CAMing out Libri in Loop

A volte una lettura sola non basta. Ci sono libri che hanno su di noi uno strano potere e che, anche se già una volta abbiamo affrontato le loro pagine, continuano a chiederci di essere letti, non hanno alcuna intenzione di farsi mettere da parte.

E così si innesca la strana dinamica del loop letterario, quello strano fenomeno per cui ritorniamo all’infinito su storie che già conosciamo, affascinati da qualcosa di inafferrabile e irrinunciabile che continua a parlarci, lettura dopo lettura: oggi vi raccontiamo le migliori delle nostre letture compulsive.

Tommaso De Beni consiglia:
Pier Vincenzo Mengaldo (a cura di), Poeti italiani del Novecento, Mondadori, 2003, 1182 pagine.

indexInserire questo libro forse vi parrà un po’ sleale, in primo luogo perché è ovvio che i libri di poesia si leggano e rileggano più volte, e poi perché questa è un’antologia che raccoglie poeti diversi. Fatto sta che questo è proprio un libro che non riesco a smettere di leggere. Costantemente, da diversi anni, lo prendo dallo scaffale e lo consulto.
Non è l’unica antologia di poeti italiani del Novecento, e infatti non è aggiornata: mancano molte autrici e molti poeti più recenti – come De Angelis o Pusterla – ma resta per me fondamentale perché mi ha aiutato ad amare la poesia. Ancora oggi mi aiuta a farmi un’idea del percorso poetico del Novecento nel nostro paese, da Ungaretti a Saba a Pagliarani, passando per Soffici, Sbarbaro, Bertolucci, Montale, Luzi, Orelli, Sinisgalli, Solmi, Sereni, Caproni, Zanzotto, Gatto o Giudici. Un percorso sorprendentemente lungo e ricco di sfaccettature. In questa raccolta si trovano i versi lunghi di Pavese, le poesie di Palazzeschi e Buzzi (autori che hanno sfiorato il futurismo), i versi da realismo magico di Bontempelli (raro, forse unico, tentativo di poesia surrealista italiana), gli scherzi di Giudici, le poesie di Bertolucci (papà di Giuseppe e Bernardo), i bellissimi versi dialettali di Biagio Marin e Albino Pierro, nonché le traduzioni di Montale, di Pintor e altri. Indimenticabile anche la cornice critica offerta da Mengaldo, che non si sottrae a lapidari e caustici giudizi (i futuristi più autentici sono anche i più insulsi, le ultime poesie di Pavese sono da liceali e Gatto, come ermetico, è molto più bravo e importante di Quasimodo), fondamentale per affrontare la materia con cognizione di causa. Insomma, tutti motivi per riaprire questo libro.

 

Giulia Cupani consiglia:
Primo Levi, Il sistema periodico, Einaudi, 2005, 266 pagine.

Copertina Il sistema periodicoNon c’è libro che, più di questo, meriti di essere letto e riletto, non c’è libro che, più di questo, sappia essere una casa e un porto in cui è bello ritornare, di tanto in tanto, con la certezza che tra le sue pagine si troverà sempre esattamente quello che si cerca, esattamente dove lo si è lasciato, con rassicurante e solida certezza, e insieme che ogni volta si ritroverà la traccia di qualcosa di nuovo, capace di essere sorprendente proprio per il suo essere rimasto nascosto nonostante ogni familiarità, nonostante ogni rilettura.
In queste pagine la prosa di Levi, la sua sublime acutezza, la sua grazia leggera si lascia respirare nella forma più esplicita e più dimessa, più nascosta e proprio per questo più forte ed evidente: in questi racconti tutto è puro, lineare, perfettamente allineato nell’incastro tra forma e contenuto. E così questi “racconti chimici”, in cui ogni capitolo è una storia che si muove agganciata a un elemento chimico che la conduce e la raccoglie, la simbolizza e le dà senso, riescono ad essere ognuno un minuscolo miracolo di bellezza e perfezione. La “biografia chimica” di Levi, così come queste pagine la delineano, è un susseguirsi di microscopiche perle da leggere e rileggere all’infinito, in cui anche la storia elementare di una bambina che guarda un uomo che dipinge i mobili della sua cucina con una scintillante vernice bianca (Titanio!) riesce a essere una chiave tramite cui entrare in contatto con una parte del mondo attorno a noi che è sempre stata lì, visibile, attingibile, ma a cui mai avremmo pensato prima che gli occhi di Levi la mettessero a fuoco al nostro posto. In queste pagine si mescolano ininterrottamente un lavoro, una passione e un’intera idea del mondo, che emerge dalla lente dello sguardo di Levi con invidiabile, commovente chiarezza.
E così, anno dopo anno, le pagine di questi racconti sempre uguali a se stessi continuano a raccontare qualcosa di nuovo, a illuminare settori della realtà fino a questo momento rimasti in ombra. E ritornare a leggere queste storie non significa mai cedere all’abitudine, ma solo tornare a casa e riconoscere nei contorni delle cose – nel racconto di una notte passata smarriti in mezzo alla montagna, o nell’avventura minima e invincibile di un millenario atomo di carbonio, o nelle vicende di una misteriosa fabbrica di vernici appoggiata accanto a un lago – le tracce di qualcosa che conoscevamo già, ma che abbiamo ancora una volta bisogno di farci raccontare.

 

Tiziana Buda segnala
David Foster Wallace, Oblio, Einaudi, 2004, 393 pagine.

Oblio è un testo che rimane impresso nella mente, addirittura attaccato alla pelle, se capite cosa intendo. In questi otto romanzi brevi Wallace dipinge magistralmente i deliri e l’impostura della società contemporanea, in cui non si è più capaci di prestare attenzione ai contenuti. Ci racconta idee, sequenze e personaggi che non si dimenticano più. Parla di noi. E proprio per questo risulta difficile scegliere le parole per descriverlo, perché Wallace ha il potere di inchiodare il lettore davanti a se stesso, alla propria mediocrità e lo costringe a riflettere attentamente sulla sua condizione.
Oblio non rimanda ad un orrido futuro, ma ci costringe a constatare la povertà disarmante del nostro presente. Una delle caratteristiche di questa raccolta è la presenza di una trama o una vicenda secondaria all’interno di ogni racconto. Wallace ci insegna a non distogliere l’attenzione dai particolari, ad osservare con luci diverse. Ogni romanzo costituisce un mondo a sé, ma l’autore riesce a stabilire un’armonia perfetta tra le figure che di volta in volta compaiono, figure ironiche, grottesche, ma essenzialmente umane. Consiglio di leggere Oblio con attenzione. Questa stupefacente raccolta consacra definitivamente David Foster Wallace come scrittore post-modernista, erede del Borges di Finzioni e di Aleph.
A voi la scelta. Per quanto riguarda questa recensione le parole di Wallace, a conclusione di Caro vecchio neon, sono davvero efficaci: «Non una parola di più».

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