Si può uccidere un autore più crudelmente che imponendo i suoi libri a scuola? Mario Martone dimostra di sì.

di Caterina Di Paolo

Dirò delle cose forti.

Innanzitutto, però, devo specificare che non conosco Mario Martone a parte che per Il giovane favoloso: questo articolo riguarda solo questo film e non l’opera del regista.

In secondo luogo non sono un’esperta dell’opera leopardiana. Lo amo moltissimo, soprattutto dal punto di vista filosofico, ma non ho certo alle spalle il grande lavoro di ricerca biografica compiuta da Martone, che tutti giustamente mettono come premessa per ogni critica al suo film e quindi lo scrivo anche io: Il giovane favoloso è biograficamente attendibile, la sceneggiatura si basa per la gran parte su documenti esistenti e da quel punto di vista è inattaccabile. L’unica scena che il regista afferma di aver inventato è quella in cui Leopardi va al bordello – anche se pare che il poeta in alcune sue lettere avesse parlato di donne a pagamento, sono davvero contenta che quella scena sia solo un parto della fantasia di Martone.

La prima domanda che vorrei fare, comunque, riguarda proprio questa inattaccabilità biografica che tutti scambiano, coscientemente o meno, per una prova della validità e della bellezza del film. Innanzitutto mi chiedo: non è un po’ troppo pensare di portare sullo schermo quasi l’intera vita di Leopardi? O meglio, perché farlo così?

Per “così” intendo che il film, il lunghissimo film, è la didascalia della vita di Leopardi: è completamente in scala 1:1.

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È un film in cui Giacomo giovane siede alla finestra e vede dall’altra parte della strada Silvia e il pubblico dice “Ecco guarda quella è Silvia!”; un film in cui Giacomo siede sul prato, guarda le colline davanti a sé e naturalmente recita L’infinito e il pubblico in coro dice “E IL NAUFRAGAR M’È DOLCE IN QUESTO MAAAARE!”; è un film in cui anche gli aspetti della vita leopardiana meno noti al pubblico sembrano inesorabilmente dei diorama animati, un documentario di Piero Angela in costume lungo ventisette ore.

Faccio un appunto sulla scena de L’infinito: perché c’è un effettino di musica elettronica in sottofondo alla declamazione? A mio parere in un film così didascalico una colonna sonora che spara un paio di canzoni pop-elettroniche e per il resto usa archi classicissimi è un po’ – vagamente – schizofrenica. Mi ha fatto venire in mente i primi episodi di Masters of sex (la miglior serie in circolazione dopo Mad men, a mio parere), in cui l’unico neo erano delle canzoni dei giorni nostri alla fine delle puntate. Non c’entravano nulla in un contesto così fedele agli anni cinquanta e sessanta, infatti dopo tre o quattro puntate hanno tolto le canzoni e da allora per la gran parte del tempo la serie è senza musica. Si può anche scegliere il silenzio se le musiche devono essere dei riempitivi, ve la butto là. E poi avete una responsabilità, porca miseria. È L’infinito, non la poesia che ho scritto a sei anni. Capirete che m’incazzo.

Un po’ come quando Leopardi si getta sul prato in preda alla disperazione e la scena in sé riesce quasi a farne capire il dolore, è bella, è una bella scena cavolo, e invece in sottofondo c’è una cosa che pare i Coldplay, e sarà pure Apparat ad aver scelto quella canzone o magari è proprio sua, ma pare i Coldplay porca miseria, e non c’entra nulla con quella scena né la scena prima né con la scena dopo né col resto del film. Sembra di vedere una persona che ti confida una cosa dolorosa e piange con il rumore assordante della televisione a manetta dei vicini di casa.

Scusate, mi ricompongo.

