/08).

BorghezioChiudiamo questo articolo soffermandoci su Mario Borghezio, forse il personaggio più inquietante nello schieramento leghista. L’europarlamentare infatti si è reso protagonista di almeno altri due episodi quantomeno inquietanti:

1) Nel 1976 venne trovato in possesso di un volantino diretto all’allora semplice magistrato Luciano Violante, recante la firma di Ordine Nuovo – gruppo di estrema destra spesso coinvolto nel terrorismo nero –, diverse svastiche e la scritta «Viva Hitler!», seguita da quella «1, 10, 100, 1000 Occorsio». Per chi non lo sapesse, il citato Occorsio era un giudice distintosi nella lotta al terrorismo di stampo fascista, ucciso in un agguato pochi giorni prima del fermo di Borghezio.

2) Nel 2009 l’esponente del Carroccio è comparso in un programma d’inchiesta di Chanal+ intitolato Europe: ascenseur pour le faschos. Borghezio è stato ripreso mentre partecipava ad un incontro organizzato dal movimento nizzardo di estrema destra Nissa Rebela, durante il quale con un francese stentato disse al microfono cose come «non ho paura di mettere nella copertina della nostra rivista la croce celtica, perché è il simbolo della nostra tradizione. Qualcuno mi dice che è un simbolo fascista, nazista: me ne frego, non è vero. […] Cominciamo dalle piccole cose e arriviamo là dove dobbiamo arrivare, perché noi siamo una razza di comandanti: noi non siamo servi, noi siamo padroni, noi siamo padroni a casa nostra. È la nostra lotta, è il nostro dovere: padroni a casa nostra, libertà!». Come se non bastasse, l’eurodeputato è stato poi ripreso mentre istruiva confidenzialmente i neofascisti di Nizza su come tornare al potere: «Bisogna entrare nelle piccole amministrazioni – pontificava Borghezio –, nei piccoli paesi, eccetera. Bisogna insistere moltissimo sull’aspetto regionalista del vostro movimento. […] È un ottimo metodo per non essere immediatamente etichettati come fascisti nostalgici, bensì come un nuovo movimento regionale, cattolico, eccetera. Ma in fondo noi siamo sempre gli stessi, no?».

Non stiamo dicendo che sotto la Lega si nasconde il fascismo (Bossi e Maroni ad esempio prima della fondazione della Lega erano iscritti in partiti a vario titolo comunisti). Certamente però una presenza come questa, unita a quanto elencato in precedenza, non può lasciarci tranquilli.

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