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Quali sono le migliori vergini della storia della letteratura? E cosa può dirci, ancora oggi, una figura un po’ desueta come quella della “fanciulla in fiore” che ha abitato tanti romanzi del passato? Vi raccontiamo qualcuna delle nostre “vergini letterarie” preferite. Ragazze per cui la virtù non fa per forza rima con moralità…

Tiziana Buda parla di Catherine Morland
Jane Austen, L’abbazia di Northanger, Garzanti, 2001, 216 pagine.

labbazia-2Northanger Abbey è forse l’opera più sottovalutata di Jane Austen e nello stesso tempo è probabilmente quella più completa. Ci racconta un mondo fatto di balli, sale da the, salotti in cui regnano le chiacchiere più futili con uno sguardo spietatamente ironico, con stile ed eleganza inconfondibili.

Catherine, la protagonista di questo romanzo, non è l’anti-eroina caparbia e determinata, capace di far crollare ai suoi piedi un uomo con il solo potere del suo sguardo. È impacciata ed emotiva, si potrebbe dire anche vittima di se stessa. Grande lettrice del genere gotico, vive perennemente in balia delle sue fantasie, fatte di castelli misteriosi, amori tormentati e segreti terribili e sconvolgenti. Insomma, si tratta di una specie di inetta un po’ fuori dall’ordinario, fastidiosamente ingenua.
La sua immaginazione senza limiti la porterà a confondere la fantasia con la realtà e forse anche per questo, in certi passaggi, è davvero difficile affezionarsi al suo personaggio, come anche al mondo in cui si trova coinvolta.
Jane Austen mostra grande abilità nel descrivere con ironia due importanti generi letterari della sua epoca: quello sentimentale e quello gotico (verso quest’ultimo si erano raggiunte punte di innegabile fanatismo). Ma la sua maestria sta anche nella semplicità con cui riesce a denunciare le superficialità, le incongruenze e soprattutto l’ipocrisia di una piccola nobiltà che di nobile ha solo il nome. A conti fatti, nonostante il romanzo sia stato scritto tra il 1798 e il 1799, alcuni particolari, oggi, non sono affatto cambiati. Stesse ipocrisie, stesse incongruenze, stesse superficialità. I personaggi, forse un po’ stereotipati, sono l’emblema dell’individuo contemporaneo, interamente ripiegato su se stesso, sui propri sentimenti.

Nelle pagine di questo romanzo sembrano dominare l’incomunicabilità e la vanità. Pochi (e in un certo senso nemmeno loro) si riescono a salvare dalla parodia quasi teatrale messa in atto dall’autrice. Una parodia che colpisce fragilità in cui anche noi possiamo riconoscerci. Il messaggio che si ricava dalla lettura di Northanger Abbey arriva forte e chiaro. Bisogna saper distinguere tra ciò che è reale e ciò che non lo è. Farsi abbindolare da un bel sorriso e da false promesse è fin troppo facile.

 

Lorenza Bennardo parla di Natasha Rostova
Lev Tolstoj, Guerra e Pace, Einaudi, 2005, 1446 pagine.

UwfyodgNh4P6A volerla prendere alla larga, e con una certa faciloneria da lettore dilettante, direi che la prima vergine di Tolstoj, in Guerra e Pace, è la grande madre Russia. Vergine di una verginità mariana: maternità non fecondata, madre di popoli da cui si originano il senso del sacro e l’imperativo di appartenenza che va oltre il territorio.

È vero, poi, che i personaggi femminili del romanzo, vergini e non, sono, intanto, creature: la loro umanità complessa e completa è la loro legittimazione a esistere e a essere raccontate nella Storia. Non sono, comunque, fanciulle o donne dal carattere formato e maturo a dominare Guerra e Pace, bensì una verginità informe: una delle forze che muovono il racconto, infatti, è Natasha, praticamente una bambina all’inizio del romanzo, una materia grezza fatta di slanci e folgorazioni. La vicenda che la riguarda si costruisce, in un certo senso, tutta su una domanda: che cosa viene dopo? Che cosa c’è dietro, o dentro, la sua vitalità dirompente, la violenza delle sue convinzioni? Tutto, o niente?

Natasha, volubile, adorabile e dannosa, rappresenta l’innocenza femminile e il potenziale esplosivo che da secoli ne viene visto come il corredo. La contraddizione continua fra l’enormità dei suoi slanci e l’incapacità di dominarli è ciò che attrae l’autore e lo spinge a esplorare sviluppi e conseguenze.
L’esito dell’esplorazione, per me, oscilla e ripetutamente mi chiedo: estremo coraggio, o estrema insulsaggine? Personaggio sublime, o perfetta idiota?

