CAMing-out-Libri-alla-seconda

Agli scrittori piace parlare di libri. Gli piace al punto che, molto spesso, i loro libri non sono altro che il racconto di altri libri, veri e propri meta-romanzi che creano un sistema di scatole cinesi tanto vertiginoso quanto affascinante.

In questi “libri multipli” il lettore si addentra circospetto come in un labirinto, come in una vera e propria biblioteca di Babele in cui le cose che raccontano sono anche le cose che vengono raccontate, in un circolo vizioso da cui non esiste via d’uscita ma in cui si può solo, eternamente, continuare a girare pagina. Andando, a ogni passo, sempre più in giù.

 

Tiziana Buda segnala:
Umberto Eco, Il nome della rosa, Bompiani, 2013, 624 pagine.

4527348_0«Lascio questa scrittura, non so per chi, non so più intorno a che cosa: stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus»

Pubblicato nel 1980, Il nome della rosa è il primo romanzo di Umberto Eco. Ambientata in epoca medievale, l’opera ci viene presentata sotto forma di manoscritto. Un anziano monaco racconta l’avventura vissuta decenni addietro, quando era solo un novizio. I protagonisti della vicenda, il francescano Guglielmo da Baskerville (un richiamo a Sherlock Holmes e a Guglielmo da Ockham) e Adso da Melk, ci accompagnano lungo una narrazione lunga sette giorni e scandita dai ritmi della vita monastica, creando un’atmosfera avvincente e storicamente credibile.

In un monastero benedettino cluniacense dell’Italia settentrionale accadono fatti inquietanti e misteriosi. Un confratello muore in circostanze sospette, e sarà compito di Guglielmo da Baskerville, con l’aiuto del novizio Adso, risolvere l’enigma legato alla sua inspiegabile morte (e a quelle che seguono). Armati del loro intelletto e di una logica inespugnabile i due protagonisti si fanno strada, tra numerosi ostacoli, verso la verità, nascosta nelle pagine di un perduto libro della Poetica di Aristotele, che parla della commedia, del riso e dello scherzo.
Questo libro non ci racconta solamente una storia (nella forma del giallo deduttivo), ma denuncia la corruzione della Chiesa medievale dinanzi ai principi morali da essa sostenuti, opponendole la figura di Guglielmo, un francescano, che rappresenta colui che non cede agli inganni della superstizione, agli intrighi del potere e si dissocia con fermezza dal declino comune dei valori, della cultura dell’etica. In questo modo, il frate diventa un baluardo per tutti quelli che si oppongono alla falsa morale, creandosi in modo indipendente la propria visione del mondo.

Le pagine di questo romanzo sono costellate da liste ed elenchi, proprio come previsto dal sistema della “quaestio medievale”. Liste di fatti, citazioni, indizi, perché non esiste nulla che sia più meraviglioso dell’elenco, della raccolta e della classificazione, che permettono di ripristinare l’ordine dove apparentemente regna il caos. Ed ecco, allora, il titolo dell’opera: Il nome della rosa. Perché gli elenchi, in fondo, non indicano cose, ma piuttosto i nomi che a esse si riferiscono. Perciò la “rosa” del titolo dovrebbe indicare ciò a cui si è dato quel nome. Eppure possiede molteplici significati. Questo è l’ammonimento di Eco nell’ultima frase del romanzo: mai avere la presunzione di essere depositari di una verità assoluta. Ogni verità può essere contestabile, ci si può anche prendere gioco di essa. E ciò che, all’inizio di una storia, sembra vero può essere rovesciato nel suo opposto in un battito di ciglia.

 

Nicolas Alejandro Cunial segnala:
Kurt Vonnegut, Ghiaccio-nove, Feltrinelli, 2008, 220 pagine.