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Il giovane favoloso, a mio parere, non sembra partire dall’esattezza biografica come un presupposto, una condizione per poi interpretare: sembra che l’esattezza biografica e la documentazione puntigliosa rappresentino la giustificazione per una piattezza assoluta, da fiction Rai. Gli unici momenti di sperimentazione, in un film così ingessato e in cui tutti i personaggi a parte il protagonista hanno la tridimensionalità di un cartonato, stonano moltissimo: mi riferisco alle due canzoni elettroniche senza senso e a una scena che vorrei sul serio venisse cancellata dalla mia memoria, una scena che non ho capito e che non voglio capire, e che guarda caso la crudele critica si guarda bene dal menzionare, lasciando lo spettatore solo e sconcertato ad aggrapparsi alla poltroncina di fronte alla Natura secondo Martone.

Mario, mi scusi, ma dobbiamo veramente parlare.

Ho detto che il suo film è didascalico, ho pensato che il film fosse didascalico a dieci minuti dall’inizio e il resto dell’opera non ha fatto che confermare questa mia idea, ma rappresentare la Natura come una statua enorme di argilla con il viso della madre cattiva di Leopardi, questo è il trionfo della didascalia pacchiana, è (spero) il non plus ultra. Tra l’altro, la statua che si sgretola mentre duetta con Leopardi è animata al computer – vi ricorda qualcosa?

Molti hanno sottolineato la grande prova attoriale di Elio Germano, a me in alcune parti del film è piaciuto, in altre meno; francamente però mi ha disturbata vedere il protagonista fare da traino al resto dei personaggi che, come ho già detto, erano meno che bidimensionali.

Nell’unica scena in cui Ranieri-Riondino parla con Fanny-Mouglalis senza Leopardi presente sembra davvero di vedere Elisa di Rivombrosa. Dalla fiction Rai a quella Mediaset: il made in Italy dell’eccellenza.

Giovane Favoloso Martone Fiction

 

Insomma, questo film rischia poco, e quando lo fa lo fa male, forse solo per farsi dare la coccarda di chi ha cercato di sperimentare; ho la sensazione che lo stesso identico impianto, così ingessato e spiegonico, possa essere usato per fare un film su Hegel, su Petrarca, su Foscolo, su chiunque: ovviamente li impersonerebbe tutti Germano.

Questo mi fa chiedere: ma allora non è meglio starsene a casa a leggere Leopardi?

Un bel biopic, ad esempio, è Wittgenstein di Jarman. Difficile, certo; essenziale, certo; concettuale, certo. Ma è un film in cui le potenzialità delle scenografie teatrali vengono sfruttate a mio parere al meglio, è un’opera mimetica al personaggio che racconta. Un’altra bella prova, per tornare al campo italiano, è stata Vincere di Marco Bellocchio, in cui una storia nota si mescola a una nascosta e in cui c’è spazio per l’interpretazione, anche onirica, del regista e del clamoroso Timi. Certo, sono due film molto meno in costume di quanto lo può essere uno su Leopardi, ma secondo me si può fare anche un film su Leopardi esulando dal rivombrosismo. Sono una sognatrice.

 

P.S. Ho saputo poi che Martone ha dichiarato che Leopardi era “il Kurt Cobain della sua epoca”: Tommaso De Beni spiega qui perché questa frase è una paraculata. Io aggiungo solo: Martone, allora provochi, però.

Leopardi Kurt Cobain

 

1 commento a “ “Leopardi è morto de gobba” ”

  1. La natura personificata sotto forma di statua in realtà è tratta da un’operetta morale di Leopardi. Che poi questa abbia il volto della madre è un’invenzione di Martone, che però è in linea con la presunta misoginia di Leopardi, del resto la madre è un archetipo femminile non da poco per un uomo. P.S. La colonna sonora incoerente rispetto al film è stata introdotta dalla Nouvelle Vague (Chabrol, Godard, Truffaut), anche Tarantino lo fa spesso se pensi a Bastardi senza gloria o Django Unchained. In Noi credevamo Martone ha inserito un pezzo di autostrada dei tempi nostri anche se il film è ambientato nell’800 quindi Martone ha sti schizzi. Per il resto non ho visto il film quindi non saprei, anche perché vederlo mi farebbe paura.

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