Ai margini (per così dire) della storia di cui Natasha è il centro, ci sono donne di incredibile bellezza umana e letteraria. Lo spirito di sacrificio di Sonja, spirito dei tempi, è sublime. Del misticismo assoluto di Marja Bolkonskaja si ammette, per la sua stessa monolitica purezza, la superiorità sul razionalismo paterno e mondano. Anche l’immoralità programmatica della Kuragina ha la sua grandezza letteraria.
E qual è il posto di Natasha in questo universo di donne diversamente nobili?
L’esaltazione dell’anima appassionata di Natasha è sostanzialmente un inganno, come se Tolstoj l’avesse messa al centro e poi sfogasse su di lei una misoginia selettiva, risparmiata alle altre. Natasha si eleva accettando la mano di un uomo tanto superiore, tanto più grande, tanto distante come Andrej Bolkonskj; acconsente a fuggire con Kuragin, assecondando coraggiosamente la seduzione del male; affronta con Andrej, a viso aperto, gli ultimi giorni prima della fine. Ma dopo, quando si spengono i riflettori, non resta che una moglie con troppi figli, un corpo disfatto e una quotidianità beatamente ottusa. Tutto il bagliore, lo splendore e il luccichio della giovinezza si estinguono nelle ceneri del focolare. Per la presunta eroina, una sentenza di morte per banalità.

 

Giulia Cupani parla di Lucia Mondella
Alessandro Manzoni, I promessi sposi, BUR, 2011, 768 pagine.

1704667_0La ribellione, quando si hanno dodici anni, può prendere a volte strade inconsuete e imprevedibili, e possono darsi strani casi in cui – per fare un esempio – anche leggere un libro come I promessi sposi diventa un atto di sfida, un tentativo di farsi beffe del sistema, nel modo impreciso e caotico che spesso si ha quando si è molto giovani, e un po’ troppo sciocchi.
Per me è stato così, e il ricordo di quella lettura è indelebile, fissato per sempre nella mia memoria: mentre mi addentravo nelle pieghe di quella prosa desueta, di quelle descrizioni divaganti, di quelle frasi dalla sintassi irragionevolmente complessa, sentivo pagina dopo pagina che, in realtà, il meccanismo narrativo nascosto in quella trama si rivelava affascinante, contro tutte le premesse. Quel libro, a suo modo, era stranamente e inaspettatamente bello, pur nel suo essere totalmente estraneo a tutto ciò che fino a quel momento avevo letto.
Mano a mano che leggevo, poi, c’era un’altra cosa incredibile che si faceva sempre più chiara sotto i miei increduli occhi, e cioè che, in quelle pagine, c’era un personaggio eroico di cui nessuno mi aveva mai parlato: la quasi-muta e quasi-immobile Lucia, la protagonista apparentemente meno attiva che la storia della letteratura ricordi, che nella mia presunzione ero preparata a detestare e che si rivelava invece inaspettatamente “potente”.

Più leggevo, più realizzavo che tutto il romanzo ruotava di fatto attorno a lei: era lei, da sola, a reggere tutta quell’enorme costruzione narrativa, e lo faceva con il minimo sforzo, con un’economia di azioni e di parole che aveva dell’incredibile e del sublime, e che spiccava con ancora più chiarezza se paragonata al parallelo irragionevole agitarsi di quello sconsiderato del suo fidanzato Renzo (che, invece, fu subito catalogato nella categoria dei personaggi insostenibili, e lì restò: niente mai potrà convincermi che un cialtrone come lui se la meritasse davvero, una ragazza come Lucia).
Ci hanno venduto l’immagine di una Lucia bigotta e un po’ stupida, una specie di irragionevole beghina da santino capace solo di pregare, piangere e fare atti inconsulti (come quel voto di perpetua verginità che è – a ben guardare – l’unica vera azione che Lucia compie in totale libertà, non in conto terzi, dall’inizio alla fine del romanzo). In realtà, però, Lucia è molto più di questo: Lucia sa quello che vuole, e lo sa con ammirevole coerenza dalla prima all’ultima pagina della storia. La sua volontà non cede mai: sono gli altri, le persone attorno a lei, che la tirano e la spingono, approfittando di lei e della sua debolezza, che però non diventa mai volubilità. Lucia vede gli errori altrui e, anche se sa di non avere la forza di opporvisi, non mette mai in dubbio quello che lei sa essere giusto: in mezzo al panorama di maneggioni e di intriganti che la circondano e che riempiono la sua storia, il suo personaggio è l’unico che spicca davvero, contro tutte le premesse. E spicca come un faro non di bigotta moralità – come una critica miope e facilona ci ha indotto credere – ma di ammirevole costanza, fedeltà a se stessi e auto-consapevolezza.
E, a pensarci bene, non sono affatto virtù da poco, per la vergine-più-vergine che la storia della letteratura nazionale ricordi.

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