5300343Spiacente, ma la partita è già vinta. Vonnegut spazza via gli avversari. E lo fa con un libro, con due, con mille, con la sua intera bibliografia. Perché Kurt è sempre stato capace di distinguersi dalla massa. Un po’ per quella sua folle vena che lo porta a scrivere come un pazzo, come un incantatore, rapinando gli occhi di quella fantasia di cui ognuno è dotato. E leggere un suo romanzo, qualunque suo romanzo, è come leggerne dieci. Alla fine, non si ha mai la certezza di aver compreso fino in fondo la tela narrativa intessuta dal maestro Vonnegut. Così è anche per Ghiaccio-nove, uno dei romanzi più belli dell’americano baffuto.
Il libro narra la storia di uno scrittore – ecco già introdotta la dimensione una e plurima – intenzionato a scrivere un libro sul giorno in cui è stata sganciata la bomba su Hiroshima. Oltre a qualche appunto, esiste soltanto un titolo di quest’opera non ancora partorita: Il giorno in cui il mondo finì. Tale romanzo si pone – in modo inedito, a mio ignorante avviso – l’obiettivo di descrivere cosa stessero facendo alcuni scienziati nucleari nell’esatto momento in cui la bomba fu sganciata dall’Enola Gay. Le ricerche per scolpire su carta tale opera portano il protagonista a incontrare i figli del defunto scienziato Felix Hoenikker, premio Nobel che ha costruito la bomba e il cui ritratto appare segmentato, inconcludente. Lo scrittore riuscirà però a scoprire l’ultima invenzione di Hoenikker: il ghiaccio-nove, una potente arma di distruzione di massa che congela l’acqua con cui entra in contatto. Poco male, si dirà, se non fosse che l’arma è ora in mano ai tre figli dello scienziato morto. Lo scrittore – il nome può essere scelto, come Vonnegut scrive nell’incipit, tra John, Jonah e Sam – condurrà quindi un viaggio per evitare che la potente arma venga mal utilizzata.
Ma il sadico Vonnegut non intende mandare a monte il distruttivo piano, e così il ghiaccio-nove, per la goffaggine di uno dei protagonisti, entra in contatto con una riserva idrica e, tramite rigagnoli, canali, fiumi, laghi e mari, ghiaccerà l’intero pianeta, facendolo sprofondare in un’apocalisse con meno fuoco e più gelo. Solo così il compito dello scrittore – il romanzo è scritto in prima persona – potrà finalmente giungere al termine, avendolo incidentalmente scritto tramite la sua testimonianza: il giorno in cui il mondo finì.

 

Alberto Bullado segnala:
Amélie Nothomb, Igiene dell’assassino, Voland, 2008, 160 pagine.

NOTHOMB-A_igiene1Prétextat Tach è un tizio cinico, disgustoso e obeso, ma è anche un Nobel per la Letteratura a cui rimangono due mesi di vita. La notizia scuote il mondo della cultura: sono molti i giornalisti a implorare al maestro, così schivo e misterioso, l’ultima intervista. Ma Prétextat Tach è un rospo tronfio, sadico, misogino e misantropo, nonché uno dei personaggi letterari più adorabili che abbia mai incrociato. Lo scrittore accetta di sottoporsi alle domande di quattro giornalisti che annienta dialetticamente uno dopo l’altro. Solo il quinto, nonché l’unica donna, riuscirà a tenergli testa. Un’intervista che diverrà prima interrogatorio, poi sfida, estorsione e infine tortura. A far breccia attraverso la coriacea arroganza di Prétextat Tach L’igiene dell’assassino, unico romanzo rimasto incompiuto, forse perché realmente autobiografico. In quel libro maledetto forse si celano segreti più oscuri e inconfessabili dell’autore, che a poco a poco è costretto a rivelare se stesso e l’origine del suo essere mostruoso: ovvero la morte di un Eden Perduto, custodito e consacrato solamente tra le pagine di un libro monco, maledetto e da tutti frainteso. Tra battute politicamente scorrette, insulti, bluff e colpi bassi, Amélie Nothomb mette in scena una sfida all’ultimo sangue tra un razionalismo affilato e una logica di diverso segno, demenziale, farneticante e altrettanto indicibile.

Ora va detto che in un romanzo io amo l’umorismo feroce e ancor di più i dialoghi. Sono come la portata principale di un grande pasto, o l’ingrediente segreto che rende la pietanza un orgasmo. I dialoghi sono delicati perché imprimono ritmo e scolpiscono il cuore dei protagonisti; va da sé che solo pochi autori li sanno scrivere bene. Inoltre adoro i crostacei. Per me i buoni dialoghi sono come la polpa della granseola: una cosa squisita ma ardua da ottenere. Ebbene, L’igiene dell’assassinio è come un piatto abbondante di polpa di granseola o di astice. Sviluppato quasi esclusivamente in forma dialogica, il romanzo pone sostanzialmente al centro una sfida truce, epica e sapienzale tra un genio abominevole e un’abile giornalista. Per il sottoscritto un’epifania.

Mi rammarico di non aver scoperto prima la Nothomb. Era da anni che non incontravo una scrittrice così brillante e nello stesso tempo così fresca, ironica, profonda, arguta e appassionante. Donna e pure francese: che bello quando i propri stupidi pregiudizi se ne vanno a puttane!

Commenta l'articolo
La tua e-mail non sarà pubblicata
  • ( non sarà pubblicata )