L'Eredità del qualunquismo

L’EREDITA’ DEL QUALUNQUISMO
Alle origini della antipolitica

di Emanuele Caon

CAM#05: leggi e scarica gratis

Quando il cittadino trovandosi davanti ai toni della politica e al comportamento stesso dei politici si chiede come sia stato possibile arrivare a tutto questo, dovrebbe, per tentare di capirne qualcosa, tornare indietro nel tempo. Perché proprio procedendo a ritroso nella storia dell’Italia è possibile scoprire l’antecedente storico di molti fenomeni a cui assistiamo. Se torniamo al dicembre del 1944 e quindi alla fondazione del settimanale «L’uomo Qualunque» possiamo scoprire quanto grande sia l’eredità che il Qualunquismo ci ha lasciato nella sua breve ma intensissima esistenza.

Il fondatore del settimanale, Guglielmo Giannini, era un uomo che scriveva davvero bene malgrado la sua quinta elementare. Per metà napoletano e per l’altra metà britannico parlava quattro lingue e suonava tre strumenti musicali: chitarra, piano e mandolino. Negli anni Venti fondò una delle prime riviste di cinema, «Kines», una delle sue più grandi passioni (egli firmò più di qualche sceneggiatura oltre che girare ben quattro film), assieme alla musica (componeva canzoni), ed il teatro, nel quale si cimentò scrivendo commedie di grande successo. Non a caso veniva anche chiamato il “commediografo”. Un personaggio dalle mille risorse, elegante e vistoso. Celebre il suo portachiavi, un fallo d’oro, che non esitava a mettere ripetutamente in mostra, specie al cospetto delle signore della Roma bene. Una genialità ambigua la sua, basti pensare al suo sostegno a papa Pio XII malgrado non fosse nemmeno battezzato. Già in quegli anni si presentava con un uomo fuori dallo schema strategico delle grandi ideologie, un estro che portò il suo settimanale a vendere ben 850 mila copie, tanto da riuscire a creare attorno a sé un vasto movimento d’opinione che si evolse in un vero e proprio partito: il Fronte dell’Uomo Qualunque. Quest’inedita formazione riuscì ad ottenere alle elezioni del 2 giugno 1946 il 5,3% dei voti, quarto partito in assoluto, ma già l’anno successivo ebbe inizio la sua inesorabile parabola discendente, conclusasi definitivamente già nel 1948.

Il qualunquismo fu quindi una vera e propria meteora, che riuscì a ottenere immediati successi grazie al suo linguaggio spiccio, vicino al parlare comune, alla sua proposta di idee semplici e allo stimolo delle passioni più elementari. Il settimanale si proponeva infatti come la voce dell’individuo medio che percepiva la politica come un qualcosa di lontano ed ostile. Lo stesso Giannini affermava: «Questo è il giornale dell’uomo qualunque, stufo di tutti, il cui solo ardente desiderio è che nessuno gli rompa le scatole». Il simbolo stesso del giornale, costituito da un torchio rappresentato nell’atto di schiacciare un uomo dal quale schizzavano fuori soldi, ritraeva metaforicamente il peso della classe politica ai danni del ceto medio, o per meglio dire, della piccola borghesia. Giannini infatti puntava a raccogliere consensi fra i liberali, proponendosi innanzitutto contro l’influenza statale nella vita sociale del paese e, più in generale, la pressione elevata che esercitava lo Stato sui cittadini. Idee che lo ponevano necessariamente contro il comunismo e sebbene non fosse mai stato fascista Giannini era anche apertamente schierato contro l’antifascismo di professione e l’epurazionismo del dopoguerra. Schieramenti che gli valsero la simpatia di certi “nostalgici” e che non impedirono ad alcune formazioni fasciste [1] di appiccicarsi addosso al settimanale e al Fronte dell’Uomo Qualunque. Di qui l’equivoco di considerare Giannini un filo-fascista. Ma saranno proprio gli ex fascisti, con la nascita del Movimento Sociale Italiano, una delle cause principali del fallimento politico del Qualunquismo, assieme allo scarso apporto dei liberali che trovarono altri soggetti politici nei quali riconoscersi. Giustificare le ragioni di un’ascesa così veloce ed un altrettanto rapido insuccesso richiederebbe approfondimenti che vanno dalle strambe strategie politiche di Giannini[2], alla crescita e all’affermazione della Democrazia Cristiana. Ma non è questo il luogo adatto per potersi dilungare in simili disquisizioni, mentre l’intenzione è quella di analizzare l’eredità culturale che il Fronte dell’Uomo Qualunque ha lasciato nella nostra società.

