Cover BandLa letteratura continua a creare stagisti della letteratura, scrittori precari perché precarizzati da un percorso non autonomo, ovvero delle cover band.

Le scuole di scrittura creativa sono fatte per creare delle cover band di ottimi gruppi, vedi i Led Zeppelin. In questo modo si creano band molto preparate e che suonano molto bene i Led Zeppelin. Ma per quanto tali band possano essere brave non solo non potranno mai essere i Led Zeppelin ma nemmeno, che so, i Pink Floyd o i Deep Purple. Certo, questo non significa che tutto ciò non possa avere un’utilità, anzi, ma la verità è che neppure i Queen furono i Queen perchè ai loro esordi erano stati la cover band dei Led Zeppelin & Co.

Con questa stupida metafora credo di aver sintetizzato il mio pensiero a proposito dei corsi di scrittura creativa, parlo anche dei più avanzati, che sono corsi di alfabetizzazione o affinamento o approfondimento delle tecniche narrative ma soprattutto scuole di imitazione, tanto efficaci quanto spersonalizzanti. E dico queste cose con la consapevolezza di star generalizzando e di esagerare consapevolmente nei toni per restituire un’iperbole che come sempre contiene una certa dose di verità.

Spesso, soprattutto in letteratura, si dice di essere stufi del postmoderno, o del “postmodernicchio”, o del post-postmoderno: perciò dei i suoi giochi, delle sue montagne russe, del suo riciclo senza fine e senza misura, o dei suoi collage impazziti. Iniziamo con il ridimensionare le scuole di scrittura creativa che non fanno altro che alimentare, magari pure involontariamente, l’andazzo, in questo modo si potrà forse scorgere coloro che meritano perché diversi da tutti gli altri.

Con questo cosa voglio dire? Che l’imitatio e la maniera sono grasso che cola per il postmoderno che sulla preesistenza fonda la sua sostanza o, sempre più spesso, la sua stampella. Senza contare che il medesimo modus “pop-erandi” funge molte volte da alibi letterario.

Ciò che manca, in molti casi, non è difatti la tecnica ma l’originalità. Volendola mettere in modo alquanto scarno e maldestro, lo scontro coinvolge da una parte la cultura (compresa la “scienza della cultura”) e dall’altra la creatività. Quest’ultima diversamente dalla prima non la si può insegnare ma al massimo comprendere dal vissuto personale. È ovvio che nessuna opera d’arte prescinde da una preparazione tecnica e che non può reggersi solamente su un puro atto di libertà creativa (andatelo a chiedere a Dante & Co che hanno dovuto scrivere quello che hanno scritto rispettando regole retorico-matematiche e dogmi iconografici da Alcatraz), perché si tratta un ideale astratto oltre che fasullo, al quale nemmeno il più sfrenato dei fricchettoni crede ancora.

Tuttavia alla letteratura manca, ma in generale direi all’intero mondo umanistico, la creatività, l’originalità, l’inventiva, la fantasia. La cultura diventa in questo modo un sedimento o al massimo un linguaggio, parlato ovviamente non da tutti, o peggio, un mito, una biblioteca di status symbol che, paradossalmente, non alimenta fenomeni culturali, né controculturali, ma anticulturali.

Faccio un esempio: il fiorire di una paraletteratura amatoriale ed egocentrica, edonista ma sorda, goffa ed ingombrante. Il libro come aspirazione (piccolo) borghese, il prestigio de “l’essere scrittore”, la nascita di un universo artistico e kitsch che non può che concretarsi in un business. E non parlo solamente di case editrici a pagamento e di autopubblicazioni, ma anche dei relativi “know how” messi in commercio dalla letteratura. Se questa sorta di fenomeno arriva persino nelle edicole con i corsi di scrittura a puntate del Corriere, prima uscita in offerta i trucchi svelati di Saviano, significa che la cultura e la letteratura hanno dato una cattiva immagine di sé, ovvero quella di un mercato nel quale occorre trasformarsi in “professionisti”, imprenditori di se stessi il cui primo step è frequentare un numero sufficiente di “corsi di formazione o aggiornamento”. L’atto creativo diviene in questo modo un surrogato armato di strumenti per rendere un determinato testo più efficace, cioè più conforme alle regole del gioco. Ma l’arte è un’altra cosa, sempre se si può intendere anche la produzione della letteratura una forma d’arte.

Canone letterario o meno, la cultura viene recepita al giorno d’oggi come una mediazione, un filtro necessario e per queste ragioni un veicolo di promozione ed affrancamento della propria espressione che al contrario si appesantisce e si snatura perdendo in novità annacquando la propria di identità. La letteratura in questo modo continua a creare stagisti della letteratura, scrittori precari perché precarizzati da un percorso non autonomo, ovvero delle cover band. Arriverà il momento in cui la letteratura realizzerà il fatto che se i Led Zeppelin non potranno più tornare è anche grazie e a causa, ad esempio, dei Nirvana? Se ne faranno una ragione i sacerdoti delle Lettere? Probabilmente a loro non conviene.

 

2 commenti a “ Letteratura e cover band ”

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