Anzitutto la morte precoce, con i suoi violenti attacchi all’antifascismo, di un’epurazione che in Italia non avvenne mai del tutto. In secondo luogo, l’eredità più rilevante e macroscopica è senza dubbio quella terminologica: “qualunquismo” designa tutt’oggi, con connotazione dispregiativa, quell’atteggiamento tipico di sfiducia generalizzata nella classe politica. Uno scetticismo che ci spinge a dire: “sono tutti uguali”, o “così fan tutti”, una serie di luoghi comuni che senza dubbio Giannini ha contribuito ad instillare nell’animo dei cittadini. Inoltre “il commediografo” è stato il vero precursore dell’antipolitica, quella attività oggi a tutti nota perché non manca mai un Grillo che ce la ricordi. Ma a ben guardare, la parabola del Fronte dell’Uomo Qualunque, da movimento populista a partito, ci ricorda da vicino anche il successo di un uomo, e del proprio soggetto politico, salito alla ribalta grazie a slogan urlati come “Roma ladrona”, ma che poi è finito per prendersi un posto nella capitale, proprio assieme a quei quattro ladri che oggigiorno gli sono diventati amici e colleghi. Al “commediografo” va inoltre riconosciuta una certa lungimiranza per aver criticato, con grande anticipo, i politici di professione, contro i quali scriveva che per governare «basta un buon ragioniere che entri in carica il primo gennaio e se ne vada il 31 dicembre. E non sia rieleggibile per nessuna ragione». Una considerazione eretica se comparata alla cronica vocazione di certe personalità della politica di oggi di rimanere sulla cresta dell’onda per più legislazioni, magari confluendo indifferentemente, e di volta in volta, in più schieramenti. Potrebbe inoltre venire alla mente un certo signore che riuscì a “far proprio” un paese in seguito ad una roboante discesa in campo. Non esattamente un impiegato ma un direttore d’azienda. Tuttavia la lungimiranza di Giannini, se così si può dire, è stata quella di sdoganare un certo linguaggio che prima d’ora non aveva ancora fatto pienamente capolino nello scenario politico. A cominciare da una serie di appellativi riferiti agli avversari politici che costituirono un elemento di grande novità rispetto alla tradizione, dai «demofradici cristiani», ai liberali di «Maledetto» Croce, agli azionisti di «Fessuccio» Parmi, ai comunisti di Fausto Gullo, «gran borghese forte agrario, comunista e milionario». Qui viene fuori tutta l’estrosa vena letteraria di Giannini, le cui invettive non risparmiavano nessuno e non si preoccupavano nemmeno di giungere al livello dell’offesa personale. Così Luigi Salvatorelli veniva salutato come «un cialtrone sofostorico», Pietro Calamandrei come «un clown che fa l’antifascista» e gli esempi potrebbero continuare ancora a lungo. Sulla falsariga lo stile degli altri periodici di area qualunquista. Anzi, in questo caso il linguaggio si fa ancora più acre e volgare, degenerando in alcuni casi nel cattivo gusto fine a se stesso. Non dovremo quindi stupirci più di tanto se oggi parlamentari e ministri, anche in contesti ufficiali, arrivino a mandarsi a quel paese o ad insultarsi reciprocamente, da Di Pietro a La Russa, e molti, moltissimi altri.

Tornando indietro nel passato ci si accorge di quanto certi fenomeni siano radicati alla nostra storia recente e di come, tirando le somme, sia cambiato poco o nulla dal dopoguerra ai giorni d’oggi. Una consolazione insufficiente se andiamo a considerare il disagio, la nausea ed il fastidio che si prova nell’essere ogni giorno sommersi dalla volgarità e dagli eccessi di quel mondo politico che ci governa e che dovrebbe essere il regno della sobrietà, della compostezza, della diplomazia, e non un mercato del pesce. Che si tratti di un fenomeno non del tutto nuovo, anzi, della continuazione di una realtà nata ormai più di sessant’anni fa, non ci deve rendere passivi nei confronti di un ammorbante status quo, nel quale i limiti dell’accettabile sembrano spingersi giorno per giorno sempre più in là. Dopotutto Giannini sarà anche stato il pioniere dell’antipolitica ma non gli si può certo attribuire la responsabilità di aver portato il linguaggio politico agli estremi di oggi. C’è sicuramente da dire che l’opinione pubblica, e più in generale la nostra lingua, si è emancipata da una certa formalità, basti pensare all’enorme influenza della televisione: va da sé che il linguaggio della politica abbia seguito il passo di una tale evoluzione. Tuttavia gli insulti in piena seduta parlamentare, i continui attacchi verbali, capaci di rimestare qualsiasi repertorio di volgarità, dovrebbero ancora suscitare un minimo scandalo. Il Ministro che calcia un giornalista, il Presidente del Consiglio che racconta barzellette di pessimo gusto in contesti ufficiali, le campagne diffamatorie, l’estrema trivialità di certi sfoghi, l’incapacità degli esponenti politici di discutere in maniera civile, i continui attacchi contro le istituzioni dello Stato da parte di certe aree politiche ed infine, la novità, la classe politica che si prende il lusso di offendere i cittadini che esprimono un dissenso qualsiasi, esibendo in questo modo una totale mancanza di rispetto proprio nei confronti di una collettività a cui dovrebbero rendere conto: tutte realtà che sembrano farci regredire in un mondo di gran lunga più grottesco ed allucinato di quell’Italia nella quale una signora degli alti ambienti romani si poteva indignare nei confronti di un divertito Guglielmo Giannini, reo di averle messo sotto il naso il suo fallico portachiavi dorato.

 

NOTE:

[1] Peraltro tra le più facinorose e che diedero vita a gruppi clandestini, vedi il FAR, Fasci d’Azione Rivoluzionaria, l’AILA, Armata Italiana di Liberazione Anticomunista, e le SAM, Squadre Armate Mussoliniane.
[2]
Cercò un’alleanza, nel ’47, con Togliatti che solamente due anni prima aveva definito: «verme, farabutto e falsario», cosa che provocò una prima rottura con il proprio elettorato. Vanno inoltre ricordate le fallimentari alleanze con il PLI, la rinuncia al patto di amicizia con il PCI e l’avvicinamento al quarto governo De Gasperi, uno dei più grandi detrattori del Fronte dell’Uomo Qualunque: fenomeni che compromisero il successo popolare della creatura di Giannini che si coalizzò con il Blocco Nazionale del ’48 e che si sciolse pochi mesi più tardi (gli esponenti dell’Uomo Qualunque cercarono di ricrearsi un futuro confluendo nel Partito Monarchico Nazionale, nel PLI e nel Movimento Sociale Italiano).

 

[youtube=http://www.youtube.com/watch?v=FbCXWFq14Yg]


Venite a trovarci anche su:

CAM#05: leggi e scarica gratis
Commenta l'articolo
La tua e-mail non sarà pubblicata
  • ( non sarà pubblicata )